Georges Duby.
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L'Anno Mille.
Storia religiosa e psicologia collettiva.
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Titolo originale: L'an Mil.  
Traduzione di: Liliana Zella.
1985. Einaudi Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Un popolo atterrito dall'imminenza della fine del mondo: nell'opinione pubblica questa immagine dell'Anno Mille  viva ancor oggi, malgrado le pagine che gli storici hanno scritto per smentirla. Nella coscienza collettiva, gli schemi millenaristici non hanno perduto la loro facolt di seduzione, osserva Georges Duby, uno dei maggiori medievisti contemporanei. In questo volume egli ricostruisce il grande rivolgimento di strutture di cui l'Occidente fu teatro al tempo della svolta millenaria attraverso un attento collage di opere prevalentemente letterarie: poemi, lettere, biografie encomiastiche, annali, cronache, storie. Questi testi recano un contributo insostituibile alla storia degli atteggiamenti mentali e delle rappresentazioni della psicologia collettiva. Che significa dunque in verit l'Anno Mille dell'Incarnazione e della Redenzione? "L'inizio di una svolta importante, il passaggio di una religione rituale e liturgica - quella di Carlomagno, quella ancora di Cluny - a una religione d'azione e che s'incarna, quella dei pellegrini di Roma, di Santiago e del Santo Sepolcro, e presto quella dei crociati. Nel seno dei terrori e dei fantasmi, una primissima intuizione di quella che  la dignit dell'uomo. Qui, in questa notte, in questa indigenza tragica, in questa barbarie, cominciano, per secoli, le vittorie del pensiero europeo".
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L'AUTORE.
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Georges Duby (Parigi 1919 - Aix-en-Provence 1996)  stato uno storico francese specializzato nel Medioevo. Fu uno specialista in particolare dei secoli decimo, undicesimo, dodicesimo e tredicesimo nell'Europa occidentale.  stato associato alla cole des Annales, fondata nel 1929 da Marc Bloch e Lucien Febvre, membro dell'Accademia di Francia, ha insegnato Storia sociale del Medioevo al Collge de France. 
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L'Anno Mille.
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Indice.
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I testimoni.
1. Conoscenza dell'Anno Mille.
2. I narratori.
3. Le testimonianze e l'evoluzione culturale.
4. Per una storia degli atteggiamenti mentali.
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Capitolo 1. Il senso della Storia.
1.1. A mille anni dall'incarnazione.
1.2. L'attesa.
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Capitolo 2. I meccanismi mentali.
2.1. Gli studi.
2.2. L'insegnamento di Gerberto a Reims.
2.3. L'istruzione dei monaci.
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Capitolo 3. II visibile e l'invisibile.
3.1. Le corrispondenze mistiche.
3.2. Ordine sociale e soprannatura.
3.3. Presenza dei defunti.
3.4. Reliquie.
3.5. Miracoli.
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Capitolo 4. I prodigi del Millenario.
4.1. I segni nel cielo.
4.2. Irregolarit biologiche.
4.3. Il disordine spirituale: la simonia.
4.4. Il malessere eretico.
4.5. La devastazione del Tempio.
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Capitolo 5. Interpretazione.
5.1. Lo scatenarsi del male.
5.2. Le forze benefiche.
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Capitolo 6. La purificazione.
6.1. Esclusioni.
6.2. Penitenze individuali.
6.3. La pace di Dio.
6.4. I pellegrinaggi collettivi.
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Capitolo 7. Nuova Alleanza.
7.1. La primavera del mondo.
7.2. La riforma della Chiesa.
7.3. Le chiese nuove.
7.4. Una messe di reliquie.
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Capitolo 8. La riscossa.
8.1. Propagazione della fede.
8.2. La guerra santa.
8.3. Dio s'incarna.
8.4. La croce.
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Bibliografia.
Cronologia.
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Fine Indice.
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I testimoni.
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1. Conoscenza dell'Anno Mille.
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Un popolo atterrito dall'imminenza della fine del mondo: nell'opinione di molti uomini di cultura, quest'immagine dell'Anno Mille rimane viva ancor oggi, nonostante ci che hanno scritto per contestarla Marc Bloch, Henri Focillon o Edmond Pognon. Evidentemente, nella coscienza collettiva, gli schemi millenaristici non hanno perduto del tutto ai giorni nostri la loro facolt di seduzione. Questo miraggio storico pot dunque imporsi assai facilmente in un universo mentale tutto disposto ad accoglierlo. La storiografia romantica l'ereditava dai pochi storici e archeologi che avevano intrapreso nel diciassettesimo e nel diciottesimo secolo, l'esplorazione scientifica del Medioevo, di quest'epoca oscura, asservita, madre di tutte le gotiche superstizioni che cominciava allora a dissipare l'Illuminismo. Ed  proprio, in realt, alla fine del xv secolo, quando trionfa il nuovo umanesimo, che compare la prima descrizione a noi nota dei terrori dell'Anno Mille. Essa risponde al disprezzo che professava la giovane cultura d'Occidente per i secoli bui e rozzi dai quali usciva, che rinnegava per guardare, al di l di quell'abisso di barbarie, verso l'antichit, suo modello. Nel mezzo delle tenebre medievali, l'Anno Mille, antitesi del Rinascimento, offriva lo spettacolo della morte e della prosternazione insensata.
Una tale rappresentazione trae gran parte della sua forza da tutti gli ostacoli che impediscono di vedere chiaramente questo momento della storia europea. A malapena, infatti, l'anno che fu il millesimo dell'incarnazione di Cristo, secondo i calcoli - inesatti - di Dionigi il Piccolo, possiede un'esistenza, tanto  rada la rete delle testimonianze su cui si fonda la conoscenza storica. Sicch, per raggiungere questo punto cronologico - e per raccogliere i documenti che si trovano qui presentati -  necessario ampliare sostanzialmente il campo d'osservazione e considerare la fascia di poco pi di mezzo secolo che si estende intorno all'Anno Mille, tra il 980 e il 1040 circa.
La visuale, tuttavia, rimane assai poco chiara. Perch l'Europa d'allora usciva da una depressione molto profonda.. Le incursioni di piccole bande saccheggiatrici venute dal Nord, dall'Est e dal Mezzogiorno avevano represso i primi slanci di crescita che si erano timidamente sviluppati nell'et carolingia, avevano provocato un ritorno in forze della rusticit primitiva, e danneggiato, particolarmente, gli edifici culturali che gli Imperatori del nono secolo si erano accaniti a costruire. Limitato ai vertici della societ ecclesiastica, l'ambiente letterario fu cos maltrattato, dopo l'860, che l'uso della scrittura, gi ristretto, si perdette pressoch interamente. Perci l'Occidente del decimo secolo, terra di foreste, di trib, di stregonerie, di regoli che si odiano e si tradiscono, usc quasi dalla storia e lasci meno tracce del suo passato che non certo l'Africa centrale del diciannovesimo secolo, che per tanti aspetti gli si avvicina. Senza dubbio, per la generazione che precede l'Anno Mille, il colmo del pericolo e della sventura  ormai passato; i pirati normanni verranno ancora a catturare principesse in Aquitania per chiedere un riscatto, e si vedranno le armate saracene assediare Narbona;  per finita con i grandi sconvolgimenti, e si sente che gi si  messo in moto il progresso, lento e continuo, che non ha cessato da allora di trascinare nel suo corso i paesi dell'Europa occidentale. Subito si manifesta un risveglio della cultura, una ripresa dello scritto; subito ricompaiono i documenti. La storia dell'Anno Mille  dunque possibile. Ma  quella di una prima infanzia: balbetta, favoleggia.
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L'archeologia.
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Veramente, lo storico non utilizza soltanto testi, e tutto ci che l'archeologia raccoglie per proprio uso, pu illuminarlo singolarmente. L'esempio della Polonia gli mostra quanto  in diritto di aspettarsi da una ricerca attenta di tutte le vestigia della vita materiale, dall'esplorazione delle sepolture e dei fondi di capanna, dall'analisi dei residui di un'occupazione antica che conserva il paesaggio o la toponimia odierna. Scavi recenti gli hanno infatti rivelato quelle che furono nelle pianure polacche le "citt" dell'Anno Mille: argini di legno e di terra che chiudevano in cinte riunite il palazzo del principe e dei suoi guerrieri, la cattedrale nuovissima e il borgo degli artigiani domestici. A dire il vero, per, gli archeologi polacchi, cechi, ungheresi o scandinavi, stimolati dalla mancanza quasi totale di testi relativi a questo periodo della loro storia nazionale, e costretti a utilizzare per costruirla altri materiali, si pongono decisamente all'avanguardia di un'archeologia della vita quotidiana. In Francia, essa sta ancora sperimentando le sue tecniche. Per la maggior parte dell'Europa, ci che si sa dell'inizio dell'undicesimo secolo viene dunque dalle fonti scritte. Questo libro intende presentarne e commentarne alcune, scelte da un patrimonio documentario che, anche nelle regioni francesi pur situate in quel tempo al vertice del rinnovamento culturale, appare singolarmente limitato.
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Le carte.
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Ai circa sessant'anni che delimitano l'Anno Mille risale una certa quantit di testi che non pretendevano di raccontare degli avvenimenti, ma servivano a stabiire dei diritti. Sono diplomi che notificano decisioni reali, carte o notizie che riguardano quasi tutte dei trasferimenti di propriet. Rari ancora in Inghilterra e nel Nord della Germania, tali atti negli archivi di Francia, d'Italia e della Germania meridionale sono molto pi numerosi dei titoli analoghi risalenti al decimo secolo o anche all'et carolingia. Nessun periodo anteriore della storia europea ne offre altrettanti. Non che i redattori siano stati in questo momento particolarmente attivi. Lo erano forse meno che nel nono secolo, senz'altro meno che nel quinto. Ma da una parte usavano un materiale, la pergamena, molto pi solido e durevole del papiro dell'alto Medioevo; e questi scritti, d'altra parte e soprattutto, sono stati conservati con pi cura. Essi avevano infatti un valore essenziale agli occhi dei monaci e dei chierici, in un'epoca in cui gran numero d'istituti religiosi erano in piena riforma, dovevano di conseguenza basare la loro restaurazione sul riordinamento sistematico delle loro fortune e conservavano perci gelosamente tutti gli scritti che garantivano le loro prerogative, i diplomi e i privilegi reali, le carte di donazione, gli accordi conclusi con le potenze rivali. La scrittura in effetti non era priva di utilit nelle contestazioni giudiziarie. Certo, fuorch gli ecclesiastici, nessuno a quell'epoca sapeva leggere. Ma nelle assemblee dove i monasteri e i vescovati venivano a presentare istanza contro gli usurpatori dei loro possedimenti, i capibanda e i loro cavalieri non osavano disprezzare troppo apertamente delle pergamene, che i loro occhi potevano vedere qua e l segnate col segno della croce, e dove gli uomini capaci di decifrarle trovavano la memoria precisa delle transazioni antiche e il nome di coloro che ne erano stati testimoni. Datano da quest'epoca i primi archivi, che sono tutti ecclesiastici, e quei cartulari dove gli scribi della Chiesa ricopiavano e ordinavano i molteplici titoli isolati tenuti nell'armadio delle carte.
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Queste raccolte, nel corso dei tempi, hanno molto sofferto. Ma alcune sono quasi intatte in Italia e in Germania; molte in Francia sono state oggetto di trascrizioni sistematiche, prima della lunga incuria deldiciottesimo secolo e delle dispersioni del periodo rivoluzionario, che recarono loro grave danno. Degli archivi dell'abbazia di Cluny, per esempio, sono state salvate, per il periodo che c'interessa, pi di millequattrocento carte e notizie (poich molte di esse non furono datate con precisione, un computo esatto  impossibile). Questi scritti forniscono testimonianze insostituibili. Senza di essi, non si saprebbe quasi nulla delle condizioni economiche, sociali e giuridiche del tempo; essi permettono d'intravedere come si stabiliva la gerarchia degli statuti personali, come si annodavano i legami del vassallaggio, come si evolvevano i patrimoni, e gettano radi sprazzi di luce sullo sfruttamento delle grandi fortune fondiarie. Ma i documenti di questo tipo sono utili soltanto se sono densi. Soltanto raccogliendo in fascio le indicazioni laconiche che ciascuno di essi contiene, si pu, per poche regioni privilegiate, nel circondario degl'istituti religiosi pi fiorenti dell'epoca, tentare di servirsene per ricostruire, non senza esitazioni, e non senza enormi lacune, la rete delle relazioni umane. Al contrario, isolata, ciascuna di queste carte non dice nulla, o quasi. Infatti gli scrivani, prima della met dell'undicesimo secolo, rimanevano per la maggior parte prigionieri di un formulario antico, male adattato alle innovazioni del presente; sotto la loro penna, ci che costituisce la modernit dell'epoca rimane mascherato da vocaboli antiquati e dagli schemi fossilizzati dell'espressione. Il grande rivolgimento delle relazioni politiche e sociali che ebbe luogo nel periodo attorno all'Anno Mille, questa vera rivoluzione, pi precoce nelle regioni francesi, che fa sorgere e impianta per secoli le strutture che chiamiamo feudali, era infatti troppo recente, troppo attuale per riflettersi gi sui termini rituali dello stile giuridico, il pi stereotipato, il pi lento a prestarsi all'espressione della novit. Cos, per ricavare da tali fonti tutto quello che possono insegnare, bisogna trattarle per fasci spessi, per serie. Separato da quelli che lo precedono, lo circondano e lo seguono, nessuno di questi atti presenta, le ricchezze che rivelano alla prima lettura gli scritti letterari.
Questi ultimi, al tempo in cui gli storici non si occupavano che dei re, dei principi, delle battaglie e della politica, fornivano agli eruditi il loro pascolo indispensabile. Furono invece trascurati quando l'esame della realt economica e sociale divenne il principale scopo della ricerca storica. Ancora dieci anni fa, quasi nessuno se ne occupava. Ma ecco che le curiosit pi nuove, lo sforzo per ricostruire quelli che furono nel passato gli atteggiamenti psicologici, li fanno di nuovo considerare una fonte essenziale. Sono dunque questi testi che vuol mettere in evidenza la presente raccolta, deliberatamente orientata verso una storia delle mentalit.
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2. I narratori
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Opere letterarie.
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Una letteratura povera. La sola scritta era latina. Veniva elaborata nellapiccola cerchia dei letterati e per loro uso esclusivo. Stretti legami l'univano alle istituzioni scolastiche; per questa ragione, essa si ricollega direttamente alla rinascita carolingia; la si vede fiorire, passata la bufera, sull'esile stelo che i pedagoghi amici di Carlomagno avevano piantato, alla fine dell'ottavo secolo, nella barbarie franca. Come tutte le opere composte ai tempi di Ludovico il Pio e di Carlo il Calvo, quelle dell'Anno Mille subiscono evidentemente il fascino dei modelli dell'antichit latina e si studiano con diligenza di imitarli. Quanto ci  rimasto rientra dunque nei generi sviluppati dalla letteratura romana e manifesta strette somiglianze con gli auctores, le "autorit" conservate nelle biblioteche dell'Anno Mille e commentate dai maestri.  il caso di quasi tutte le opere delle quali ho riunito qui brani scelti - del poema, dedicato al re di Francia Roberto il Pio, che scrisse alla fine della sua vita, verso il 1030, il vescovo di Laon Adalberone, vecchio intrigante strettamente immischiato, come gi i prelati carolingi, nella politica regia, - delle lettere che Gerberto, il papa dell'Anno Mille, scrisse e pubblic pensando a Plinio e a Cicerone - infine, di tutte le biografie di personaggi sacri, re, santi o abati, che s'ispirano alla letteratura encomiastica antica, e specialmente dell'Epitoma vitae regis Roberti pii, la vita di re Roberto, che Elgaldo, monaco di Saint-Benot-sur-Loire, redasse tra il 1031 e il 1041. Quanto alle opere propriamente storiche, esse meritano un pi attento esame.
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Scrivere la storia.
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Queste opere sono relativamente molto abbondanti Al tempo della rinascita carolingia, che introdusse tutta la cultura scritta in un ambito strettamente ecclesiastico, l'impegno di portare avanti la tradizione romana e di seguire le tracce di Tito Livio o di Tacito era stato, in effetti, fortemente stimolato da un altro atteggiamento intellettuale, il senso della durata intrinseco alla religione cristiana. Perch il cristianesimo sacralizza la storia, la trasforma in teofania. Nei monasteri, che furono i principali focolai culturali all'epoca di Carlomagno e lo ridiventarono nell'Anno Mille, la pratica della storia s'inseriva con tutta naturalezza fra gli esercizi religiosi. E quando dei riformatori ansiosi di ascetismo, che perseguitavano fin negli esercizi dello spirito tutte le occasioni di piacere, distolsero i monaci dalla consuetudine con le lettere pagane, gli storici restarono pressoch soli, tra gli autori profani, a sfuggire ai loro sospetti. Si conoscono, per un anno situato verso la met dell'undicesimo secolo, i libri distribuiti ai monaci di Cluny per le loro letture quaresimali: nella proporzione di uno a dieci, i membri della comunit ricevettero opere storiche, la maggior parte cristiane: Beda il Venerabile, Orosio, Giuseppe, ma anche pagane, come Tito Livio. Si riteneva che i testi che conservavano la memoria del passato potessero in due modi contribuire a quella grande impresa di cui le abbazie erano allora i cantieri, cio alla costruzione del regno di Dio. Essi offrivano infatti, anzitutto, degli esempi morali; potevano dunque guidare il cristiano nella sua progressione spirituale, metterlo in guardia contro i pericoli, orientarlo verso le rette vie; in una parola, edificavano. D'altra parte e soprattutto, testimoniavano l'onnipotenza di Dio che, con l'Incarnazione, si era lui stesso inserito nella durata della storia; celebrando gli atti degli uomini che aveva ispirati lo Spirito Santo, manifestavano la gloria divina.
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Nel prologo del suo libro Delle Meraviglie, scritto verso il 1140, l'abate di Cluny, Pietro il Venerabile, cos definisce i meriti dell'opera storica e la sua utilit: "Buone o cattive, tutte le azioni che si compiono nel mondo, volute o permesse da Dio, devono servire alla gloria e all'edificazione della Chiesa. Ma se non sono conosciute, come possono concorrere a lodare Dio e a edificare la Chiesa?" Scrivere la storia  dunque un'opera necessaria, intimamente associata alla liturgia; per vocazione, spetta al monaco di esserne il principale artefice; bisogna incitarlo perch si metta al lavoro, e Pietro il Venerabile cos prosegue la sua esortazione:
L'indifferenza che si ripiega nella sterilit del silenzio  divenuta ormai tale, che tutto ci che si  verificato da quattro o cinquecento anni nella Chiesa di Dio o nei regni della cristianit,  a noi, come a ciascuno, quasi ignoto. Tale  il divario tra la nostra epoca e le epoche che l'hanno preceduta, che conosciamo benissimo certi avvenimenti che risalgono a cinquecento o a mille anni fa, mentre ignoriamo i fatti successivi, e quegli stessi che hanno avuto luogo ai giorni nostri.
Quando, cento anni prima, Rodolfo il Glabro, il migliore storico dell'Anno Mille, dedicava la sua opera a un altro abate di Cluny, Odilone, faceva un'osservazione analoga :
Le giustissime lagnanze che ho spesso udito esprimere dai nostri dotti confratelli, e talora da voi stessi, mi hanno toccato: ai giorni nostri, non vi  nessuno che tramandi a quelli che verranno dopo di noi un qualunque resoconto dei molteplici fatti, per nulla trascurabili, che si manifestano tanto in seno alle chiese di Dio quanto fra i popoli. Lo stesso Salvatore ha dichiarato che fino all'ultima ora dell'ultimo giorno far nel mondo cose nuove, con l'aiuto dello Spirito Santo e con il Padre. Ma nello spazio di circa duecento anni, cio dopo Beda, prete in Gran Bretagna, e Paolo, diacono in Italia, non si  trovato nessuno che, animato da un tale disegno, abbia lasciato ai posteri il minimo scritto storico. L'uno e l'altro di essi, del resto, ha scritto solamente la storia del suo popolo, o del suo paese; mentre, evidentemente, sia nel mondo romano sia nelle regioni d'oltremare o barbare, sono avvenute molte cose che, affidate alla memoria, sarebbero assai proficue agli uomini e gioverebbero a indurli soprattutto alla prudenza. E si pu affermare altrettanto dei fatti che, si dice, si sono moltiplicati intorno al millesimo anno del Cristo nostro Salvatore. Ecco perch, nei limiti delle mie possibilit, obbedisco alla vostra raccomandazione e alla volont dei nostri confratelli(1).
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A quel tempo, esistevano quattro generi di scritti storici:
1. Gli Annali, anzitutto, dove si registravano anno per anno i principali avvenimenti conosciuti. Questa forma era stata brillantemente praticata nei monasteri carolingi. Non ne restano pi nell'Anno Mille che dei residui, sempre pi scarni. Nel manoscritto degli Annales Floriacensis, tenuto nell'abbazia di Fleury, cio di Saint-Benot-sur-Loire, sette anni soltanto, dopo l'Anno Mille, sono oggetto di un'annotazione: il 1003, 1004, 1017, 1025, 1026, 1028, 1058-60(2). Gli Annales Beneventani(3) furono continuati, a Santa Sofia di Benevento, fino al 1130; mentre gli Annales Viridunenses(4), del monastero di San Michele di Verdun, s'interruppero dopo il 1034.
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2. Le Cronache sono annali ripresi, elaborati da un autore, che ne fa un'opera letteraria. Nell'epoca di cui ci occupiamo, tre opere di questo tipo sono importanti.
a) Il Chronicon Novaliciense(5) fu composto prima del 1050 nell'abbazia di Novalesa, situata su uno dei grandi valichi alpini; distrutta dai Saraceni, era stata restaurata verso l'Anno Mille.
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b) Otto libri di Cronache(6), si devono al vescovo Titmaro di Merseburgo. Nato nel 976 da un conte sassone, quest'uomo  tra i migliori rappresentanti della fioritura culturale che conobbe la Sassonia, una delle contrade fino ad allora pi selvagge d'Europa, quando i suoi principi, nel corso del decimo secolo, ascesero al trono di Germania e poi all'Impero. Nei loro castelli, eressero dei vescovati (come Merseburgo, fondata nel 968) e dei monasteri, che furono sede di una nuova renovatio, d'una ripresa della rinascita carolingia. Educato nel monastero di San Giovanni di Magdeburgo, Titmaro divenne prete nel 1003, e si leg all'arcivescovo del luogo, grazie al quale nel 1009 divenne vescovo. Egli scrisse alla fine della vita le sue Cronache, che pot condurre fino al 1008.
c) Ademaro di Chabannes, come Titmaro, fu dapprima monaco, poi accedette al sacerdozio e si aggreg alla cerchia di un vescovo. Nato verso il 988, in un ramo laterale di una grande famiglia della nobilt limosina, l'avevano presentato giovanissimo all'abbazia di San Cibardo di Angoulme. Ma due suoi zii ricoprivano alte cariche nel monastero di Limoges, dove si venerava la tomba di san Marziale, il santo protettore dell'Aquitania. Essi attirarono Ademaro in quell'importantissimo centro culturale, dove fu formato alle belle lettere. Ritornato ad Angoulme, tra i preti assegnati alla cattedrale, egli si diede a scrivere. La sua Cronaca(7)  molto ampia e assume l'andamento di una vera storia, quella di tutto il popolo Franco. Veramente, i due primi libri e la met del terzo non sono che compilazioni; l'ultima parte sola  originale e, quando supera l'anno 980, diviene in realt una cronaca dell'aristocrazia dell'Aquitania. Rimaneggiamenti e aggiunte posteriori alterano un testo che pone alla critica erudita gravi problemi.
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3. Si possono considerare come opere di storia i Libri di Miracoli che furono composti nelle grandi basiliche mete di pellegrinaggi, nei pressi dei reliquiari pi venerati, con lo scopo, appunto, di diffonderne la fama. Essi narrano i prodigi operati dalla virt dei corpi santi. Sono opere composite; pi redattori, uno dopo l'altro, hanno raccolto degli aneddoti; per questa stessa successione, s'introduce nella relazione la cronologia. Due raccolte di questo genere sono molto importanti per la conoscenza della Francia intorno all'Anno Mille.
a) A quell'epoca, l'abbazia di Fleury-sur-Loire era uno dei focolai pi radiosi della vita monastica; era vicina a Orlans, la residenza principale del re di Francia, e pretendeva di conservare le reliquie di san Benedetto da Norcia, patriarca dei monaci d'Occidente. Vi si coltivava pi che altrove il genere storico. Aimoino, autore di una Historia Francorum, cominci verso il 1005 ad aggiungere due libri a una prima raccolta di Miracoli, composta in onore di san Benedetto alla met del nono secolo. Egli tratt da storico il libro secondo, e introdusse la descrizione dei prodigi in un racconto di salda struttura cronologica; ma nel libro terzo li ordin regione per regione. Su un piano simile, un altro monaco, Andrea, intraprese dopo il 1041 a raccontare i nuovi miracoli; vi frammezz, come i cronisti, frequenti allusioni agli avvenimenti politici, alle intemperie, alle meteore(8).
b) Bernardo, che era stato allievo della scuola episcopale di Chartres e dirigeva verso il 1010 quella di Angers, visit, stupefatto, le reliquie di santa Fede a Conques; comp di nuovo, in due riprese, il pellegrinaggio e offr al vescovo Fulberto di Chartres, uno dei grandi intellettuali dell'epoca, un resoconto delle meraviglie che si verificavano presso la celebre statua-reliquiario. Questo testo costituisce i due primi libri del Liber miraculorum sancte Fidis(9); gli altri due sono opera di un continuatore dell'undicesimo secolo.
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4. Di vere e proprie Storie, ne conosciamo allora soltanto tre.
a) Dudone, decano della collegiata di San Quintino in Vermandois, redasse per i "duchi dei pirati" una Storia dei Normanni, "tre libri sui costumi e le gesta dei primi duchi di Normandia", che port avanti fino al 1002.
b) Quattro libri di Storie, che abbracciano un periodo compreso tra l'888 e il 995, sono opera di Richero, monaco a San Remigio di Reims(10).
c) Altro monaco, ma indocile e irrequieto, Rodolfo, detto il Glabro, and vagando fra diversi monasteri borgognoni, dove le sue doti letterarie lo fecero ben accogliere nonostante i suoi difetti. A San Benigno di Digione si lega a Guglielmo di Volpiano, fiero eroe della riforma religiosa, che lo esorta a farsi storico. Sembra che abbia terminato a Cluny, verso il 1048, cinque libri di Storie, una storia del mondo dall'inizio del decimo secolo dedicata all'abate sant'Odilone(11). Rodolfo non gode di buona fama. Si dice che  pettegolo, credulo, maldestro, e si trova verboso il suo latino. Non conviene, per, giudicare la sua opera in funzione delle nostre abitudini mentali e della nostra logica. Se si cerca di entrare nel suo modo di vedere e di procedere, egli, appare subito il miglior testimone del suo tempo, e di gran lunga.
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3. Le testimonianze e l'evoluzione culturale
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Rodolfo appartiene ad una corrente che  in piena fioritura, cio al monachesimo cluniacense; Richero a un mondo che sta scomparendo, a quel tipo di cultura episcopale che aveva brillato a Reims nel nono secolo, ai tempi d'Incmaro, ma che ha cessato di aver autorit dopo l'Anno Mille; la vecchia scuola storica carolingia scompare con lui, e con gli annali che si esauriscono.  sufficiente dunque fare l'inventario di questa letteratura storica, e osservare il modo in cui si trova ripartita nell'ambito della cristianit latina, per cogliere un movimento delle basi culturali, che partecipa al grande rivolgimento delle strutture di cui l'Occidente fu teatro al tempo del millenario.
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Una visuale monastica.
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Tutte queste opere, come ho detto, derivano dalla rinascita carolingia. Ora, tale rinascita potenziava l'episcopato, le cattedrali e le scuole che vi erano annesse. Quando, verso l'840, portava i pi bei frutti, tutti i grandi uomini - tutti i grandi scrittori - erano dei vescovi. Ma l'et aurea dei vescovi  passata alla fine del decimo secolo; la loro funzione si va riducendo, parallelamente a quella dei re. Essi conservano un certo prestigio solo presso i troni. Effettivamente, nel nostro elenco di opere letterarie non figurano pi che due soli nomi di vescovi, entrambi legati a case reali: Titmaro ai re dell'Est, gli imperatori sassoni; Adalberone al re dell'Ovest, Roberto di Francia. Nei paesi occidentali, dove l'evoluzione  pi precoce e dove sono pi attive le forze disgregatrici che, a un tempo, minano i fondamenti del potere monarchico e coinvolgono il ministero sacerdotale negli interessi temporali, il declino politico della carica episcopale appare pi pronunciato. Il libello di Adalberone  del resto una critica aspra della crisi dell'autorit regia, connessa con l'ingerenza dei monaci negli affari pubblici. Quanto alla biografia di re Roberto, non  opera di un chierico di corte: essa  monastica, viene scritta a Saint-Benot-sur-Loire ed esalta quanto s'accorda, nel comportamento del sovrano, con l'ascetismo e con la vocazione liturgica del monachesimo. Perch l'Anno Mille  veramente, di nuovo, l'epoca dei monaci. Tutti gli storici che ho citato furono educati nei monasteri, e i pi non ne uscirono. Meglio inserite nel quadro della vita materiale, che ha una fisionomia esclusivamente agricola, meglio disposte a soddisfare le esigenze della devozione laica, perch custodivano reliquie, perch erano circondate di cimiteri, perch vi si pregava tutto il giorno per i vivi e per i defunti, perch accoglievano i fanciulli di nobile famiglia e i vecchi signori vi si ritiravano per morire, le abbazie d'Occidente furono colte prima del clero delle cattedrali da quello spirito di riforma che rialz le loro rovine, ripristin l'osservanza delle regole, fortific la loro azione salvatrice e fece affluire verso di esse le elemosine. Le donazioni pie non vanno allora ai vescovi ma agli abati, e i cartulari episcopali sono molto pi sottili di quelli dei monasteri. Fra questi ultimi trovano posto le pi alte espressioni della cultura: i grandi monumenti dell'arte romanica hanno a che fare con le abbazie, non con le cattedrali. Quasi tutto ci che possiamo intravedere di questo periodo, lo scorgiamo con gli occhi dei monaci.
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Notazioni locali.
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Allo spostamento dei poli culturali si aggiunge un secondo mutamento, geografico questo. La rinascita carolingia aveva favorito i paesi propriamente franchi, la regione tra la Loira e il Reno. Un esame attento della letteratura storica mostra che la zona un tempo privilegiata ha perso il passato splendore, e  fermenti d'attivit intellettuale tendono a dilatarsi verso la periferia dell'antico impero. Verso la Sassonia, che fu un rifugio nel decimo secolo per le comunit religiose in fuga davanti ai predoni ungari o normanni; i cui principi, divenuti imperatori, attirarono ad esse le reliquie, i libri e gli uomini di scienza; dove si formavano i missionari destinati a convertire i cristiani pagani del Nord e dell'Est. Verso l'antica Neustria, gi prostrata dalle incursioni scandinave, ma le cui capacit di feconda ripresa si stanno ricostituendo attorno a Rouen, a Chartres, a Orlans. Verso la Gallia meridionale soprattutto, la Borgogna e l'Aquitania, verso queste contrade romane per lungo tempo soggette allo sfruttamento franco, sempre indocili, ma ormai liberate dal giogo carolingio, in grado di mettere a frutto il loro patrimonio culturale attorno ai grandi monasteri forniti di reliquie, tra i quali si estende a poco a poco l'influenza della congregazione di Cluny. Tale dispersione riflette il definitivo disfacimento dell'impero.
Tutti gli storici dell'epoca, gli annalisti, i cronisti, e soprattutto quanti hanno cercato di elaborare una vera e propria storia, continuarono ad essere persuasi dell'unit del popolo di Dio, identificato con la cristianit latina, e affascinati dal mito imperiale, espressione di una tale coesione.
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Dunque, - dice Rodolfo il Glabro, - dall'anno 900 del Verbo incarnato che tutto crea e vivifica, fino ai nostri giorni, parleremo degli uomini illustri che hanno acquistato fama nel mondo romano, servitori della fede cattolica e della giustizia, basandoci su relazioni degne di fede e su quanto abbiamo veduto; parleremo anche degli eventi, numerosi e memorabili, che si sono verificati tanto nelle sante chiese quanto nell'uno e nell'altro popolo; ed  anzitutto a quell'impero che un tempo fu universale, all'impero romano, che abbiamo dedicato la nostra storia(12).
Ma in realt la materia stessa di queste diverse opere storiche rispecchia la recente disgregazione del mondo occidentale. L'alta aristocrazia che un tempo era tutta raccolta intorno a un solo capo, il signore dell'impero franco, mentre ogni famiglia aveva possedimenti sparsi in tutte le province d'Occidente, appare ora divisa; poche grandi casate dominano ciascuna una regione eretta a principato. Negli scritti di Dudone di San Quintino s'inaugura una storiografia locale, interamente dedicata a celebrare una dinastia. Non pi quella del re, ma quella di un principe. Titmaro parla quasi esclusivamente della Sassonia e dei suoi confini slavi, e mostra grande interesse per gli imperatori, ma proprio in quanto sono sassoni. L'Aquitania sola, e pi esattamente l'Angumese e il Limosino, compaiono nella cronaca di Ademaro quando egli cessa di utilizzare le opere d'altri autori. Questa progressiva delimitazione della curiosit e dell'informazione storica deriva dal grande movimento che si sviluppa nell'Anno Mille, movimento che fraziona il potere e lo rende locale, costituendo cos l'Europa nelle strutture feudali.
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4. Per una storia degli atteggiamenti mentali.
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Poich la documentazione raccolta in questo volume  attinta quasi interamente ad opere letterarie, conviene precisare il contributo che esse possono recare oggi alla conoscenza storica.
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1. Inutile interrogarle sulle condizioni della vita materiale. Nell'Anno Mille, la realt quotidiana non interessa affatto gli storici, n i cronisti, e ancor meno gli annalisti. Al contrario - ritorner su questo punto -  l'eccezionale, l'inconsueto, ci che interrompe il corso ordinato delle cose, che solo merita ai loro occhi qualche attenzione. Veramente, gli atti giuridici compilati nelle cancellerie non forniscono molti pi indizi sulle circostanze comuni e sul corso normale dell'esistenza; tutt'al pi qualche tratto isolato, il cui senso si chiarisce solo in relazione a quanto si pu intuire con altri mezzi dei tempi che hanno preceduto e seguito quest'epoca. Tanto basta per intravedere un mondo selvaggio, una natura quasi vergine, uomini assai poco numerosi, provvisti di attrezzi rudimentali, che lottano con le mani nude contro le forze vegetali e le potenze della terra, incapaci di dominarle, strappando loro a fatica uno scarso nutrimento, rovinati dalle intemperie, flagellati periodicamente dalla carestia e dalle malattie, costantemente assillati dalla fame. Basta per discernere una societ molto gerarchizzata, masse di schiavi, un popolo contadino nella pi squallida miseria, completamente sottomesso al dominio di poche famiglie che si dispiegano in rami pi o meno illustri, ma che la forza dei legami di parentela raccoglie saldamente attorno a un unico tronco. Basta per scorgere altres pochi potenti signori della guerra o della preghiera, che percorrono a cavallo un mondo miserabile e s'impadroniscono delle sue povere ricchezze per ornare la propria persona, il proprio palazzo, le reliquie dei santi e le dimore di Dio.
2. La politica si discerne pi chiaramente in questi testi, molti dei qual furono scritti in lode di principi: questi uomini che Dio aveva incaricato di guidare il popolo e i cui atti parevano allora segnare il corso della storia:
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Come taluno, percorrendo le vaste regioni del mondo o navigando sull'ampia distesa dei flutti, si volge sovente verso le vette dei monti o le cime degli alberi, e vi dirige lo sguardo affinch questi punti di riferimento, riconosciuti da lontano, l'aiutino a raggiungere senza sviarsi la meta del suo viaggio, - cos, mentre desideriamo far conoscere il passato alla posterit, fermiamo spesso, durante la narrazione, il nostro discorso e la nostra attenzione sulle figure degli uomini pi illustri, affinch grazie ad essi questa stessa narrazione acquisti in evidenza ed appaia pi sicura(13).
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In primo piano campeggiano l'Imperatore e il Re (cio il re di Francia), i due monarchi eredi di Carlomagno e di Cesare, che vegliano congiuntamente sul benessere del mondo. Ma gi compaiono i capi di province che i progressi del frazionamento feudale costituiscono in posizione d'autonomia: un duca di Normandia, un conte d'Angoulme. Ademaro di Chabannes riconosce a Guglielmo il Grande, duca d'Aquitania, tutti gli attributi della sovranit e fa uso, per tracciare il suo ritratto, delle forme retoriche riservate un tempo alle biografie imperiali:
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Il duca d'Aquitania e conte di Poitiers, il gloriosissimo e potentissimo Guglielmo, si mostrava amabile con tutti, saggio e perspicace, di straordinaria accortezza, di liberalissima generosit, difensore dei poveri, protettore dei monaci, edificatore e amico delle chiese, e soprattutto amico della santa Chiesa romana...
Dovunque andasse, dovunque tenesse pubbliche assemblee, dava l'impressione d'essere un re piuttosto che un duca, per il decoro e la magnificenza che circondava la sua persona. Non soltanto sottomise al suo potere tutta l'Aquitania, al punto che nessuno osava alzare la mano contro di lui, ma godette l'amicizia del re di Francia. Di pi, si era ingraziato il re di Spagna Alfonso, il re Sancio di Navarra e anche il re di Danimarca e d'Inghilterra, Canuto, al punto che ogni anno gli mandavano ambascerie cariche di preziosi doni, e lui stesso le rimandava con regali ancor pi preziosi. Con l'imperatore Enrico fu legato da tale amicizia, che ambedue si onoravano a vicenda di doni. E, tra altri doni innumerevoli, il duca Guglielmo invi all'imperatore una grande spada d'oro fino, sulla quale erano incise queste parole: Enrico imperatore Cesare Augusto. I pontefici romani, quando si recava a Roma, lo accoglievano con grande riverenza, come fosse stato il loro imperatore augusto, e tutto il senato romano lo acclamava come suo patrono. Poich il conte d'Angi, Folco, gli aveva reso omaggio, gli concesse in feudo Loudun e diversi castelli della regione del Poitou, come Saintes e alcuni altri centri. Questo stesso duca, quando vedeva un chierico che brillava per cultura, lo circondava di ogni riguardo. Cos il monaco Rinaldo, soprannominato Platone, in grazia della sua dottrina fu da lui costituito abate del monastero di San Massenzio. Cos pure fece venire dalla Francia il vescovo di Chartres, Fulberto, uomo di segnalata dottrina, gli affid la tesoreria di Sant'Ilario e dimostr pubblicamente tutto il rispetto che gli portava... Il duca era stato fin dall'infanzia istruito nelle lettere e conosceva assai bene le Scritture. Conservava nel suo palazzo un gran numero di libri, e quando per caso la guerra gli lasciava qualche momento di ozio, lo dedicava a leggere, passando lunghe notti a meditare tra i libri, finch non era vinto dal sonno. Cos era solito fare l'imperatore Ludovico, cos suo padre Carlomagno. Anche Teodosio, l'imperatore vittorioso, si dedicava con assiduit, nel suo palazzo, non solo a leggere, ma anche a scrivere. E Ottaviano Cesare Augusto, dopo la lettura, non era affatto pigro a scrivere di propria mano la storia delle sue battaglie, le gesta dei Romani e ogni sorta d'altre cose(14).
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Tuttavia, poich tutti questi scritti concentrano il loro interesse sui sovrani e sui signori pi influenti e poich l'eccezionale assorbe tutta la loro attenzione, essi rivelano ben poco delle circostanze che, in quello stesso periodo, trasformavano completamente il gioco e la ripartizione dei poteri. Della vita politica ci mostrano l'avvenimento, cio la superficie, non le strutture. Gi, nella Gallia meridionale, i principati regionali subivano essi stessi i colpi delle forze disgregatrici che poco prima li avevano liberati dall'autorit monarchica. Ora, le varie opere storiche non insegnano pressoch nulla dei castelli, punti d'appoggio delle potenze nuove, n di quel gruppo sociale che, in Francia, prese corpo per l'appunto tra il 980 e il 1040, la classe dei cavalieri. I pi lucidi degli storici dell'epoca sono restii ad impiegare termini che cominciavano allora a comparire nelle carte e nei documenti per definire le nuove situazioni sociali. Quei titoli sembravano loro troppo volgari, troppo indegni di un testo che mirava ad eguagliare i classici: prigionieri del loro vocabolario e della loro retorica, qugli storici sono del tutto incapaci di tracciare nella sua realt attuale la gerarchia degli statuti personali.
3. Tuttavia questi testi, ed  qui il loro pregio maggiore, recano un contributo insostituibile alla storia degli atteggiamenti mentali e delle rappresentazioni della psicologia collettiva. La loro testimonianza, senza dubbio, rimane limitata, poich proviene da una cerchia molto ristretta, quella degli "intellettuali", e presenta soltanto il punto di vista degli uomini di Chiesa, o pi precisamente dei monaci. Mentalit chiusa per definizione: ritirarsi tra le mura di un convento non significava rinunciare al mondo, rompere, fuggire? E vivere ormai, nella piccola isolata comunit che prescrive la regola benedettina, per un solo servizio, la celebrazione liturgica della gloria di Dio? Visione deformata, e incupita da un pessimismo inerente alla stessa vocazione monastica, che fugge la societ umana perch corrotta e sceglie le privazioni della penitenza.
Aggiungo che il messaggio di questi testi si trova singolarmente impoverito dalla necessit di tradurli. Le stesse modalit dell'espressione non si rivelano infatti, nella prospettiva di una storia psicologica, molto istruttive di per s? Quella retorica ampollosa, della quale i critici di Rodolfo il Glabro condannano la gonfiezza, le parole, i loro accostamenti, l'andamento della frase, i legamenti, i ritmi, la cui scelta determinava allora tutta l'arte della scrittura, propongono agli specialisti della linguistica e di una psicologia delle mediazioni un ricco materiale ancora inesplorato, la cui attenta analisi promette d'essere appassionante. Esigenze tecniche impongono di tradurre questi documenti, o piuttosto di darne una trasposizione in qualche punto forse arbitraria. Ora lasciamoli parlare, e cerchiamo d'intravedere per il loro tramite come i loro autori hanno visto l'Anno Mille, come hanno vissuto quest'epoca di speranza e di timore, e si sono preparati ad affrontare quella che fu per essi quasi una nuova primavera del mondo.
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Capitolo 1. Il senso della Storia.
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1.1. A mille anni dall'incarnazione.
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Dell'et feudale, rimane una sola cronaca che parla dell'Anno Mille come di un anno tragico: quella di Sigeberto di Gembloux. Si videro in quei giorni, narra il testo, molti prodigi, uno spaventoso terremoto, una cometa dalla coda folgorante; la luce vivida e intensa inond fin l'interno delle case, e nel cielo che pareva fendersi tracci l'immagine di un serpente. L'autore di tale testo aveva trovato menzione del sisma negli Annales Leodienses. Ma gli altri particolari, da quale fonte li attingeva? In ogni caso, non dalla propria esperienza: egli scriveva molto pi tardi, all'inizio del dodicesimo secolo; non aveva visto niente di persona. Resta il fatto che sulla sua parola venne a fondarsi la leggenda di cui si trovano le prime tracce nel sedicesimo secolo. Gli Annali di Hirsau, compilati a quell'epoca, riprendono e coloriscono il contenuto della Chronographia di Sigeberto:

Nell'anno mille dell'incarnazione violenti terremoti fecero tremare l'Europa intera, distruggendo dappertutto edifici solidi e magnifici. Lo stesso anno apparve nel cielo un'orribile cometa. Molti al vederla credettero fosse l'annunzio dell'ultimo giorno...

Ecco l'aggiunta gratuita: dei terrori dell'Anno Mille, infatti, la cronaca di Sigeberto di Gembloux non diceva nulla.

Ma quando si prendono in esame gli scritti storici redatti da contemporanei, si scopre con sorpresa che quasi tutti danno scarso rilievo al millesimo anno dell'incarnazione. Esso passa inavvertito negli Annali di Benevento, in quelli di Verdun, in Rodolfo il Glabro. Si legge negli Annali di Saint-Benot-sur-Loire una notizia assai ampia sull'anno 1003, che si segnal per inondazioni insolite, un miraggio, la nascita di un mostro che i genitori affogarono; ma il posto del millesimo anno dell'incarnazione rimane vuoto. Un tale silenzio, in verit, non  molto significativo. Tutti questi testi non furono scritti dopo la fine di quell'anno, cio passata la grande paura, se paura ci fu, e in un momento in cui, dato che i timori si erano rivelati vani, non sembrava affatto necessario parlarne? Non  lecito dunque trascurare altri indizi. Eccone due.
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Il sogno di Ottone terzo.
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Senza precisare la data, un manoscritto della cronaca di Ademaro di Chabannes rievoca uno degli avvenimenti pi notevoli che si verificarono nell'Anno Mille, e che  riferito anche da Titmaro e dalla Cronaca di Novalesa.

In quei giorni l'imperatore Ottone fu avvertito in sogno di esumare il corpo dell'imperatore Carlomagno, che era sepolto ad Aquisgrana. Ma, poich col tempo se n'era perduta la memoria, nessuno conosceva il luogo preciso dove riposava. E dopo un digiuno di tre giorni, fu rinvenuto proprio nel punto dove l'imperatore l'aveva visto in sogno, seduto su una cattedra d'oro, nella cripta a volta sotto la basilica di Santa Maria; era incoronato di una corona d'oro e gemme, portava lo scettro e la spada d'oro fino, e il suo corpo stesso fu ritrovato incorrotto. Lo si esum per esporlo alla vista del popolo. Ora, uno dei canonici del luogo, Adalberto, uomo di corporatura e di statura colossale, prese la corona di Carlo, e, come per misurarla, ne cinse la propria testa; si vide allora che il suo cranio era pi stretto: la corona era cos larga che gli circondava tutta la testa. Misurando poi la sua gamba con quella del sovrano, si trov pi piccolo; e subito, per virt divina, la sua gamba si ruppe. Egli visse ancora quarant'anni e rest sempre infermo. Il corpo di Carlo fu deposto nell'ala destra della stessa basilica, dietro l'altare di san Giovanni Battista; e sopra fu costruita una magnifica cripta dorata, ed egli prese a segnalarsi con molti miracoli. Tuttavia non lo si onora di una solennit speciale; si celebra semplicemente il suo anniversario come quello dei defunti ordinari(15).

Per cogliere tutto il senso di questa cerimonia, conviene richiamarsi al Trattato sull'Anticristo, scritto nel 954 da Adsone, abate di Montier-en-Der. Si rivolgeva a coloro che aspettavano con inquietudine il giorno del Giudizio; basandosi su san Paolo, li rassicurava, affermando che la fine dei tempi non sarebbe sopravvenuta "prima che tutti i regni della terra non si fossero separati dall'Impero romano, al quale erano stati precedentemente sottomessi". Cos, ai letterati del decimo secolo, il destino dell'universo appariva intimamente legato a quello dell'Impero: il disgregamento di questa struttura portante della citt terrestre doveva precedere il ritorno al caos e la distruzione di tutto. Perci, l'esposizione delle reliquie di Carlomagno ad Aquisgrana, come del resto tutto il comportamento dell'imperatore Ottone terzo nei quattro anni che precedettero il millenario, il suo spirito di penitenza, la sua volont di ristabilire a Roma la capitale dell'Impero, e di "rinnovare" fondamentalmente l'Impero stesso ponendolo in pi stretta connessione con i precedenti romani e carolingi, non potevano essere interpretati come misure propiziatorie destinate a scongiurare uh imminente pericolo?... Quando fiss la propria sede sull'Aventino, quando tolse dalla spoglia di Carlomagno, per portarla lui stesso, la croce d'oro, segno di vittoria, l'imperatore dell'Anno Mille non era spinto dall'angoscia del popolo, e dalla propria angoscia, a consolidare con gesti simbolici i fondamenti del mondo?
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A proposito della fine del mondo...
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Altra testimonianza, pi esplicita, sulle credenze popolari, su un'ansiet latente da cui traevano partito i predicatori di penitenza,  quella di Abbone, abate di Saint-Benot-sur-Loire. Egli ricorda un episodio della sua giovinezza, un avvenimento che pu essere datato intorno al 975.

A proposito della fine del mondo, sentii predicare al popolo in una chiesa di Parigi che l'Anticristo sarebbe venuto alla fine dell'anno mille e che il giudizio universale sarebbe seguito di poco. Contrastai energicamente questa opinione, basandomi sui Vangeli, sull'Apocalisse e sul libro di Daniele(16).

Certo, una persona colta, un maestro qual  Abbone non condivide questi timori, e, poich scrive nel 998,  anche lecito pensare che se, nell'immediata prossimit del millenario, essi fossero stati veramente forti tra il popolo cristiano, egli avrebbe cercato, per dissiparli, di svolgere con maggior ampiezza i suoi argomenti.. Resta tuttavia fuor di dubbio che, alle soglie dell'undicesimo secolo, un sentimento di attesa era annidato in seno alla coscienza collettiva.
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1.2. L'attesa.
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Per il cristianesimo, la Storia  orientata. Il mondo ha un'et. Dio, a un certo momento, l'ha creato. Egli si  scelto allora un popolo, di cui guida il cammino. Un certo anno, un certo giorno, ha preso corpo Lui stesso fra gli uomini. Alcuni testi, quelli della Sacra Scrittura, permettono di calcolare alcune date, quella della creazione, quella dell'incarnazione, e dunque di riconoscere i ritmi della Storia. Gli stessi testi - quelli che utilizza Abbone -, Vangeli e Apocalisse, annunciano che il mondo un giorno finir. Si vedr sorgere l'Anticristo, che sedurr i popoli della terra. Poi il cielo si aprir per il ritorno del Cristo, venturo nella gloria a giudicare i vivi e i morti. Nel Regno, nella Gerusalemme celeste si concluder la lunga processione del popolo di Dio. Per affrontare il giorno dell'ira, conviene tenersi pronti. I monaci danno l'esempio: hanno rivestito l'abito di penitenza e si sono posti tra le avanguardie della marcia collettiva. Il loro sacrificio non ha senso che nell'attesa. Essi la mantengono viva, essi esortano ciascuno a spiare i prodromi della Parusia.
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Millenium.
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Ora, una pagina della Scrittura, il capitolo 20 dell'Apocalisse, fornisce la chiave di una cronologia del futuro:

Poi vidi un angelo che scendeva dal cielo tenendo in mano la chiave dell'abisso, con l'enorme catena. Egli afferr il dragone, l'antico serpente - che  il diavolo, Satana - e l'incaten per mille anni. Lo gett nell'abisso, chiuse sopra di lui i chiavistelli e pose i sigilli, perch cessasse di traviare le nazioni, fino al compimento dei mille anni, dopo i quali dev'essere liberato per qualche tempo.
... Trascorsi i mille anni, Satana verr sciolto e uscir dalla sua prigione a sedurre le nazioni che sono ai quattro angoli della terra, Gog e Magog, per adunarle a battaglia, numerose come la sabbia del mare...

Vale a dire che "trascorsi i mille anni", il male dilagher nel mondo e comincer l'epoca delle tribolazioni.  questo il fondamento del millenarismo. Monaco, formato alle tecniche del computo ecclesiastico, cio appunto al calcolo dei ritmi del tempo, pienamente convinto che la storia  ordinata per cadenze regolari, avvezzo a chiarire il mistero facendo ricorso alle analogie e alle virt mistiche dei numeri, Rodolfo il Glabro propone alla storia dell'umanit questa periodizzazione:

E come lo stesso Creatore, quando diede origine e impulso alla grande macchina del mondo, impieg sei giorni per compiere la sua opera, e, ci fatto, si ripos il settimo giorno, cos per seimila anni ha provveduto ad istruire gli uomini, mostrando loro frequenti e significativi prodigi. Cos dunque, nei secoli passati, nessun'epoca  trascorsa senza vedere di quei segni miracolosi che proclamano il Dio eterno, fino a quella - la sesta della storia del mondo - in cui il grande Principio dell'universo apparve su questa terra con sembianze umane. E nella settima si crede che avranno fine i molteplici travagli di questa vita terrena, perch senza dubbio tutto ci che ha avuto un inizio trovi nell'autore del suo essere la fine pi conveniente al suo riposo(17).
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L'anno 1033.
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Ma quale millenario in verit? Quello della nascita o quello della morte di Ges? Quello dell'incarnazione o quello della redenzione? Nel cristianesimo dell'undicesimo secolo, la Pasqua era assai pi importante del Natale. Intorno a questa festa si organizzava il ciclo liturgico; essa segnava l'inizio dell'anno. E nell'esistenza umana, in un'epoca in cui si sviluppavano i riti delle esequie e della celebrazione dei defunti, era l'anniversario del decesso di un uomo, e non quello, mal noto, del suo ingresso nel mondo, che formava oggetto d'attenzione e di cerimonie. Certo, l'era cristiana partiva dall'incarnazione. Ma, passato l'Anno Mille senza danno, non si doveva rinviare l'attesa fino all'anno 1033, considerato il millenario della Passione?

 appunto in funzione di un duplice millenium che Rodolfo il Glabro - scrivendo a cose fatte - dispone la sua storia. Egli ha scelto di raccogliere "gli eventi che, si dice, si sono moltiplicati intorno al millesimo anno del Cristo nostro Salvatore". Parte dall'anno 900, e procede finch gli sar possibile. Attorno all'Anno Mille scopre sintomi di corruzione che concordano con la profezia di Giovanni, secondo la quale Satana sar liberato dalle catene dopo mille anni compiuti.

Ma dopo i numerosi segni e prodigi che si verificarono nel mondo, sia prima sia dopo, comunque intorno al millesimo anno di Cristo Signore, non mancarono uomini avveduti e ingegnosi, i quali ne predissero di non meno considerevoli all'avvicinarsi del millenario della Passione del Signore; ci che accadde in effetti con evidenza(18).

Perch, a dire il vero, non tanto i fatti importavano a questi uomini, quanto i "segni e prodigi". La storia aveva per essi il solo compito di nutrire la meditazione dei fedeli, di stimolare la loro vigilanza, e perci di richiamare l'attenzione sugli avvertimenti che Dio largisce alle sue creature con "miracoli", con "presagi", con "profezie".

Bisogna infatti notare come progressivamente, dal principio del genere umano, si sia manifestata la conoscenza del Creatore. Per primo dunque Adamo, e con lui tutta la sua stirpe, proclama Dio suo creatore quando, privato delle gioie del Paradiso per la sua colpevole disobbedienza ai precetti divini, e condannato all'esilio, piange a gran voce la sua miseria. Ma dopo che il genere umano si fu moltiplicato e diffuso per tutta la terra, se la preveggente bont del suo Creatore non l'avesse ricondotto nel seno della sua misericordia, da molto tempo sarebbe tutto sprofondato senza rimedio nell'abisso del suo errore e del suo accecamento. Perci, fin dagl'inizi, i divini decreti del suo buon Creatore hanno suscitato per lui prodigiosi miracoli nelle cose, presagi straordinari negli elementi, e anche, sulla bocca dei pi grandi saggi, profezie destinate a inculcargli per via divina nello stesso tempo la speranza e il timore(19).
Quanto pi la fine del mondo si avvicina, tanto pi frequenti si vedono accadere queste cose di cui parlano gli uomini(20).

Ne parlano, se ne inquietano, s'interrogano sul senso nascosto di tali fatti, sugli avvertimenti che essi racchiudono. Prestano ascolto a coloro che con le virt e la dottrina li guidano verso il Regno, i chierici e i monaci che ci hanno lasciato la loro testimonianza. Ma questi, per decifrare la storia, utilizzavano le risorse del loro intelletto. Sulle loro abitudini mentali conviene dunque, prima di tutto, informarsi.
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Capitolo 2. I meccanismi mentali.
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2.1. Gli studi
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I nostri testimoni appartengono tutti al piccolo gruppo dei letterati, dei privilegiati che avevano frequentato le scuole. Ora  possibile, attraverso alcune fonti, conoscere la formazione che avevano potuto ricevere. Bench, su questo punto come sugli altri, questi documenti parlino solo delle eccezioni:  a proposito di Gerberto, il pi dotto degli uomini del suo tempo, che ci forniscono i maggiori ragguagli. Prima di essere nominato arcivescovo di Reims, poi di Ravenna, e di diventare infine, col nome di Silvestro secondo, il papa dell'Anno Mille, Gerberto aveva diretto la scuola episcopale di Reims. Nella sua storia, il suo discepolo Richero parla a lungo della scienza del maestro.
Egli descrive anzitutto come Gerberto aveva acquistato la sua istruzione. L'arcivescovo di Reims, Adalberone, impegnato nella riforma del suo clero,

cercava di educare opportunamente i figli della sua chiesa nelle arti liberali. Mentre deliberava fra s a tale riguardo, la stessa Provvidenza diresse a lui Gerberto, uomo di grande ingegno e di meravigliosa eloquenza, per il quale poi tutta la Gallia rifulse e sfolgor come una fiaccola ardente. Aquitano di nascita, era stato allevato fin dall'infanzia nel monastero del santo confessore Geraldo [a Aurillac] e istruito nella grammatica. Mentre, adolescente, proseguiva l i suoi studi, accadde che Borrell, duca della Spagna citeriore [la Catalogna], giunse in quello stesso monastero per pregare. L'abate del luogo lo ricevette con grande cortesia, e nel corso della conversazione gli domand se si trovassero in Spagna uomini molto esperti nelle arti [liberali]. Subito il duca rispose di si, e l'abate lo persuase senza indugio a prendere uno dei religiosi e a condurlo con s, perch apprendesse le arti. Il duca liberalmente condiscese alla richiesta, e col consenso dei fratelli condusse via Gerberto e lo affid da istruire al vescovo Attone [di Vich]. Presso di lui, Gerberto studi in profondit e con successo la matematica.
Ma poich la provvidenza voleva che la Gallia, ancora avvolta nelle tenebre, risplendesse di una grande luce, ispir al duca e al vescovo l'idea di recarsi a Roma per pregare. Terminati i preparativi, si misero in cammino e condussero con s l'adolescente che era stato loro affidato. Entrati nella citt, dopo aver pregato davanti ai santi apostoli, andarono a presentarsi al papa... di felice memoria e ad offrirgli dei loro beni ci che gli fosse gradito.
L'intelligenza dell'adolescente e la sua volont d'imparare non sfuggirono al papa. E poich la musica e l'astronomia erano allora completamente ignorate in Italia, subito il papa per mezzo di un legato fece sapere a Ottone, re di Germania e d'Italia, che l era giunto un giovane esperto di matematica e in grado d'insegnarla validamente. Subito il re consigli al papa di trattenere il giovane e di non offrirgli alcuna possibilit di ripartire. Al duca e al vescovo venuti con lui dalla Spagna il papa disse semplicemente che il re voleva per qualche tempo tenere il giovane presso di s, che lo avrebbe rimandato di l a poco con onore, e che avrebbe ricompensato la cortesia. Cos si persuasero il duca e il vescovo a ritornare in Spagna, lasciando il giovane a questa condizione.
Rimasto presso il papa, il giovane fu da questi presentato al re. Interrogato sulla sua arte, rispose che conosceva a fondo la matematica, ma voleva apprendere la scienza della logica. Poich gli premeva di riuscirvi, non rimase l per lungo tempo a insegnare.
A quell'epoca, G., arcidiacono di Reims, godeva di un'ottima reputazione come logico. Egli era stato inviato, proprio in quel periodo, da Lotario, re di Francia, a Ottone, re d'Italia. Al suo arrivo, il giovane si rec lietamente presso il re e ottenne di essere affidato a G. Si leg a G. per qualche tempo e fu da lui condotto a Reims. Da lui apprese la scienza della logica e progred rapidamente. Invece G., che si applicava alla matematica, fu vinto dalle difficolt di quest'arte e rinunci alla musica(21).

Questo testo molto illuminante dimostra:
1. che gli studi s'inserivano nel quadro delle sette arti liberali, gi mutuato dalle scuole del basso Impero ad opera dei pedagoghi carolingi. Del trivio, s'insegnava a San Geraldo d'Aurillac solo la grammatica (cio il latino), non la retorica n la dialettica (logica). In Catalogna, alle frontiere dell'Islam, la conoscenza del quadrivio (Richero parla di "matematica", e precisa: "musica e astronomia") era molto pi approfondita che altrove;
2. che non c'era, propriamente parlando, una scuola, ma il giovane chierico che voleva avanzare nello studio cercava per tutta la cristianit dei maestri, ai quali via via legarsi. E cercava anche dei libri. Di questa estrema mobilit, di questa continua caccia agli strumenti del sapere, si potr giudicare da due altre testimonianze.


Richero chiamato a studiare a Chartres.

Mentre riflettevo spesso e molto sulle arti liberali e avevo desiderio di apprendere la logica d'Ippocrate di Coo, incontrai un giorno nella citt di Reims un cavaliere di Chartres. Gli domandai chi fosse e di chi, perch e donde venisse; mi rispose d'essere inviato da Eribrando, chierico di Chartres, e di voler parlare a Richero, monaco di San Remigio. Udendo, sorpreso, il nome dell'amico e l'oggetto della missione, gli rivelai che ero io quello che cercava. Ci demmo un bacio e ci ritirammo in disparte. Subito estrasse una lettera che m'invitava alle letture degli Aforismi. Pieno di gioia, presi con me un domestico e mi apprestai a partire per Chartres...
Studiavo dunque assiduamente gli Aforismi d'Ippocrate presso il maestro Eribrando, uomo di grande generosit e di grande scienza. Poich non avevo potuto trovare l che la diagnostica delle malattie, e questa semplice conoscenza delle infermit non rispondeva alle mie attese, sollecitai da lui la lettura del libro intitolato Dell'accordo di Ippocrate, Galeno e Sorano. E l'ottenni, poich per un uomo cos esperto nell'arte, le propriet della farmacia, della botanica e della chirurgia non avevano segreti(22).


La corrispondenza di Gerberto: "copisti e libri..."

A Eberardo, abate di San Giuliano di Tours.

... della massima utilit saper parlare in modo persuasivo e contenere l'impeto degli animi esacerbati con la dolcezza della propria eloquenza. Per questo fine mi adopero a costituire una biblioteca. A Roma da lungo tempo, e in tutta Italia, in Germania e in Belgio, ho impiegato molto denaro a pagare copisti e libri, aiutato in ogni provincia dalla benevolenza e dall'interessamento dei miei amici. Permettete dunque che vi preghi di rendermi lo stesso servizio. Secondo le indicazioni che mi darete, invier ai copisti le pergamene e il denaro necessario, e a voi sar riconoscente del beneficio ricevuto...

A Rainardo, monaco di Bobbio.

... Tu sai con quale ardore cerco da ogni parte dei libri; e sai pure quanti copisti si trovano nelle citt e nelle campagne d'Italia. Mettiti dunque all'opera e, senza dirlo a nessuno, a tue spese, fammi copiare l'Astrologia di M. Manilio, la Retorica di Vittorino e l'Oftalmico di Demostene. Ti prometto, fratello, di mantenere un silenzio inviolabile sul tuo fedele servizio e sulla tua lodevole obbedienza, e m'impegno a restituirti largamente quanto avrai speso, secondo il tuo conto e quando lo fisserai(23)...



2.
L'insegnamento di Gerberto a Reims.

Gerberto, che si era raccomandato all'arcivescovo per la nobilt della sua dottrina, si attir pi d'ogni altro il suo favore. Per sua richiesta, fu dunque incaricato di istruire nelle arti le schiere di scolari.
"In quale ordine utilizz i libri per insegnare":

questo titolo del capitolo 46 delle Storie di Richero insiste ancora sulla parte che aveva nella tecnica didattica la "lezione", cio la lettura di un autore da parte del maestro. Richero descrive anche lo svolgimento degli studi: gli allievi di Gerberto hanno gi ricevuto l'insegnamento elementare del grammatico; successivamente sono iniziati alle altre due branche del trivio. Le letture del maestro vertono anzitutto sulla dialettica.


Logica.

Egli spieg la dialettica e chiari il senso delle parole esaminando nell'ordine questi libri: anzitutto comment l'Isagoge di Porfirio, ossia le Introduzioni, secondo la versione del retore Vittorino e anche secondo Boezio; analizz il libro di Aristotele sulle Categorie, cio sui predicamenti; poi espose perfettamente il Peri Hermeneias, cio il libro Dell'interpretazione; infine, fece conoscere ai suoi allievi i Topici, cio i fondamenti delle prove, tradotti dal greco in latino da Cicerone e chiariti dai sei libri di commento di Boezio.
Lesse anche e spieg utilmente i quattro libri sulle differenze topiche, i due libri sui sillogismi categorici, i tre sugli ipotetici, un libro sulle definizioni e uno sulle divisioni.


Retorica.

Quasi tutte le opere su cui si fonda l'insegnamento della logica sono di Boezio. Gerberto passa poi alla retorica. In una lettera al monaco Bernardo d'Aurillac, egli dice di

aver tracciato un quadro della retorica sviluppato su ventisei fogli di pergamena legati insieme, che formano un tutto in due colonne giustapposte, ciascuna di tredici fogli. Questo lavoro pare mirabile, senza dubbio, agl'ignoranti;  utile agli scolari studiosi, per far loro comprendere le regole molto sottili della retorica e per fissarle nella loro memoria.

Tuttavia,

temendo che i suoi allievi non potessero giungere all'arte oratoria senza conoscere i modi espressivi che si possono apprendere solo dai poeti, ricorse dunque ai poeti, con i quali giudic opportuno che prendessero dimestichezza. Lesse dunque e comment i poeti Virgilio, Stazio e Terenzio, cos come i satirici Giovenale, Persio e Orazio, e infine lo storico Lucano. Quando i suoi allievi li ebbero ben conosciuti, e furono edotti dei loro modi espressivi, li introdusse nella retorica.


Astronomia.

Tuttavia, era nel quadrivio - chiamato qui matematica e costituito, nell'ordine, da aritmetica, musica, astronomia e geometria - che Gerberto, abbiamo visto, eccelleva.

Cominci con l'iniziare i suoi allievi all'aritmetica, che  la prima parte della matematica. Poi insegn a fondo la musica, prima ignorata completamente nelle Gallie. Disponendo le note sul monocordo, dividendo le consonanze e le sinfonie in toni e semitoni, dtoni e diesis, e ripartendo razionalmente i toni in suoni, ne rese completamente sensibili i rapporti.
Costruzione di una sfera piena: - Per dimostrare l'accortezza di quel grand'uomo e far intendere pi comodamente al lettore l'efficacia del suo metodo, non  inutile dire a prezzo di quali sforzi egli abbia raccolto i principi dell'astronomia. Mentre questa scienza  quasi incomprensibile, pure egli riusc, suscitando la generale ammirazione, a farla conoscere col sussidio di alcuni strumenti. Rappresent anzitutto la sfera del mondo in modello ridotto, per mezzo di una sfera rotonda di legno pieno; l'inclin, coi due poli, obliquamente sull'orizzonte; attorno al polo superiore dispose le costellazioni settentrionali e al polo inferiore le costellazioni australi; regol la sua posizione col circolo che i Greci chiamano "orizzonte", e i Latini "limitante" o "determinante", perch grazie ad esso si distinguono e dividono le costellazioni visibili da quelle non visibili. Colloc la sfera sull'orizzonte per mostrare in modo utile e probante il sorgere e il tramontare delle costellazioni. Inizi anche gli allievi alle scienze naturali e insegn loro a comprendere le costellazioni. Durante la notte, si volgeva verso le stelle lucenti e faceva misurare la loro inclinazione sulle diverse regioni del mondo, tanto alla levata quanto al tramonto.
Significato dei circoli intermedi: - Quanto ai circoli che i Greci chiamano "paralleli" e i Latini "equidistanti" e il cui carattere incorporeo  fuori dubbio, ecco in qual modo li faceva comprendere. Fabbric un semicerchio tagliato da un diametro, form questo diametro con un tubo, alle cui estremit fece segnare i due poli, boreale e australe. Divise da un polo all'altro il semicerchio in trenta parti. Dopo la sesta, a partire dal polo, applic un tubo che rappresentava il circolo artico. Poi, saltate cinque divisioni, aggiunse un tubo che indicava il circolo dei paesi caldi. Quattro sezioni pi in l, pose un tubo identico per segnare la linea equinoziale. Secondo le stesse proporzioni divise lo spazio rimanente, fino al polo sud.
La struttura di questo strumento, con il diametro diretto verso il polo e la convessit del semicerchio rivolta verso l'alto, permetteva di apprendere i circoli invisibili e li imprimeva profondamente nella memoria.
Costruzione di una sfera molto utile per conoscere i pianeti: - Egli escogit un artificio per far vedere le orbite dei pianeti, bench si muovano all'interno del mondo incrociandosi. Fabbric dapprima una sfera circolare, cio costituita soltanto di circoli. Vi pose i due circoli che i Greci chiamano "coluri" e i Latini "incidenti", perch si tagliano. Alle loro estremit fiss i poli. Fece poi passare per i coluri cinque altri circoli, detti paralleli, di modo che, da un polo all'altro, la met della sfera fosse divisa in trenta parti. E questo in maniera n volgare n confusa: delle trenta parti della semisfera, ne stabil sei dal polo al primo circolo, cinque dal primo al secondo, quattro dal secondo al terzo, quattro ancora dal terzo al quarto, cinque dal quarto al quinto, sei dal quinto al polo. Rispetto a questi circoli, pose obliquamente il circolo detto dai Greci "loxos" o "zoe" e dai Latini "obliquo" o "vitale", perch contiene nelle stelle figure di animali. All'interno di questo obliquo, sospese i circoli dei pianeti con un mirabile artificio. E dimostr molto efficacemente ai suoi allievi le loro rivoluzioni, le loro altezze e le distanze rispettive. In che modo? Dovremmo dilungarci troppo per dirlo, allontanandoci dal nostro tema.
Costruzione di un'altra sfera per far conoscere le costellazioni: - Oltre a questa sfera, ne fece un'altra circolare, e nel suo interno non dispose circoli, ma su di essa rappresent le costellazioni con fili di ferro e di rame. L'attravers con un tubo in funzione di asse, che indicava il polo celeste. Quando lo si guardava, l'apparecchio figurava il cielo. Era fatto in modo tale che le stelle di tutte le costellazioni fossero rappresentate da segni sulla sfera. E aveva questo di straordinario: anche colui che ignorava l'arte poteva, senza maestro, se gli si mostrava una delle costellazioni, riconoscere tutte le altre sulla sfera. Cos Gerberto istruiva nobilmente i suoi allievi. E basti questo per l'astronomia.


Geometria.

Confezione di un abaco: - Non meno s'impegn nell'insegnamento della geometria. Come introduzione a questa scienza, fece fabbricare da uno scudaio un abaco, cio una tavola provvista di compartimenti. Essa era divisa nel senso della lunghezza in ventisette parti. Vi dispose le nove cifre che rappresentano tutti i numeri. Fece anche fabbricare mille caratteri in corno, a somiglianza di queste cifre. Quando si spostavano nei ventisette riquadri dell'abaco, indicavano la moltiplicazione e la divisione di qualsiasi numero. In tal modo, si moltiplicava e divideva una moltitudine di numeri, e si giungeva al risultato in un tempo inferiore a quello che sarebbe occorso per formulare l'operazione. Chi volesse conoscere a fondo questa scienza, legga il libro scritto da Gerberto al grammatico Costantino [di Saint-Benot-sur-Loire]; vi trover la questione ampiamente trattata(24).

Nelle scuole episcopali, lo studio della lingua latina e dei suoi costrutti, basato su esempi classici, e lo studio del ragionamento dimostrativo, secondo i brevi trattati di logica in cui Boezio, alle soglie del Medioevo, aveva compendiato in latino la dialettica greca, costituivano il primo ciclo dell'insegnamento. Apprendistato dei mezzi d'espressione e di persuasione, esso mirava, come il sistema scolastico antico da cui era derivato, a formare degli oratori. Quanto al secondo ciclo, intendeva trasmettere certe conoscenze pratiche (la musica era d'immediata utilit per gli uomini di Chiesa, la cui funzione principale consisteva allora nel cantare, a ogni ora del giorno, la gloria di Dio). Ma offriva anche una visione intima e globale della creazione. Orientato, infatti, verso l'astronomia, verso lo studio dei numeri e delle concordanze tonali, mostrava l'ordine profondo dell'universo, che si rifletteva nel movimento circolare degli astri, nelle relazioni matematiche e nei ritmi accordati.



3.L'istruzione dei monaci.

Nella maggior parte dei monasteri - a Cluny specialmente - una reazione ascetica, che si era messa in moto al principio del nono secolo, aveva fortemente limitato la parte degli studi. A Saint-Benot-sur-Loire, Abbone aveva sviluppato l'insegnamento, ma ad Aurillac, per esempio, esso si fermava alla grammatica. Gerberto dovette andare altrove a cercare dei maestri, presso una cattedrale. La "scuola" monastica differiva dunque generalmente dalla "scuola" episcopale, e la mentalit dei monaci da quella dei chierici. I monaci, infatti, avevano fuggito i piaceri del mondo, e vivevano nel silenzio. Perch iniziarli alle arti (perverse) dell'eloquenza e della persuasione? Bastava che conoscessero bene il latino, lingua della Scrittura, e lasciassero il loro spirito, nella meditazione come nella preghiera, procedere liberamente sui vocaboli della lingua sacra. Poich tutta la loro esistenza era consacrata al canto corale nelle cerimonie ininterrotte della liturgia, l'esperienza musicale e la scienza dei rapporti armonici operava sul loro comportamento mentale con pi forza che nell'ambiente delle cattedrali. Ma per loro, niente retorica n dialettica. Questo particolare orientamento degli studi ebbe immediate ripercussioni sul loro modo di esprimersi, cio sui loro libri, e di conseguenza sulla maggior parte dei testi qui raccolti.


Del pericolo di leggere i poeti.

Dall'inizio del decimo secolo, gli abati di Cluny non cessavano di mettere in guardia i confratelli contro le perniciose seduzioni delle lettere profane. Stesso atteggiamento in Rodolfo il Glabro:

Nello stesso tempo, un male non dissimile sorse in Ravenna. Un tale, di nome Vilgardo, si dedicava con passione poco comune allo studio dell'arte grammaticale (gli Italiani hanno sempre avuto l'abitudine di trascurare le altre arti per seguire quella). Gonfio d'orgoglio per la conoscenza della sua arte, cominci a dare segni crescenti di stoltezza. Una notte, i demoni assunsero l'aspetto dei poeti Virgilio, Orazio e Giovenale, e si mostrarono a lui; finsero di ringraziarlo dell'amore con cui studiava i loro libri, e del servizio che cos rendeva felicemente alla loro fama presso i posteri; inoltre, gli promisero che pi tardi avrebbe condiviso la loro gloria. Corrotto da questo inganno diabolico, prese a insegnare con enfasi molte cose contrarie alla santa fede, e dichiarava che le parole dei poeti dovevano in tutto esser tenute per vere. Alla fine fu giudicato eretico e condannato da Pietro, vescovo della citt. Si scoprirono allora per tutta l'Italia numerosi seguaci di questa dottrina funesta, che perirono anch'essi per ferro o per fuoco(25).


Sul filo della meditazione.

Quanto ai meccanismi logici che governavano il pensiero monastico, si possono scoprire in certi brani delle Storie, e specialmente nella lunga dissertazione dove il Glabro tenta di confutare gli errori degli eretici d'Orlans.

Ma anche noi, con le modeste risorse della nostra intelligenza, abbiamo deciso di rispondere, almeno poche parole, a questi errori che abbiamo sopra esposto. Prima, per, esortiamo tutti i fedeli a lasciar rasserenare il loro cuore dalla parola profetica dell'apostolo che, prevedendo nell'avvenire simili tradimenti, disse: " necessario che vi siano delle eresie, perch si possano conoscere quelli che hanno veramente la fede". In questo, dunque, si rivela soprattutto la stoltezza di questi eretici, e li vediamo davvero privi di scienza e di saggezza: nel fatto che negano l'esistenza dell'autore di tutte le creature, cio di Dio. Perch  chiaro che, se ogni cosa, di qualunque mole o grandezza,  superata dalla grandezza di un'altra, si pu da questo comprendere che tutto procede da un essere pi grande di tutti. E questo ragionamento vale tanto per le cose corporee quanto per le incorporee. Bisogna anche sapere che ogni cosa, corporea o incorporea, pu essere modificata da qualche accidente o impulso, o da qualsivoglia azione; non di meno essa procede evidentemente dall'immutabile signore delle cose, ed  in lui, se cessa un giorno di esistere, che trover la sua fine. Infatti, poich l'autore di tutte le creature  per sua essenza immutabile, per sua essenza buono e veritiero; poich  lui che con la sua onnipotenza distribuisce e ordina ineffabilmente le diverse specie della natura, nulla sussiste fuori di lui dove esse possano trovare riposo, se non ritornando a colui dal quale derivano. Ed  chiaro che niente nell'universo  stato distrutto dal Creatore, se non le specie che trasgrediscono con insolenza l'ordine da lui assegnato alla natura. Perci ogni cosa risulta tanto migliore e tanto pi vera, in quanto si mantiene pi saldamente e pi fermamente nell'ordine della sua propria natura. E cos accade che tutte le cose le quali obbediscono immutabilmente alle disposizioni del loro Creatore, lo proclamano di continuo mentre lo servono. Ma se ce n' una che, per avergli temerariamente disobbedito,  caduta nella rovina, essa serve di avvertimento a quelle che rimangono nella retta via. Fra tutte le creature, la specie umana occupa in certo modo il mezzo, al di sopra di tutti gli animali e al di sotto degli spiriti celesti. Questa specie dunque, come a mezza strada fra le superiori e le inferiori, diventa simile a quella cui s'avvicina di pi. E perci tanto supera gli esseri inferiori, in quanto imita la natura degli spiriti superiori. Solo all'uomo  stato dato, su tutti gli altri animali, di elevarsi spiritualmente; ma per contro, se non vi riesce, diviene di tutti il pi spregevole. Questa condizione particolare, fin dal principio, la bont del Creatore onnipotente l'ha saggiamente prevista; e vedendo che l'uomo spesso volgeva le spalle ai cieli e si lasciava cadere troppo in basso, ha perci suscitato, col tempo, per istruirlo e per permettergli di elevarsi, numerosi prodigi.

Non una connessione logica, non "ragioni"; ma il filo di una meditazione morale. Al termine - ancora una volta - i prodigi.


Desiderio di Dio.

Di tutto ci reca testimonianza ogni libro, ogni pagina delle divine Scritture. Queste Scritture, dovute all'insegnamento dello stesso Onnipotente, mentre hanno il fine particolare di fornire della sua esistenza ogni sorta di prove, elevano nello stesso tempo lo spirito e l'intelligenza dell'uomo che se ne nutre alla cura di conoscere il suo Creatore. Mostrando a quest'uomo che cosa si trovi sotto e sopra di lui, lo ricolmano di un desiderio insaziabile. Perch, pi si disgusta di ci che trova alla sua portata, pi s'infiamma d'amore per i beni che gli mancano; pi l'amore lo avvicina a tali beni, pi si perfeziona e si abbellisce; pi diventa buono, pi si fa simile al Creatore, che  suprema bont.  dunque facile comprendere come ogni uomo a cui manca il desiderio di questo amore divenga certo pi miserabile e pi vile di qualunque animale; perch, se  il solo di tutti gli esseri animati a poter conseguire la beatitudine dell'eternit, nessun animale vivente rischia come lui di conoscere la punizione eterna dei suoi errori e delle sue colpe. Ma se un uomo desidera nel suo animo di conoscere il Creatore, conviene che impari anzitutto a prender coscienza di ci che costituisce la sua superiorit; infatti, come attesta un'autorit venerabile, l'uomo porta in s l'immagine del suo Creatore, specialmente perch possiede, solo tra gli esseri viventi, il dono prezioso della ragione. Ma se i vantaggi di questa ragione sono salvaguardati dalla moderazione di se medesimi e dall'amore del Creatore, cio dalla vera umilt e carit perfetta, per contro annullano i suoi benefici la spregevole concupiscenza e l'ira. L'uomo che non trionfa di questi vizi  reso simile alle bestie, mentre colui che pratica quelle virt  plasmato a immagine e somiglianza del Creatore: l'umilt gli d la nozione di ci ch'egli , la carit gli permette di accedere alla rassomiglianza del suo Creatore. A lui gli uomini rivolgono preghiere e offerte, perch preservi intatto in loro il dono della ragione, o almeno perch la sua bont accresca e ristabilisca questo dono, quando si  alterato. E insieme lodi e benedizioni salgono verso lo stesso Creatore, e sono per gli uomini sani di spirito e di mente robusta altrettante testimonianze della sua conoscenza.

Questi segni sono contenuti nella sacra Scrittura, proprio per nutrire il desiderio di Dio, lo slancio d'amore di cui parla l'abate Giovanni di Fcamp e che  la via della vera conoscenza, intuitiva e non razionale. Ogni monaco  convinto che non si conosca affatto con l'intelligenza, ma con l'amore e con la pratica delle virt.


Lo studio, via di perfezione.

Quanto pi ciascuno riuscir a progredire nella conoscenza del Creatore, tanto pi avr modo di constatare che questa conoscenza l'ha accresciuto e migliorato. E non potr bestemmiare per nulla l'opera del suo Creatore chi, attraverso la sua conoscenza, sia diventato migliore di com'era. Cos  chiaro che chiunque bestemmia l'opera divina  estraneo alla conoscenza di Dio. Ne viene come conseguenza certa che, se la conoscenza del Creatore conduce ogni uomo al bene supremo, la sua ignoranza lo precipita nei peggiori mali. Molti, nella loro insipienza, non hanno che ingratitudine per i suoi benefici, sperperano le opere della sua misericordia, e si collocano per la loro incredulit al di sotto degli animali; essi sono per sempre sprofondati nelle tenebre del loro accecamento. E ci che, per la maggior parte degli uomini,  il miglior rimedio che li conduce alla salvezza, per altri non , e per loro colpa, se non l'occasione di un'eterna infelicit.

Poich il sapere s'inscrive nelle vie dell'etica e non ha senso se non come strumento di salvezza, lo studio non pu essere che un esercizio spirituale, di quelli che preparano a penetrare nel Regno.

Tutto ci si rende manifesto soprattutto in quella grazia singolare del Padre onnipotente, spontaneamente da lui inviata dal cielo agli uomini per mezzo del figlio coeterno della sua maest e della sua divinit, Ges Cristo. Allo stesso titolo del Padre fonte di ogni vita, di ogni verit e di ogni bene, egli ha offerto a quanti credono in lui senza riserve un documento misconosciuto da tutti per secoli, velato di enigmi e di mistero: quello delle Scritture, pieno di testimonianze che lo designano. In questo documento, con parole veridiche e prodigi, egli mostra che lui stesso e il Padre e il loro Spirito, in tre e certissime persone distinte, sono un solo e medesimo essere, di una sola eternit e potenza, di una sola volont e di una sola azione, e, ci che  insieme tutto questo, di una sola bont, e ugualmente partecipi, in tutte le cose, della stessa essenza. Da lui, e per lui, e in lui esistono tutte le cose reali, ed egli  sempre pienamente ed ugualmente esistito prima del corso dei tempi, essendo il principio delle cose; ed  la pienezza e la fine di tutto. Ma quando lo stesso Onnipotente aveva scelto fra le creature quella che occupa in certo senso il posto intermedio, cio l'uomo, per riprodurvi la propria immagine, l'aveva lasciato al suo libero arbitrio, e per di pi gli aveva sottomesso tutte le ricchezze del mondo, quest'uomo, senza curarsi di rimanere nei limiti della sua condizione, pretese di esser pi o altro di quel che aveva stabilito la volont del suo Creatore, e cadde subito in una decadenza tanto grande quanto la sua presunzione. E per risollevarlo il Creatore stesso invi nel mondo la persona del Figlio della sua divinit, ad assumere quell'immagine di s ch'egli aveva in principio formata. Missione tanto benefica e sublime quanto delicata e ammirevole. Ma la maggior parte degli uomini non seppero o non vollero accordarle n fede n amore, mentre avrebbero potuto trovare in essa l'intelligenza sufficiente alla loro salvezza; e anzi, radicati nei loro errori diversi, si mostrarono tanto pi ribelli alla verit in quanto erano evidentemente privi della sua conoscenza. Essi sono senza dubbio all'origine di tutte le eresie, di tutte le sette d'errore diffuse per tutta la terra. Tutti questi, se non si convertono, se non si mettono a seguire il Cristo facendo penitenza, meglio varrebbe per loro non esser mai esistiti. Ma quelli che hanno il cuore pieno di fede e che obbediscono al Signore, l'amano e credono in lui, divengono tanto migliori quanto pi perfettamente hanno aderito a colui che  l'origine e la perfezione di ogni bene. Sono essi che costituiscono la lodevole schiera dei beati, la cui veneranda memoria onora tutto il corso dei secoli. Ad essi  stato dato di esistere e di vivere per sempre felici presso il Creatore di tutte le cose, e di sentire la loro beatitudine crescere senza fine a contemplarlo. Ma noi crediamo ora di aver attuato quanto ci proponevamo, e di aver risposto sufficientemente con queste poche parole alle follie di quegli sciagurati(26).


Simbologia.

L'essenziale  dunque decifrare i messaggi, "parole veridiche e prodigi" a un tempo, di cui sono ripieni l'universo visibile e la storia, e che abbondano nel testo della sacra Scrittura. In un eguale sforzo di chiarimento, la cultura delle scuole cattedrali e la cultura dei monasteri s'incontrano, cos come in un metodo, su cui si fondano in quell'epoca ogni pedagogia e ogni avventura intellettuale: l'esegesi. Il maestro che legge davanti ai suoi scolari un autore, Gerberto che traccia sulle sfere i segni delle costellazioni, il monaco che medita le parole dei Salmi, sperano, secondo la parola di san Paolo, di accedere "per il visibile all'invisibile", di penetrare insomma l'enigma del mondo, cio di raggiungere Dio. Non ha gran parte in una simile ricerca la logica; ma piuttosto, poich la creazione, nelle sue dimensioni spaziali e temporali, appare come un tessuto di corrispondenze, la scoperta delle analogie e il ricorso ai simboli. Di questo metodo, che fornisce la chiave di tutte le creazioni di questo periodo, quelle dell'arte, della letteratura o della liturgia, attingiamo ancora da Rodolfo il Glabro un esempio:

Alcuni sono soliti domandare perch al tempo della nuova legge, o della grazia, non si mostrano pi, come in antico, visioni celesti e miracoli. Ad essi conviene rispondere brevemente invocando testimonianze della stessa sacra Scrittura, se almeno il loro cuore  aperto ai doni dello Spirito Santo. Sceglieremo anzitutto nel Deuteronomio una testimonianza evidente. Dopo essersi nutrito per quarant'anni della manna celeste, il popolo degli Ebrei attravers il Giordano e giunse nella terra di Canaan; il cielo allora cess di versar loro la manna, e i figli d'Israele non usarono pi tale alimento. Che cosa ci dimostra questo fatto, a noi che vediamo quasi tutto in figure, se non che dopo aver varcato, noi pure, il nostro Giordano, cio dopo il battesimo di Cristo, non dobbiamo pi cercare segni e presagi dal cielo? Ma piuttosto ci deve bastare quel pane vivo, del quale chi si nutre vivr in eterno e posseder la terra dei viventi. D'altra parte, per ordine del Signore, Mos stabil che tutti i vasi, che cadessero come bottino di guerra tra le mani del suo popolo, fossero purificati, con l'acqua se erano di legno, e col fuoco se di bronzo. Questo significa figuratamente che i vasi, in altre parole gli uomini, che dal bottino dell'antico nemico sono passati ad accrescere la parte del Salvatore, devono essere purificati dall'acqua del battesimo e dal fuoco del martirio. E quel bastone trasformato in serpente, di cui Mos ebbe tanta paura che si diede alla fuga, e poi afferrandolo per l'estremit della coda, lo fece ridiventare bastone, va ugualmente interpretato come simbolo tipologico. Questo serpente fatto di un bastone designa la potenza della divinit, che ha assunto la carne della santa Vergine Maria. Mos rappresenta il popolo ebraico che, vedendo il Signore Ges vero Dio e vero uomo, s'allontana incredulo da lui; ma lo riconoscer verso la fine dei tempi, ci che  espresso dalla coda del serpente. E quel passaggio del mar Rosso, in cui il mare  diviso e prosciugato, e poi i pagani passati a fil di spada, per ordine del Signore, significano evidentemente il regno del popolo israelita, che sussiste per un certo tempo, quindi languisce e scompare. All'inizio della nuova alleanza, all'inizio del regno di Cristo, il Signore Ges, che sta in piedi e cammina sulle onde del mare, permette a Pietro, che aveva posto a capo della sua Chiesa, di camminare con lui; ma che cosa dimostra questo a tutti i fedeli se non che tutte le nazioni, sottomesse e non completamente distrutte o sterminate, serviranno di fondamento al regno del Cristo che durer per tutti i secoli? Ci sono infatti nelle parole di Dio frequenti attestazioni che il mare  figura del mondo presente.
Spesso, quando si vuole spiegare con parole una troppo grande questione, si fallisce e ci si sminuisce; come dice la Scrittura: "Colui che vuole scrutare la maest del Signore  sopraffatto dalla sua gloria"(27).




3.
Il visibile e l'invisibile



I.

Le corrispondenze mistiche

La materia e i metodi dell'insegnamento imprimono assai profondamente nello spirito dei dotti dell'Anno Mille la convinzione di una coesione e di un'armonia essenziali tra la parte dell'universo che l'uomo pu conoscere coi sensi e quella che ad essi sfugge. Tra la natura e la soprannatura, non ci sono barriere, ma al contrario comunicazioni permanenti, intime e infinite corrispondenze. Attraverso le parole, procedendo dal loro significato esteriore verso quello, sempre pi intrinseco, per cui ci si avventura nel campo dell'inconoscibile, il commento dei grammatici e dei retori, la glossa che racchiude e prolunga la lettura degli "autori", cercano a passo a passo di ravviare la matassa ingarbugliata di queste relazioni occulte. Quanto alle scienze associate del quadrivio, esse conducono a discernere i rapporti nascosti che uniscono ai toni della musica i numeri e il corso regolare delle stelle - cio a cogliere l'ordinamento del cosmo - cio a scoprire di Dio un'immagine meno infedele.


"Connessioni speculative".

Riportiamo perci qui questa meditazione sulla "quaternit divina", molto caratteristica di questo atteggiamento dello spirito e degli schemi entro i quali si trova allora prigioniero il pensiero colto. Rodolfo il Glabro l'introduce all'inizio delle sue Storie, come per situare la sua opera di storico alla congiuntura del mondo visibile e dell'invisibile, al crocevia dello spazio e del tempo, all'incontro del cosmo e del microcosmo, della natura, della morale e della fede.

Distinguendo tra le sue creature con la molteplicit delle figure e delle forme, Dio, creatore dell'universo, ha voluto aiutare, per mezzo di ci che gli occhi vedono o di ci che coglie lo spirito, l'anima dell'uomo dotto ad elevarsi a un'intuizione semplice della divinit. Nella ricerca e nella conoscenza approfondita di tali questioni, brillarono anzitutto i Padri greci cattolici, che non erano mediocri filosofi. Esercitando su numerosi oggetti la loro attenta riflessione, sono giunti alla nozione di alcune quaternit, per le quali  dato di comprendere l'attuale mondo di quaggi e il mondo superiore che deve venire. Le quaternit e le loro azioni reciproche, una volta individuate da noi con chiarezza, renderanno pi agili gli spiriti e le intelligenze di coloro che le studiano. Dunque, ci sono quattro Vangeli, che costituiscono nel nostro spirito il mondo superiore; ci sono altrettanti elementi, che costituiscono il mondo terreno; e cos quattro virt, che hanno il primato su tutte le altre, e, una volta inculcate in noi, ci formano a praticarle tutte. Allo stesso modo, ci sono quattro sensi, non compreso il tatto, che  al servizio degli altri, pi sottili. Cos, ci che  l'etere, elemento igneo, nel mondo sensibile, la prudenza lo  nel mondo intellettuale: essa si eleva infatti verso l'alto, con ardente desiderio di avvicinarsi a Dio. Ci che l'aria  nel mondo materiale, la fortezza lo  nel mondo intellettuale, poich sostiene tutti i viventi e fortifica ciascuno negli atti che si propone. Come l'acqua si comporta nel mondo corporeo, la temperanza si comporta nell'intellettuale: nutrimento dei buoni, porta con s una folla di virt, e conserva la fede col desiderio dell'amore di Dio. E la terra, nel mondo di quaggi, si mostra simile alla giustizia nel mondo intellettuale, regola permanente e immutabile di un'equa distribuzione.
Cos, dappertutto si distingue una struttura simile alla struttura spirituale dei Vangeli. Il Vangelo di Matteo contiene la figura mistica della terra e della giustizia, poich mostra pi chiaramente degli altri la sostanza della carne del Cristo fatto uomo. Il Vangelo secondo Marco d un'immagine della temperanza e dell'acqua, facendo vedere la penitenza purificatrice che deriva dal battesimo di Giovanni. Quello secondo Luca palesa la somiglianza dell'aria e della fortezza, poich  diffuso nello spazio e corroborato da numerosi racconti. Infine quello di Giovanni, pi sublime degli altri, significa l'etere, sorgente del fuoco, e la prudenza, poich introduce nelle nostre anime una conoscenza semplice di Dio e la fede. A queste connessioni speculative degli elementi, delle virt e dei Vangeli, conviene senza dubbio a buon diritto associare l'uomo, al cui servizio sono poste tutte queste cose. Infatti, la sostanza della sua vita  stata chiamata dai filosofi greci microcosmo, cio piccolo mondo. La vista e l'udito, che servono l'intelligenza e la ragione, corrispondono all'etere superiore, che  il pi sottile degli elementi, e, pi sublime di tutti gli altri,  ugualmente pi nobile e pi chiaro. Viene poi l'odorato, che esprime il senso dell'aria e della fortezza. Il gusto conviene assai bene a significare ugualmente l'acqua e la temperanza. E il tatto, che  il pi basso di tutti, pi solido e pi stabile degli altri, costituisce perfetta espressione della terra e della giustizia.

Rodolfo il Glabro parte da una figura semplice, il quadrato, segno mistico della creazione materiale (al centro della chiesa, la navata e il transetto formano con la loro intersezione una tale figura, e la scultura romanica vi pone volentieri, ai quattro angoli, le immagini degli Evangelisti). Per accostamenti analogici, si sforza di mettere in evidenza le "connessioni speculative" tra il mondo terreno e il mondo "intellettuale". Ci che conduce, con un procedimento simile a quello della preghiera, all'intuizione del divino, e implica, per di pi, una definizione mistica della storia.

Questi incontestabili rapporti fra le cose ci predicano Dio in maniera evidente, bella e silenziosa al tempo stesso; perch mentre, con movimento immutabile, una cosa presenta l'altra in se stessa, predicando il principio primo dal quale procedono, tutte domandano di riposare nuovamente in esso. Bisogna anche, alla luce di questa riflessione, esaminare attentamente il fiume che esce dall'Eden in Oriente e si divide in quattro corsi ben conosciuti. Il primo, cio il Fisone, che vuol dire "apertura della bocca", significa la prudenza, la quale  sempre diffusa e utile nei migliori: perch per la sua inerzia l'uomo ha perduto il Paradiso, e con l'aiuto della prudenza lo deve riconquistare. Il secondo, il Geone, che s'intende "apertura della terra", significa la temperanza, nutrice della castit, la quale estirpa i rami dei vizi. E il terzo, il Tigri, le cui rive sono abitate dagli Assiri, cio dai "dirigenti", significa per parte sua la fortezza, che, dopo aver respinto i vizi prevaricatori, dirige gli uomini, con l'aiuto di Dio, verso le gioie del regno eterno. Quanto al quarto, l'Eufrate, il cui nome vuol dire "abbondanza", designa evidentemente la giustizia, che nutre e riconforta ogni anima che la desideri ardentemente. Ora, come il nome di questi fiumi porta in s le immagini delle quattro virt, e nello stesso tempo la figura dei quattro Vangeli, cos le medesime virt sono contenute in figura nelle epoche della storia di questo mondo, che sono divise per quattro. Infatti, dall'inizio del mondo fino alla vendetta del diluvio, in quelli almeno che, nella bont della semplice natura, conobbero il loro Creatore e l'amarono, la prudenza fu regina, come in Abele, Enoch, No e tutti gli altri che, per la potenza della loro ragione, compresero ci che era utile fare;  certo che la temperanza fu la parte di Abramo e degli altri patriarchi che godettero di segni e visioni, come Isacco, Giacobbe, Giuseppe e quanti altri, nella buona e nella cattiva sorte, amarono sopra ogni cosa il loro Creatore; la fortezza  affermata da Mos e dagli altri profeti, uomini validissimi, che si fondavano sulle prescrizioni della legge, poich li vediamo impegnati ad applicarne con zelo i duri precetti; infine, dalla venuta del Verbo incarnato, colma, governa e circonda tutto il secolo la giustizia, conclusione e fondamento delle altre virt, secondo le parole che disse al Battista la voce di verit: "Conviene che noi compiamo ogni giustizia"(28).



2. Ordine sociale e soprannatura.

Ci sono altre manifestazioni della conformit del visibile all'invisibile. Essa si coglie, per esempio, nella struttura della societ umana, la quale  omologa a quell'altra societ che, nell'aldil, popola il Regno dei cieli. Rendere percettibile una cos intima coordinazione,  appunto il proposito del vescovo Adalberone di Laon, quando descrive per il re Roberto il Pio l'ordinamento delle relazioni umane. Il pensiero del prelato tende a sperdersi nei virtuosismi verbali e ritmici cui inducevano, nelle scuole episcopali, le raffinatezze della retorica. Tuttavia riesce a descrivere la nuova gerarchia delle classi, che proprio in quel momento, durante il secondo quarto dell'undicesimo secolo, viene ad imporsi rigorosamente a tutti gli uomini capaci di riflessione; nessuno di loro dubiter ormai che il genere umano non si trovi, fin dalla creazione, ripartito in tre ordini, l'ordine di quelli che pregano, l'ordine di quelli che combattono, l'ordine di quelli che lavorano. Non  qui il caso di precisare in quale misura questa rappresentazione mentale rispecchi la realt vissuta e si adegui ai nuovi comportamenti suscitati dai progressi del disgregamento feudale. Poich restiamo sul piano degli atteggiamenti intellettuali e delle reazioni sentimentali, basta dire che, per Adalberone, la legittimit della nuova ripartizione delle condizioni sociali dipende dal fatto che essa risponde armoniosamente all'ordine che governa la societ spirituale. Dio, creando l'uomo a sua immagine, non ha disposto gerarchie conformi nel cielo e sulla terra? Non si potrebbe ammettere, in ogni caso, che le due citt, la naturale e la soprannaturale, la terrestre e la divina, manifestino tra loro qualche discordanza.
Adalberone si rivolge a re Roberto come a un suo pari: con una cerimonia simile, la consacrazione, il vescovo e il sovrano hanno infatti ricevuto da Dio la saggezza, che permette loro di penetrare il velo delle apparenze.


La Gerusalemme celeste.

Ricordati della grande gloria di cui t'ha colmato il Re dei re. Nella sua clemenza, ti ha concesso un dono pi prezioso di tutti gli altri: ti ha dato l'intelligenza della vera saggezza, grazie alla quale puoi comprendere la natura delle cose celesti ed eterne. Tu sei destinato a conoscere la Gerusalemme celeste, con le sue pietre, i suoi muri, le sue porte, tutta la sua struttura, e i cittadini che attende e per i quali  stata edificata. I suoi numerosi abitanti sono divisi, per essere meglio governati, in classi distinte; l'onnipotenza divina vi ha imposto una gerarchia. Ti risparmio i particolari, che sarebbero lunghi e fastidiosi.
IL RE: La scienza non  affar mio; lasciamo questo alla divina Provvidenza. Ma lo spirito umano  sempre vicino alla divinit, e non pu conoscersi chi vuole ignorare ci che  sopra di lui. Questa potente Gerusalemme non  altro, penso, che la visione dell'armonia divina; il Re dei re la governa, il Signore regna su di essa, e a questo fine la ripartisce in classi. Nessuna delle sue porte  chiusa con metallo; i muri non sono fatti di pietre, e le pietre non formano muri; sono pietre viventi, vivente l'oro che pavimenta le strade, e si ritiene che il suo splendore sia pi scintillante di quello dell'oro pi fino. Costruita per essere la dimora degli angeli, si apre anche a schiere di mortali; una parte dei suoi abitanti la governa, l'altra li vive e respira. Soltanto questo so, ma amerei che qualcuno me ne parlasse pi a lungo.
IL VESCOVO: Il lettore assiduo desidera conoscere il pi possibile, mentre uno spirito sonnolento e tardo suole dimenticare anche ci che ha imparato. Re carissimo, compulsa i libri di sant'Agostino; egli  noto infatti, giustamente, per aver spiegato che cos' la sublime citt di Dio.
IL RE: Dimmi, vescovo, ti prego, chi sono quelli che l'abitano; i principi, se vi sono, sono uguali fra loro, o, altrimenti, qual  la loro gerarchia?
IL VESCOVO: Interroga Dionigi, detto l'Areopagita, che si  preso la briga di scrivere due libri su questo argomento. Anche il santo pontefice Gregorio ne parla nei suoi Moralia, l dove cerca di penetrare la grande fede del beato Giobbe; ne tratta pure molto chiaramente nelle omelie, e alla fine del suo Ezechiele, non meno chiaramente; questi scritti, la Gallia li ha ricevuti da lui in dono. Simili cose sfuggono agli sguardi dei mortali. Ora te le esporr, poi ti dir il senso allegorico delle mie parole.

Sant'Agostino, Dionigi l'Areopagita e Gregorio Magno sono appunto i tre autori fondamentali su cui si basa, nei chiostri dell'Anno Mille, tutto lo sforzo di chiarimento del mistero e l'orientarsi della meditazione verso le illuminazioni divine. Adalberone vi fa riferimento per definire i due tratti principali della Gerusalemme celeste, la radiosa dimora che l'umanit risuscitata contempler alla fine del mondo. Essa si dispone in gerarchia come la citt terrestre; "dimora degli angeli",  tutta aperta ai mortali che procedono nella sua direzione, poich, nel piano divino, la comunicazione deve finalmente stabilirsi fra le due parti dell'universo.


La societ ecclesiastica.

Il popolo celeste forma dunque pi corpi, e il popolo della terra  disposto a sua immagine. Nella legge dell'antica Chiesa del suo popolo, che porta il nome simbolico di Sinagoga, Dio, per mezzo di Mos, ha stabilito dei ministri, dei quali ha regolato la gerarchia. La storia sacra narra quali ministri sono stati istituiti. L'ordine della nostra Chiesa  chiamato il regno dei Cieli. Dio stesso vi ha stabilito dei ministri senza macchia, e vi si osserva la nuova legge sotto il regno del Cristo. I canoni dei concili, ispirati dalla fede, hanno determinato come, per quali titoli e da chi i ministri devono essere costituiti. Ora, perch lo Stato possa godere della pace tranquilla della Chiesa,  necessario assoggettarlo a due leggi diverse, entrambe definite dalla sapienza, che  la madre di ogni virt. L'una  la legge divina: essa non fa differenze tra i suoi ministri; li forma tutti di uguale condizione, per quanto la nascita o il ceto sociale li stabiliscano diversi tra loro; il figlio di un artigiano non  inferiore al figlio di un re. Ad essi, questa legge clemente interdice ogni vile occupazione mondana. Non fendono la terra; non camminano dietro la groppa dei giovenchi; appena si occupano delle viti, degli alberi, dei giardini. Non sono n macellai n locandieri, e neppure porcai, guardiani di capri o pastori; non vagliano il grano, ignorano il calore cocente di una marmitta unta; non fanno dimenare dei porci sul dorso dei buoi; non sono lavandai, e disdegnano di far bollire la biancheria. Ma devono purificare la loro anima e il loro corpo, onorarsi con i loro costumi e vegliare su quelli degli altri. La legge eterna di Dio prescrive loro di essere cos senza macchia; essa li dichiara liberi da ogni condizione servile. Dio li ha adottati: sono suoi servi; egli solo li giudica; dall'alto dei cieli, grida loro di essere casti e puri. Egli ha loro sottomesso con i suoi comandamenti tutto il genere umano; nessun principe ne  eccettuato, poich si dice "tutto". Egli ordina loro d'insegnare a conservare la vera fede, e di immergere quelli che hanno istruito nel fonte del santo battesimo; li ha costituiti medici delle piaghe che fanno talvolta incancrenire le anime, e sono incaricati di applicarvi i cauteri delle loro parole. Egli ordina che solo il prete abbia la facolt di amministrare il sacramento del suo corpo e del suo sangue; a lui confida la solenne missione di offrirlo. Ci che la voce di Dio ha promesso non sar rifiutato: lo crediamo, lo sappiamo; se non li cacciano i loro peccati, questi ministri andranno a sedere ai primi posti nei cieli. Devono dunque vegliare, astenersi da molti alimenti, pregare continuamente per le miserie del popolo e per le loro. Ho detto del clero solo poche cose, molte ne ho tralasciate; il punto essenziale  che tutti i chierici sono uguali per condizione.

Mentre nella Chiesa, posta alla congiunzione tra il profano e il sacro, Dio vuole che si annullino tutte le distinzioni sociali, si vede la societ civile, pi immersa nella realt materiale, dividersi in ordini. Ed  l'autorit congiunta del re (di Francia) e dell'Imperatore (re di Germania), l'uno e l'altro immagini di Dio sulla terra, che garantisce la stabilit di un tale ordinamento.


I tre ordini.

IL RE: Cos la casa di Dio  una, e retta da una sola legge?
IL VESCOVO: La societ dei fedeli forma un solo corpo, ma lo Stato ne comprende tre. Perch la legge umana distingue altre due classi: nobili e servi, infatti, non sono retti dallo stesso regolamento. Due personaggi occupano il primo posto: uno  il re, l'altro l'imperatore; dal loro governo vediamo assicurata la solidit dello Stato; il resto dei nobili ha il privilegio di non essere soggetto ad alcun potere, purch si astenga dai crimini che reprime la giustizia regale. Essi sono i guerrieri, protettori delle chiese; sono i difensori del popolo, dei grandi come dei piccoli, di tutti, insomma, e garantiscono al tempo stesso la propria sicurezza. L'altra classe  quella dei servi: questa razza infelice non possiede nulla se non al prezzo della propria fatica. Chi potrebbe con i segni dell'abaco fare il conto delle occupazioni che assorbono i servi, delle loro lunghe marce, dei duri lavori? Denaro, vesti, cibo, i servi forniscono tutto a tutti; non un uomo libero potrebbe vivere senza i servi.
La casa di Dio, che si crede una,  dunque divisa in tre: gli uni pregano, gli altri combattono, gli altri infine lavorano. Queste tre parti coesistono e non sopportano di essere disgiunte; i servizi resi dall'una sono la condizione delle opere delle altre due; e ciascuna a sua volta s'incarica di soccorrere l'insieme. Perci questo legame triplice  nondimeno uno; cos la legge ha potuto trionfare, e il mondo godere della pace(29).



3..
Presenza dei defunti

La situazione politica e la realt sociale sono cos concepite come proiezioni di un ordine immanente; agli ecclesiastici spetta il compito fondamentale di stabilire ritualmente i legami tra il mondo dei re, dei cavalieri e dei contadini e quello degli angeli. Ma, per la stessa ragione profonda, esistono anche relazioni costanti tra il paese dei morti e quello dei vivi. I defunti vivono, infatti; essi lanciano appelli, e si dev'essere attenti a percepirli.  appunto nell'Anno Mille che la Chiesa d'Occidente accoglie infine le antichissime credenze nella presenza dei trapassati, nella loro sopravvivenza, invisibile, ma tuttavia poco diversa dall'esistenza carnale. Essi frequentano uno spazio incerto fra la terra e la citt divina. L attendono, dagli amici e dai parenti, soccorsi, esequie, preghiere, gesti liturgici capaci di alleviare le loro pene. Li vediamo apparire, a pi riprese, nel racconto di Rodolfo il Glabro. Ma coloro che percepiscono tali messaggi dell'aldil, sono ben presto ghermiti essi stessi dalla morte.

Nel periodo seguente (995), il popolo dei saraceni, con il suo re Almansor, usc dalle contrade africane, occupando quasi tutto il territorio spagnolo sino ai confini meridionali della Gallia, e fece grandi stragi di cristiani. Nonostante l'inferiorit delle sue forze, Guglielmo duca di Navarra, detto il Santo, venne con loro pi volte a battaglia. La scarsit degli effettivi costrinse anche i monaci del paese a prendere le armi temporali. L'una e l'altra parte subirono gravi perdite; infine la vittoria fu concessa ai cristiani e, dopo aver sacrificato molti dei loro, i saraceni superstiti si rifugiarono in Africa. Ma in questa lunga serie di combattimenti caddero evidentemente molti religiosi cristiani, che avevano preso le armi per obbedire a sentimenti di carit fraterna, piuttosto che ad un pretenzioso desiderio di gloria.
In quel tempo un fratello di nome Vulferio, di costumi dolci e caritatevoli, viveva nel monastero di Moutiers-Saint-Jean (Tardenois). Una domenica, gli apparve una visione divina ben degna di fede. Infatti, dopo il canto del mattutino, mentre si raccoglieva per pregare nel detto monastero, e intanto gli altri fratelli tornavano a riposare un poco, all'improvviso la chiesa tutta fu piena di uomini avvolti in bianche vesti e adorni di stole purpuree, il cui contegno grave istruiva assai sulla loro natura colui che li vedeva. Li precedeva, portando in mano la croce, un uomo che diceva di essere vescovo di molti popoli e affermava di dover celebrare il giorno stesso in quel luogo la santa messa. Lui e gli altri dichiaravano di aver assistito quella notte alla celebrazione del mattutino con i fratelli del monastero, e aggiungevano che l'ufficio di lode che avevano ascoltato si confaceva perfettamente a quel giorno. Era la domenica nell'ottavario della Pentecoste, quando, nella piena gioia della resurrezione del Signore, della sua ascensione e della venuta dello Spirito Santo, si  soliti quasi dappertutto cantare dei responsori composti di parole veramente sublimi, sostenuti da una melodia deliziosa, e cos degni della divina Trinit quanto pu esserlo un'opera dello spirito umano. Il vescovo si avvicin all'altare di san Maurizio martire e, intonando l'antifona della Trinit, cominci a celebrare la santa messa. Intanto il nostro confratello domandava chi erano, donde venivano, la ragione di quella visita. Gli risposero senza difficolt:
"Noi siamo, dissero, religiosi cristiani; ma, per proteggere la nostra patria e difendere il popolo cattolico nella guerra dei saraceni, con la spada siamo stati separati dal nostro umano involucro corporeo. Perci Dio ci chiama adesso tutti insieme a condividere la sorte dei beati; ma abbiamo dovuto passare da questo paese perch vi si trovano molte persone che tra breve si aggiungeranno alla nostra compagnia".
Colui che celebrava la messa, al termine dell'orazione domenicale diede la pace a tutti e mand uno di loro a dare il bacio della pace al nostro confratello. Questi, ricevuto il bacio, vide che l'altro gli faceva cenno di seguirlo. Mentre voleva andare al loro seguito, essi scomparvero. E il fratello comprese che di l a poco sarebbe uscito da questo mondo, ci che gli accadde immancabilmente.
Infatti, cinque mesi dopo aver avuto questa visione, cio nel dicembre seguente, si rec per ordine del suo abate ad Auxerre per curare alcuni fratelli del monastero di San Germano, che erano malati; poich era istruito nell'arte della medicina. Appena giunto, prese ad esortare quei confratelli, per i quali era venuto, perch cercassero di fare al pi presto quanto era necessario per la loro guarigione. Sapeva infatti che la sua fine era prossima. Gli risposero:
"Suvvia, riposati oggi delle fatiche del viaggio, che domani ti troverai in migliori condizioni".
Ma egli disse:
"Se non termino oggi ci che mi resta, per quanto posso, vedrete che domani non far niente del tutto".
Essi credettero che scherzasse, perch era sempre stato di carattere allegro e sereno, e dimenticarono la sua predizione. Ma all'alba del giorno seguente, preso da un dolore acuto, egli raggiunse a stento l'altare della beata Maria sempre vergine per celebrare la santa messa. Quando ebbe finito, fece ritorno all'infermeria e si sdrai sul suo letto, gi in preda a intollerabili sofferenze. Come avviene spesso in tali casi, il sonno gli cal sulle palpebre nel mezzo delle sue angosce. All'improvviso egli vide davanti a s la Vergine nel suo splendore, raggiante di una luce immensa, che gli domandava perch fosse in apprensione. Mentre la contemplava, ella soggiunse:
"Se  il viaggio che ti fa paura, non hai nulla da temere: io ti sar vicina come protettrice".
Rassicurato da questa apparizione, mand a chiamare il preposto del luogo, di nome Acardo, uomo di profonda cultura, che fu poi abate dello stesso monastero, e gli raccont per filo e per segno non solo questa visione, ma anche la precedente. Quello gli disse:
"Consolati, fratello mio, nel Signore; ma poich hai visto ci che raramente  concesso all'uomo di vedere, bisogna che paghi il debito della carne, per poter dividere la sorte di coloro che ti sono apparsi".
E gli altri fratelli, convocati, gli fecero la visita d'uso. Alla fine del terzo giorno, mentre calava la notte, egli lasci il suo corpo. Tutti i fratelli lo lavarono secondo la consuetudine, gli prepararono un lenzuolo funebre, fecero suonare tutte le campane del monastero. Un laico, uomo assai religioso, che abitava nelle vicinanze, non sapendo che era morto il fratello, credette che le campane sonassero il mattutino, e si alz come al solito per andare alla chiesa. Mentre arrivava presso un ponte di legno che si trovava pressappoco a met strada, molte persone del vicinato udirono dalla parte del monastero delle voci che gridavano: "Tira! Tira! Portalo qui presto!"
A quelle voci un'altra rispondeva:
"Questo non posso, ma ne condurr un altro, se avr modo".
Nello stesso istante, l'uomo che si recava in chiesa credette di vedere davanti a s sul ponte uno dei suoi vicini (in realt era un diavolo) che veniva verso di lui, e del quale non poteva aver paura: anzi, lo chiam per nome e gli consigli di fare la traversata con cautela. Ma subito lo spirito maligno, prendendo la forma di una torre, si lev nell'aria, poich voleva raggirare il nostro uomo mentre seguiva con gli occhi i suoi ingannevoli artifici. Tutto assorto nella sua visione, l'infelice incespic e cadde pesantemente sul ponte. Si rialz in fretta e si protesse con un segno di croce; riconoscendo in questa insidia la malvagit del demonio, ritorn a casa sua, pi prudente. Poco dopo, del resto, mor in pace a sua volta(30).



4.Reliquie.

Cos le parole del testo sacro e la musica della salmodia non sono sole, coi loro ritmi e la diversit del loro senso, a dischiudere le vie dell'invisibile. Anche le cose talvolta vi danno accesso, e l'aldil si rivela allora agli occhi e agli orecchi dell'uomo, non pi per simboli, ma per fenomeni. I pi colti degli ecclesiastici prestano dunque attenzione agl'incantesimi, ai sortilegi, alle ambiguit familiari al pensiero selvaggio e a tutte le mediazioni magiche. Essi non hanno dubbi: influssi strani, emananti dall'altro mondo, turbano di tanto in tanto i ritmi regolari della natura. Il mistero  presente in permanenza, visibile, tangibile.


Re Taumaturgi.

Innegabilmente, il meraviglioso sgorga infatti senza sosta da oggetti e da persone sacre. E anzitutto dalla mano regale. Giacch l'unzione con l'olio santo, il giorno della consacrazione, ha impregnato il corpo del re della gloria e della forza divina. Da quel momento egli  ripieno di una potenza soprannaturale. Toccando, guarisce. Elgaldo fu il primo a descrivere i miracoli del re di Francia :

Il bel palazzo che  a Parigi era stato costruito per ordine di re Roberto dai suoi uomini. Volendo, nel santo giorno di Pasqua, onorarlo della sua presenza, ordin di apparecchiare la tavola secondo l'uso regale. Mentre tendeva le mani per le abluzioni, un cieco si lev tra la folla dei poveri che, attorniandolo, formava il suo perpetuo corteggio, e lo supplic umilmente di aspergergli d'acqua il viso. E lui, subito, prendendo per un gioco la preghiera del povero, appena ebbe dell'acqua sulle mani, gliela gett sul viso. Immediatamente, sotto gli occhi di tutti i grandi del regno che erano presenti, il cieco fu guarito ricevendo quest'acqua; e mentre tutti si rallegravano con lui benedicendo il Signore, il re si sedette a tavola e fu il pi allegro dei commensali. Tutto il giorno quelli che prendevano parte al banchetto parlarono del fatto, lodando Iddio onnipotente; e forse i loro discorsi sarebbero stati vani e oziosi, se quel giorno non li avesse illuminati una tale luce. E giustamente si pu credere che questo palazzo meriti di essere onorato spesso del soggiorno del re, poich la virt divina gli ha dato lustro con un tale miracolo e l'ha consacrato con la gioia del popolo, il primo giorno che il re piissimo volle farvi convito.


Poteri dei corpi santi.

Tuttavia esistono allora degli oggetti dove, ancor meglio che nell'apparizione dei defunti e nei poteri meravigliosi del re, si vede l'altro mondo penetrare nelle forme della vita quotidiana e operarsi l'incontro fra il cristianesimo e le credenze profonde del popolo. Questi oggetti sono ci che rimane dell'esistenza terrena dei santi, il loro corpo, le loro ossa, la loro tomba: sono le reliquie. Sul rispetto che ispirano tali resti si fonda, in realt, tutto l'ordine sociale; poich tutti i giuramenti che tentano di disciplinare il tumultuoso fermento feudale, si prestano di fatto posando la mano su un reliquiario.

Forte di una giustizia rigorosa, questo stesso re serenissimo (Roberto il Pio) si sforzava di non macchiare la sua bocca con menzogne, ma al contrario di sostenere la verit col cuore e con la bocca; e giurava continuamente per la fede del Signore nostro Dio. Perci, volendo rendere puri com'era lui stesso [salvandoli dallo spergiuro] coloro dai quali riceveva il giuramento, aveva fatto fare un reliquiario di cristallo, decorato tutto intorno d'oro fino, ma sprovvisto di reliquie di santi, sul quale giuravano i suoi grandi, ignari della pia frode. Ne fece preparare un altro d'argento, nel quale pose un uovo dell'uccello detto grifone, e sul quale faceva prestare giuramento ai meno potenti e ai contadini(31).

Privato delle reliquie che contiene, un santuario perde subito l'elemento essenziale del suo pregio:

In quei giorni Goffredo, abate di San Marziale, successore di Adalbaldo, accompagnato dal conte Bosone, con una grande schiera di armati si rec ad una chiesa, che alcuni signori avevano ingiustamente tolto a san Marziale; ne prese il corpo di san Valerico e lo riport con s a Limoges. L egli conserv le reliquie del santo confessore, fino a che quei colpevoli signori riconobbero e proclamarono il buon diritto di san Marziale. E quando questo fu rientrato in possesso del suo bene, l'abate restitu il corpo santo al detto santuario, e in presenza del duca Guglielmo vi stabil la disciplina monastica(32).

Le pi belle cerimonie del tempo, e tutti i fasti della creazione artistica, accompagnano la scoperta e la traslazione delle reliquie, le quali, circondate di leggende, partono talvolta in viaggio, per visitarsi l'un l'altra.


Invenzione del cranio di Giovanni Battista.

In quei giorni, - racconta Ademaro di Chabannes, - il Signore si compiacque di dare lustro al regno del serenissimo duca Guglielmo [d'Aquitania]. Ai suoi tempi, infatti, il capo di san Giovanni fu scoperto nella basilica di Angly, chiuso in un cofano di pietra a forma di piramide, dal chiarissimo abate Alduino: si dice che questo santo capo sia propriamente quello di Giovanni Battista. Appresa la notizia, il duca Guglielmo, che tornava da Roma dopo le feste pasquali, fu ripieno di gioia e stabil che si dovesse esporre il sacro capo alla vista del popolo. Il capo stesso era conservato in un reliquiario d'argento, sul quale si leggono queste parole: "Qui riposa il capo del Precursore del Signore". Tuttavia da chi, in qual epoca e da dove fu portata la reliquia, e se si tratta veramente del Precursore del Signore, non  affatto appurato con certezza. Nella storia di re Pipino, dove si possono leggere tutti i minimi particolari, si passa invece sotto silenzio questo avvenimento, che  dei pi considerevoli; e il racconto che se n' scritto non deve assolutamente esser preso sul serio dalle persone istruite. In quest'opera fantasiosa si narra infatti che, al tempo in cui Pipino era re d'Aquitania, un certo Felice port per mare da Alessandria in Aquitania il capo di san Giovanni Battista, e che in quel tempo Alessandria era governata dall'arcivescovo Teofilo, di cui Luca fa menzione all'inizio degli Atti degli Apostoli, quando dice: "Ho parlato, o Teofilo, nel mio primo libro, di tutto..."; poi ci sarebbe stata una battaglia ad Aunis tra re Pipino e i Vandali, e quello stesso capo, imposto dal re ai compagni uccisi, li avrebbe subito risuscitati. Ora Pipino non visse affatto all'epoca di Teofilo n al tempo dei Vandali, e non risulta che il capo del Precursore del Signore si sia mai trovato ad Alessandria. Vediamo al contrario in antiche leggende che il capo del santo Precursore fu dapprima scoperto da due monaci, che ebbero la rivelazione del luogo in cui si trovava; poi l'imperatore Teodosio lo trasferi nella citt reale di Costantinopoli, ed  l che viene offerto alla venerazione dei fedeli. Dunque, per ritornare al nostro argomento, quando si espose il capo di san Giovanni appena scoperto, tutta l'Aquitania e la Gallia, l'Italia e la Spagna, commosse da questa notizia, a gara si affrettarono ad accorrere in quel luogo. Il re Roberto e la regina, il re di Navarra, il duca di Guascogna Sancio, Oddone di Champagne, i conti e i grandi, con i vescovi, gli abati e tutta la nobilt di quei paesi, affluirono. Tutti offrivano preziosi regali di ogni genere; il re di Francia offr un piatto d'oro fino che pesava trenta libbre, e stoffe tessute di seta e d'oro per decorare la chiesa; fu ricevuto con onore dal duca Guglielmo, poi torn in Francia passando per Poitiers. Non si era mai visto nulla di pi giocondo e di pi solenne di quel gran concorso di canonici e di monaci, che cantavano salmi portando le reliquie dei santi e si affrettavano da ogni parte per onorare la memoria del santo Precursore. Nel corso di tali feste, le reliquie di quel grande principe che  il padre dell'Aquitania e il primo fecondatore della fede nelle Gallie, ossia del beato apostolo Marziale, furono trasferite col insieme alle reliquie di santo Stefano della cattedrale di Limoges. E mentre, in una cassa d'oro e di pietre preziose, si portavano le reliquie di san Marziale fuori della sua basilica, subito tutta l'Aquitania, che a lungo aveva sofferto per le piogge eccessive, al passaggio del suo patrono ritrov con gioia la serenit del cielo. Facendo corteggio a queste reliquie, l'abate Goffredo e il vescovo Geraldo, con numerosi signori e una innumerevole folla di popolo, si recarono alla basilica del Salvatore, a Charroux. I monaci del luogo e tutto il popolo uscirono loro incontro per un miglio e, celebrando in gran pompa quel giorno di festa, intonando a piena voce le antifone, li condussero fino all'altare del Salvatore. Dopo celebrata la messa, li accompagnarono allo stesso modo. Una volta entrati nella basilica del santo Precursore, il vescovo Geraldo celebr, davanti al capo del santo, la messa della Nativit del Battista, essendo il mese di ottobre. I canonici di Santo Stefano con i monaci di San Marziale cantarono alternativamente tropi e laudi, come si fa nei giorni di festa; e dopo la messa il vescovo benedisse il popolo con il capo di san Giovanni. Cos, rallegrandosi vivamente dei miracoli compiuti per via da san Marziale, tutti se ne ritornarono, il quinto giorno prima della festa di Ognissanti. Verso quest'epoca il santo confessore Leonardo, a Limoges, e il santo martire Antonino, a Quercy, presero a segnalarsi con strepitosi miracoli, e da ogni parte i popoli accorrevano ad essi.


Meraviglie.

... Quando si trasferirono le reliquie di san Cibardo verso il santo Precursore, si trasport nello stesso tempo il bastone di questo santo confessore. Tale bastone pastorale  ricurvo all'estremit superiore; e durante le ore della notte, fino al sorgere del sole, si vide splendere nel cielo, sopra le reliquie del santo, un bastone di fuoco in tutto simile, finch si giunse davanti al capo di san Giovanni; e dopo che san Cibardo ebbe compiuto alcuni miracoli guarendo dei malati, si torn indietro con grande allegrezza. Mentre i canonici di San Pietro d'Angoulme procedevano con le reliquie, quelli che le portavano, vestiti di tuniche consacrate, attraversarono un fiume profondo senza trovarsi bagnati: come se avessero camminato sul terreno asciutto, non si vide traccia di acqua su di loro, n sulle loro vesti, n sui loro calzari.
Intanto, il capo di san Giovanni, dopo esser stato esposto abbastanza a lungo alla vista del popolo, fu ritirato per ordine del duca Guglielmo e fu riposto nella piramide dove si trovava dapprincipio, e all'interno della quale  conservato nel suo reliquiario d'argento, sospeso con catenelle dello stesso metallo. La piramide stessa  di pietra, coperta di pannelli di legno interamente rivestiti d'argento, di quello che il re Sancio di Navarra aveva offerto in gran copia al beato Precursore.

Nelle grandi solennit, folle di fedeli esaltati si pigiano nei corridoi delle cripte attorno ai reliquiari:

A met quaresima, durante le veglie della notte, poich un'immensa moltitudine entrava nello stesso santuario e si accalcava intorno alla tomba di san Marziale, pi di cinquanta uomini e donne si calpestarono a vicenda e spirarono all'interno della chiesa; il giorno seguente furono sepolti(33).



5. Miracoli.

Ai pi alti livelli della coscienza religiosa, pu apparire sicuro che i miracoli non sono necessari alla fede, e neppure alla salvezza, e invece ci che conta  la realt spirituale, mentre il meraviglioso  soltanto la schiuma dell'eterno. Erveo, tesoriere di San Martino di Tours, aveva fatto ricostruire la basilica per deporvi il reliquiario del santo.

Si racconta che, alcuni giorni prima di questa traslazione, Erveo aveva pregato il Signore di manifestare il suo affetto per la Chiesa sua sposa degnandosi, come aveva fatto altre volte, di compiere qualche miracolo per il tramite di san Martino. Mentre era immerso nella preghiera, il santo confessore gli apparve, e con dolcezza gli rivolse la parola dicendo:
"Quanto tu chiedi, figlio carissimo, sappi che  poca cosa rispetto a ci che il Signore pu concederti; ma per il momento devono bastare i miracoli che si sono visti in passato, poich urge dapprima raccogliere la messe gi seminata. Solo i beni che elevano le anime devono essere oggetto delle preghiere di tutti. Per le anime, non tralascio mai d'implorare la misericordia divina. Tu saprai che intercedo presso il Signore specialmente per coloro che servono assiduamente questa chiesa. Alcuni di essi, implicati pi del giusto negli affari di questo mondo, e prestando inoltre servizio con le armi e la guerra, sono morti trucidati in battaglia. Non voglio nasconderti che a stento ho ottenuto dalla clemenza di Cristo che costoro fossero strappati ai ministri delle tenebre e conseguissero il loro posto nei luoghi del refrigerio e della luce. Quanto al resto, termina di compiere il tuo voto, che  molto gradito al Signore".
Il giorno fissato per la dedicazione, si radunarono i vescovi e gli abati, con un'innumerevole moltitudine di fedeli, uomini e donne, chierici e laici; prima di dar inizio alle cerimonie, il venerabile Erveo si prese cura di riferire la sua visione ai pi santi dei sacerdoti convenuti. Quando la consacrazione fu compiuta secondo l'uso, e tutti gli oggetti di culto furono convenientemente disposti, il santo uomo cominci a infliggersi le mortificazioni di una vita ancor pi ascetica e a vivere solitario in un'angusta celletta presso la chiesa, recitando salmi e preghiere. Dopo quattro anni, sent che presto avrebbe lasciato questo mondo; la sua salute peggiorava di giorno in giorno; molti accorsero per visitarlo, e si aspettavano che la sua morte fosse segnata da qualche miracolo, poich lo conoscevano per uomo di grande merito. Ma lui sagacemente li prevenne e li esort a occuparsi d'altro e a non attendersi di vedere alcun segno straordinario; li scongiurava piuttosto di pregare con pi zelo per lui il Signore santissimo. Mentre si avvicinava l'ora della sua fine, con le mani e gli occhi levati al cielo, non cessava di ripetere: "Signore, piet! Signore, piet!" E pronunciando queste parole rese l'ultimo respiro; fu sepolto in quella stessa chiesa, proprio nel luogo dove un tempo si trovava la sepoltura del beato Martino(34).

Ma la fede del popolo, in quel tempo, si nutre di meraviglie. Il bisogno del prodigio, del contatto fisico con le forze soprannaturali, spinge le folle verso i santuari favoriti dalla frequenza dei miracoli e verso i reliquiari nascosti nell'ombra delle cripte e dei martyria. Questa inclinazione irresistibile, e i notevoli profitti che essa rendeva possibili, spiegano l'intenso commercio delle reliquie e tanti imbrogli, dai quali peraltro non tutti si lasciarono ingannare.


Imposture.

L'autorit divina, per bocca di Mos, diede agli Ebrei questo avvertimento: "Se sorger tra voi un profeta che, parlando a nome di qualche dio dei Gentili, predir un avvenimento futuro, e per sorte questo avvenimento si verificher, non credete in quest'uomo: perch  il Signore Iddio vostro che vi mette alla prova, per vedere se l'amate o no". Il nostro tempo fornisce, in un caso diverso, un esempio equivalente. All'epoca di cui stiamo parlando viveva un popolano, rigattiere abilissimo, di cui s'ignorava per il nome e la patria; infatti cambiava continuamente residenza per evitare di essere riconosciuto, attribuendosi nomi falsi e mentendo sulla sua provincia d'origine. Dalle tombe egli esumava di nascosto le ossa di defunti recenti, le metteva in diversi cofanetti e le vendeva a una quantit di persone come reliquie di santi martiri o confessori. Dopo aver compiuto innumerevoli truffe nelle Gallie, costretto a fuggire, arriv nella regione delle Alpi, dove abitano le popolazioni rozze e primitive che di solito hanno dimora sulle montagne. L prese il nome di Stefano, cos come altrove si era fatto chiamare Pietro o Giovanni. E l dunque, secondo il suo costume, and di notte a raccogliere in un luogo dei pi comuni le ossa di un uomo sconosciuto; le mise in un reliquiario e in una cassa, e pretese di sapere, per una rivelazione fattagli dagli angeli, che si trattava dei resti del santo martire Giusto. Subito il popolo si comport come d'abitudine in simili casi; tutti i contadini ignoranti accorsero appena si sparse la notizia, desolati perfino se non avevano qualche malattia di cui implorare la guarigione. Condussero gl'infermi, portarono modeste offerte, vegliarono giorno e notte aspettando qualche improvviso miracolo. Ora, l'abbiamo detto, gli spiriti maligni hanno talvolta il permesso di fare miracoli: sono di quelle tentazioni che gli uomini si attirano con i loro peccati, e se n'ebbe allora un esempio manifesto. Infatti si vide risanata ogni sorta di deformit, e, presto, penzolare ex voto di tutte le forme. Intanto, n il vescovo di Maurienne, n quello di Uzs, n quello di Grenoble, le cui diocesi erano teatro di tali sacrilegi, si presero cura d'indagare sulla faccenda. Preferivano invece tenere colloqui, nei quali non si occupavano che d'imporre al popolo ingiusti balzelli, e nello stesso tempo di favorire questa frode.
Intanto Manfredi, il ricchissimo marchese, ud parlare della cosa e invi i suoi uomini a impadronirsi con la forza del falso oggetto di culto, ordinando di portargli quello che ritenevano un venerabile martire. Il marchese aveva infatti intrapreso la costruzione di un monastero nel borgo fortificato di Susa, il pi antico delle Alpi, in onore di Dio onnipotente e della Madre sua Maria sempre vergine. Aveva dunque intenzione, quando l'edificio fosse completato, di farvi deporre quel santo e tutte le altre reliquie che riuscisse a trovare. Poco dopo, ultimati i lavori della chiesa, fiss il giorno della dedicazione, invitando i vescovi delle vicinanze, con i quali vennero l'abate Guglielmo [di Volpiano], gi cos spesso nominato, e alcuni altri abati. Anche il nostro mercante si trovava sul posto; era ormai entrato nelle grazie del marchese, poich gli prometteva di scoprire di l a poco reliquie ben pi preziose, di santi dei quali inventava naturalmente gli atti, i nomi e i particolari del martirio, come tutto il resto. Quando le persone pi colte gli domandavano come avesse appreso simili cose, con fragorosa loquacit spacciava storie poco verosimili; io stesso ero presente, venuto al seguito del mio abate tante volte nominato. Egli diceva:
"La notte mi appare un angelo, che mi racconta e m'insegna tutto ci che sa ch'io desidero sapere; e rimane con me finch non lo invito ad andarsene".
Poich a queste parole rispondevamo chiedendo se vedesse ci da sveglio o durante il sonno, aggiunse:
"Quasi ogni notte l'angelo mi porta via dal mio letto, all'insaputa di mia moglie; e, dopo una lunga conversazione, mi lascia salutandomi e baciandomi".
Sentimmo nel suo discorso una menzogna maldestra, e comprendemmo che quest'uomo non era un uomo angelico, bens un servitore della frode e della malignit.
Intanto i prelati, operando ritualmente la consacrazione della chiesa, che era l'oggetto del loro viaggio, unirono alle altre reliquie le ossa scoperte da quel sacrilego impostore, non senza grande allegrezza di tutto il popolo, convenuto in folla. Ora, questo accadeva il sedici delle calende di novembre. Tale giorno era stato scelto perch i fautori dell'imbroglio pretendevano si trattasse appunto delle ossa di san Giusto, che sub il martirio in quella data nella citt di Beauvais, in Gallia, e il cui capo fu trasferito ed  conservato ad Auxerre, ove il santo era nato e cresciuto. Ma io, che conoscevo la verit, dichiaravo la voce infondata. Del resto i personaggi pi distinti avevano scoperto l'inganno e accoglievano la mia opinione. Ora, la notte seguente, alcuni monaci e altri devoti ebbero in questa chiesa apparizioni mostruose; e dalla cassetta che racchiudeva le ossa videro uscire certe fosche figure di negri, che si ritirarono dalla chiesa. E ancorch molte persone di buon senso esecrassero manifestamente questa finzione detestabile, la folla contadina, venerando nella persona del mercante corrotto il nome di un uomo ingiusto, come fosse stato lui stesso Giusto, persever nel suo errore. Abbiamo raccontato questa storia perch si stia in guardia davanti alle forme cos varie degl'inganni diabolici e umani che abbondano qua e l nel mondo, con particolare predilezione per quelle sorgenti e quegli alberi che i malati venerano incautamente(35).


Vittorie del culto delle reliquie.

Tali credenze si affermavano a volte con tanta forza, che anche i pi dotti si lasciavano trascinare. Bernardo, maestro delle scuole di Angers, quando scopr l'Aquitania, fu dapprima profondamente urtato dalle forme che assumeva in quella regione la devozione popolare alle reliquie. I primi reliquiari antropomorfi che intravide gli parvero degl'idoli, perniciosi quanto le statue del paganesimo. Ma ben presto fu conquistato lui pure, come si legge nei Miracoli di santa Fede:

COME SIA PERMESSO, PER UNA CONSUETUDINE RADICATA E INVINCIBILE PRESSO I SEMPLICI, DI ERIGERE STATUE DI SANTI, POICH NON NE DERIVA ALCUN DANNO ALLA RELIGIONE, E DI UN ESEMPIO DI VENDETTA CELESTE.

Esiste un'abitudine antica e inveterata, tanto nelle regioni dell'Avernia, di Rodez e di Tolosa quanto nei paesi circonvicini: ciascuno innalza al suo santo, secondo i suoi mezzi, una statua d'oro, d'argento o di altro metallo, nella quale si racchiude la testa del santo o qualche altra parte venerabile del suo corpo. Siccome tale pratica sembrava, non senza ragione, superstiziosa alle persone colte - pensavano che perpetuasse un rito del culto degli antichi dei o piuttosto dei demoni - anch'io credetti, ignorante, che quest'uso fosse malvagio e del tutto contrario alla religione cristiana, quando osservai per la prima volta la statua di san Geraldo collocata su un altare. Era una statua notevole per l'oro finissimo e le pietre di gran pregio, e riproduceva con tanta arte le fattezze di un volto umano, che i contadini che la guardavano si sentivano trapassati da uno sguardo chiaroveggente e credevano di cogliere talvolta, nel riverbero dei suoi occhi, l'indizio di un favore pi indulgente ai loro voti. E subito, sorridendo tra me nel mio errore, mi volto verso il mio compagno Bernero e gli rivolgo in latino queste parole: "Che ti pare, fratello, di quest'idolo? Giove o Marte non avrebbero gradito una statua simile?" Bernero allora, gi guidato dalla mia domanda, rispose con un certo spirito, dissimulando la critica sotto la lode. E non aveva torto. Infatti, l dove si rende un giusto culto all'unico sommo e vero Dio, sembra sacrilego e sconveniente fabbricare statue di gesso, di legno, di metallo, salvo se si tratta del Signore in croce. Che si rappresenti con devozione una tale immagine, modellata o intagliata, per far vivere il ricordo della Passione del Signore, la santa Chiesa cattolica lo ammette. Ma gli occhi umani devono contemplare la memoria dei santi soltanto nei racconti veritieri e nelle figure di colore scuro dipinte sui muri. Non abbiamo ragione di accettare le statue dei santi, se non in forza di un abuso antico e di una consuetudine radicata in modo invincibile presso i semplici. Questo abuso ha tanta forza nei luoghi di cui ho parlato, che se avessi espresso allora a voce alta la mia opinione sulla statua di san Geraldo, forse sarei stato punito come un criminale.

Finalmente, il terzo giorno arrivammo presso santa Fede. Accadde per buona sorte, quando entrammo nel monastero, che il luogo appartato, dove si conserva la venerabile immagine, fosse aperto. Giunti davanti ad essa, eravamo cos stretti, per il gran numero di fedeli prosternati, che non potemmo inchinarci noi pure. Infastidito, rimango in piedi a guardare l'immagine, e formulo esattamente in questi termini la mia preghiera: "O santa Fede, la cui reliquia riposa nel presente simulacro, soccorrimi nel giorno del Giudizio". Di nuovo mi volto a guardare di traverso, sorridendo, il mio allievo Bernero. Pensavo allora che fosse veramente assurdo e inopportuno che tanti esseri ragionevoli supplicassero un oggetto muto, privo d'intelligenza. Ma erano parole vane, una concezione meschina, che non scaturivano da un animo retto: l'immagine sacra non  consultata come un idolo per mezzo di sacrifici, ma  onorata in ricordo della venerabile martire, nel nome d'Iddio onnipotente. Io invece, disprezzandola come fosse stata Venere o Diana, l'avevo definita simulacro.
E mi pentii, in seguito, amaramente, della mia stolta condotta verso la santa di Dio. Il reverendo Adalgerio, uomo retto e venerabile, decano a quel tempo (ho appreso poi che era divenuto abate), mi raccont, tra altri miracoli, l'avventura del chierico Ulrico. Ulrico era convinto di saperne pi degli altri: un giorno, in cui di necessit si trasportava la santa immagine in un altro luogo, aveva talmente sovvertito gli animi che, arrestando la processione dei pellegrini, inveiva contro la santa martire e gridava non so quali sciocchezze sulla sua immagine.
La notte seguente, mentre riposava sfinito dalla stanchezza, gli sembr che una dama imponente e terribile gli apparisse in sogno. "Ebbene, - disse, - miserabile, come ti sei permesso di denigrare la mia immagine?" Dopo queste parole, con una bacchetta che portava in mano colp il suo nemico e lo lasci. Finch sopravvisse, egli pot raccontare questa visione per la posterit. Non resta dunque alcun argomento per discutere se la statua di santa Fede si debba far oggetto di venerazione, poich  chiaro e manifesto che i suoi detrattori attaccano in realt la santa martire stessa; aggiungo che non si tratta di un idolo empio, che d luogo a un rito sacrificale o divinatorio, ma della pia memoria di una vergine santa, dinanzi alla quale i fedeli ritrovano pi degnamente e pi copiosamente la compunzione, e implorano la sua potente intercessione per i loro peccati. Ecco forse la spiegazione pi saggia. Certamente, questo involucro di reliquie sante  fabbricato in forma di una qualsiasi figura umana, secondo il desiderio dell'artista, ma  notevole per un tesoro molto pi prezioso che non a suo tempo l'arca dell'Alleanza. Giacch in esso si conserva intatto il capo di una cos grande martire, che  senza dubbio tra le pi belle perle della Gerusalemme celeste. E la bont divina opera anche, in virt dei suoi meriti, tali miracoli, che non abbiamo potuto trovarne l'equivalente ai giorni nostri presso un altro santo, per testimonianza diretta o indiretta.
Di conseguenza la statua di santa Fede non  qualcosa che si debba interdire o biasimare, poich, evidentemente, nessun errore antico  stato rinnovato, i poteri dei santi non sono stati diminuiti, e la religione non ne ha subito alcun danno(36).

Miracoli di santa Fede.

Bernardo, alfine convinto, applic dunque il suo talento a raccontare gli straordinari prodigi che le ossa, chiuse nella statua d'oro, suscitavano intorno a s.

DEI BRACCIALI D'ORO

Nessuno ha potuto ricordare tutti i miracoli che il Signore si  degnato di compiere per mezzo di santa Fede; e quelli che si ricordano, un solo uomo non basterebbe a scriverli. Voglio aggiungere tuttavia poche parole su fatti gi noti di cui mi hanno parlato, per non essere tacciato di mutismo a causa di un'eccessiva discrezione, n d'importunit per la mia lungaggine. Conosco l'antico detto: "Tutto ci che  raro  prezioso". E perci, a convalidare tutti gli altri, scrivo un piccolo numero di fatti, perch siano preziosi. Cristo mi perdoner dunque se passer sotto silenzio, di proposito, un gran numero di miracoli.
Si tratta di Arsenda, moglie del conte Guglielmo di Tolosa, fratello di quel Ponzio che fu poi ucciso a tradimento dal figliastro Artaldo. Questa donna aveva dei braccialetti d'oro, o meglio, poich salivano fino al gomito, dei bracciali magnifici, stupendamente lavorati e ornati di pietre preziose. Una notte, mentre riposava sola sul suo nobile letto, vide apparire in sogno davanti a s una splendida fanciulla. Ammirando la sua straordinaria bellezza, le rivolge questa domanda:
"Dimmi, o signora, chi sei dunque?"
Santa Fede con voce dolce rispose :
"Sono santa Fede, donna, non dubitare".
Arsenda, subito, con tono supplichevole disse:
"O santa signora, perch dunque ti sei degnata di venire presso una peccatrice?" Allora santa Fede fa conoscere alla sua interlocutrice la ragione della sua venuta:
"Donami, disse, i bracciali d'oro che possiedi; recati a Conques e deponili sull'altare del santo Salvatore. Infatti  questo il motivo della mia apparizione".
A queste parole, la donna, accorta, non volendo lasciarsi sfuggire un tal dono senza compenso, riprese: "O santa signora, se per tua intercessione Dio mi conceder di dare alla luce un figlio maschio, eseguir con gioia quel che tu mi ordini".
E santa Fede le rispose:
"Il Creatore onnipotente lo far molto facilmente per la sua serva, a condizione che tu non mi rifiuti ci che ti chiedo".
Il giorno seguente, la donna, prendendo a cuore questa risposta, s'inform con diligenza della regione ove  sito il borgo chiamato Conques: a quell'epoca, infatti, la fama della potenza singolare di Conques non aveva oltrepassato, salvo rari casi, il suo territorio. Informata da alcuni che sapevano, ella stessa comp il pellegrinaggio, port i bracciali d'oro con somma devozione e li offr a Dio e alla sua santa. La degna donna trascorse in quei luoghi le feste della Resurrezione del Salvatore, e ne accrebbe la solennit con la sua presenza e partecipazione; poi ritorn al suo paese. Ben presto vide realizzarsi la promessa fatta dall'apparizione e diede alla luce un bambino. Di nuovo incinta, partor un secondo figlio, e i loro nomi furono: per il primogenito Raimondo, per il secondo Enrico.
In seguito i bracciali furono fusi per fare una pala d'altare(37).

DI UNA VENDETTA CELESTE CONTRO PERSONE CHE VOLEVANO RUBARE IL VINO DEI MONACI

... Il cavaliere Ugo, che esercita il potere in questo borgo, ordin a due suoi servitori, tre anni fa, con un futile pretesto, di impadronirsi del vino dei monaci, conservato nella tenuta di Molires. Questa tenuta era vicina allo stesso borgo: la distanza non superava le due miglia.
I due si separarono e percorrendo le diverse strade fra le case del villaggio, cercavano dei carri per trasportare il vino; il primo di essi, un certo Benedetto, ebbe a che fare con un contadino semplice e dabbene, che lo esort cordialmente a non portare a compimento l'impresa disonesta. Ma egli rispose, si dice, in questo modo blasfemo: "Forse che santa Fede beve vino? O sciocco! non sai che chi non ne beve non ha bisogno di vino?" Infelice colui che non comprende il significato proprio delle parole e non sa che chi arreca danno ai ministri dei santi, offende manifestamente i santi stessi, e non fa torto solo ai santi, ma a Cristo Signore, che soffre nel corpo altrui, e del quale i santi non sono che membra intimamente unite. Quando gli annunciarono che il guardiano della cantina non era presente, si vant di avere la chiave sulla punta del piede, poich, diceva, da nessuna parte i battenti erano cos solidi che non si potessero spezzare con un calcio. Mentre parlava, senza fare il minimo sforzo, scosse il muro della casa dove era entrato, mostrando evidentemente con qual vigore si disponesse a sfondare le porte della cantina. Tuttavia, cammin facendo, ancora lontano dalla stessa cantina, mentre di nuovo, per la seconda volta, alzava il piede a colpire, il ginocchio gli si pieg sotto, i nervi paralizzati nel loro aggrovigliamento perdettero ogni capacit di moto e s'irrigidirono fino nell'intimo; con le membra rattrappite, egli cadde miseramente a terra. La bocca immonda si allarg fino all'orecchio; la sozzura usc dal suo ventre e si sparse in modo indecente, rivelando manifestamente come la sua angoscia era penosa e travagliata. L'infelice, cos tormentato da un supplizio spaventoso, non trascin pi di due giorni la sua misera esistenza(38).

DI UN MULO RISUSCITATO

La manifestazione dell'onnipotenza divina nel caso della risurrezione di un animale, per il tramite di santa Fede, non  meno degna di essere lodata e resa pubblica.  infatti sconveniente che una creatura ragionevole arrossisca di raccontare ci che il Creatore supremo non si  vergognato di fare. Non sembri strano che il Creatore misericordioso si prenda cura delle sue creature di ogni specie, poich sta scritto: "Uomini e animali soccorrerai, o Signore". L'episodio che sto per narrare  di quest'ordine.
Un cavaliere della regione di Tolosa, tale Bonfiglio (suo figlio ancora in vita  conosciuto con lo stesso nome), si dirigeva verso il luogo sacro alla vergine, quando, a circa due miglia dal borgo di Conques, la sua cavalcatura, ferita non so come, d'improvviso cadde morta. Assoldati perci due contadini, li incaric di scorticare l'animale. Quanto a lui, che aveva fatto il viaggio per amore della santa, prosegu fino al santuario: l, gettandosi a terra, recit le sue preghiere, manifest i suoi voti. Alla fine si lagn davanti alla statua dorata della santa martire per la perdita del suo mulo. Perch appunto si trattava di un mulo eccellente, quasi incomparabile, e proprio mentre compiva un'opera pia il Nemico, vittorioso, gli aveva causato il danno. La solidit di questa fede merita di essere altamente lodata; perch quando l'uomo ebbe finito la sua orazione, il mulo, liberandosi a calci dei due contadini che lo tenevano per i piedi, pronti a scorticarlo, si rizz, miracolo!, con un salto pieno di vita, e galoppando attraverso le colline sulle tracce dei suoi compagni di viaggio, fece irruzione nel borgo.
[...]. Di recente, alcuni nostri concittadini di Angers si misero in viaggio per fare le loro devozioni in quella citt illustre e popolosa il cui nome antico  quasi dimenticato (se non sbaglio, era Anicium), e che il popolo chiama "Notre-Dame-du-Puy". L, queste persone di cui parliamo incontrarono un individuo empio ed eretico, che dichiarava di abitare nei pressi di Conques. Quando apprese che i suoi interlocutori erano di Angers: "Conoscete, - disse, - un certo Bernardo che, ritornando quest'anno da Conques, ha lasciato l scritte, ahim, tante menzogne su santa Fede? Infatti, come si potr ragionevolmente credere a certe storie di occhi estirpati e poi rimessi a posto o di animali risuscitati? Ho inteso attribuire a santa Fede, come agli altri santi, altri prodigi - e anche straordinari. Ma per quale ragione, per quale necessit, Dio avrebbe risuscitato delle bestie? Una persona di buon senso non pu e non deve risolvere tali enigmi".
Com' cieco e insensato un tal uomo! Ha un cuore di pietra colui che trasforma in tenebre la luce ricevuta, che conserva intatto, l'infelice, dopo l'acqua del battesimo, l'uomo vecchio uscito dal seno materno; intatto, e anzi peggiore, dopo la rigenerazione dello Spirito. Se quest'uomo fosse vissuto al tempo della Passione del Signore, avrebbe sicuramente negato con i Giudei la risurrezione di Lazzaro, o la guarigione dell'orecchio tagliato. In realt quest'uomo si  mostrato figlio del diavolo, nemico della verit, servitore dell'Anticristo(39).

Miracoli di san Benedetto.

San Benedetto non agisce diversamente da santa Fede contro chi viola i suoi diritti:

Nella regione borgognona, nel territorio di Troyes, c'era un fondo appartenente a san Benedetto, di nome Taury, che un procuratore [signore che assumeva la tutela di una propriet ecclesiastica] chiamato Goffredo difendeva contro la gente di fuori, ma devastava lui stesso con pi violenza di qualsiasi straniero. I monaci lo esortavano spesso ad astenersi da tali misfatti, ma senza risultato. Il santo padre Benedetto ottenne dunque da Dio che quest'uomo fosse colpito dalla sferza del castigo prima che il fondo venisse annientato dalla sua malvagit. Un giorno che si trovava nella sua dimora, entro la suddetta citt di Troyes, ed esercitava la giustizia sui contadini, un cane nero, rabbioso, si avvicin e, senza toccare nessun altro dei presenti, si gett su di lui, gli dilani il naso e il volto con i suoi morsi e si allontan. Divenuto pazzo, il procuratore fu condotto da alcuni amici nella basilica di San Dionigi; riprese un poco, ma non completamente, i sensi e ritorn a casa sua. Poich ai mali che infliggeva ai poveri di San Benedetto ne aggiungeva di peggiori, fu afferrato da un demonio, incatenato e rinchiuso in una cameretta, dove rese l'ultimo respiro. Tutti quelli che lo conoscevano dissero che aveva subito questa sorte a causa della sua crudelt verso i contadini del prezioso confessore Benedetto(40).

Poich l'universo forma un tutto coerente, poich racchiude un'immensa parte invisibile, poich in seno alle apparenze sensibili riecheggiano riflessi, segni, appelli, provenienti da quelle province misteriose, spetta agli uomini di Chiesa, che hanno un compito di mediazione tra il sacro e il profano, spiare attentamente tutti questi avvertimenti. Senza dubbio essi sono anzitutto sensibili all'ordine che governa tutto il mondo creato, e per loro la storia, normalmente, segue un corso regolare come  quello degli astri, stabile come dovrebbe essere il potere imperiale. Tuttavia, non  meno evidente che quest'ordine  talvolta disturbato, che si manifestano perturbamenti nell'acqua, nell'aria, nella terra o nel fuoco, o negli umori dell'uomo, che la traiettoria di una cometa viene a tagliare i cerchi concentrici in cui si muovono le stelle e che la guerra rompe spesso l'equilibrio politico. Tali avvenimenti rivelano, nell'esteriorit delle apparenze, i conflitti, i fermenti segreti di cui  sede, nelle sue profondit, il mondo invisibile, E il perturbamento di cui testimoniano  quello di Dio stesso. Essi riguardano, cio, molto direttamente ogni uomo e la sua salvezza. Ecco perch gli scrittori dell'Anno Mille, abituati all'esegesi, formati dallo studio della grammatica e della musica a cogliere armonie e corrispondenze, tutti persuasi della coesione cosmica e in diuturna attesa della fine dei tempi, si sono applicati a notare ogni elemento insolito e ad attribuirgli un significato. Ecco perch il loro racconto acquista l'andamento di un tessuto di prodigi.




4.
I prodigi del Millenario



I.
I segni nel cielo

I racconti degli storici antichi, il cui testo serve allo studio della grammatica, hanno abituato a trovar naturale che la morte degli eroi, cio dei santi, dell'imperatore e dei re, sia accompagnata da un corteggio di fenomeni inconsueti. Sembra dunque perfettamente normale che, in memoria di Cristo, il tempo del millenario sia quello dei pi grandi prodigi. L'ordine del mondo appare allora sconvolto da perturbamenti diversi, ma che si legano gli uni agli altri. Non che si connettano per una serie di relazioni causali. Si rispondono, sono fratelli: procedono tutti da uno stesso e assai profondo malessere.


Comete.

Il disordine anzitutto  cosmico. Gli annalisti avevano sempre accuratamente notato le meteore. Rodolfo il Glabro e Ademaro di Chabannes fanno largo posto alla cometa del 1014, e collegano a quel segno di fuoco gli incendi che scoppiarono congiuntamente.

Durante il regno di re Roberto apparve nel cielo, dalla parte di occidente, una di quelle stelle che si chiamano comete; il fenomeno cominci nel mese di settembre, una sera sul far della notte, e dur circa tre mesi. Brillando di un vivissimo splendore, essa invadeva con la sua luce un'ampia parte del cielo, finch tramontava verso il canto del gallo. Quanto a sapere se fosse una nuova stella che Dio mandava o una stella di cui aveva semplicemente accresciuto la luminosit per un segno miracoloso, questo spetta soltanto a Colui che nella sua sapienza regola tutte le cose meglio di quel che si potrebbe dire. Si tiene tuttavia per certo che, ogni qual volta gli uomini vedono accadere nel mondo un prodigio di questa sorta, poco dopo si abbatte visibilmente su di essi qualcosa di straordinario e di terribile. Ben presto avvenne infatti che un incendio distrusse la chiesa di San Michele Arcangelo, che si erge su un promontorio roccioso in riva all'Oceano ed  oggetto fino ai giorni nostri della venerazione del mondo intero(41).
In quel tempo una cometa, che aveva, ma pi larga e pi lunga, la forma di una spada, apparve verso settentrione durante l'estate per parecchie notti; e subito in Gallia e in Italia numerose citt, castelli e monasteri furono distrutti dal fuoco, tra i quali Charroux, che fu preda delle fiamme con la basilica del Salvatore. Cos pure la chiesa di Santa Croce di Orlans e il monastero di San Benedetto di Fleury e molti altri santuari furono divorati dal fuoco(42).


Eclissi.

L'anno stesso del millenario della Passione, il 29 giugno 1033, ebbe luogo l'eclisse di sole, di cui parlano anche Sigeberto di Gembloux e gli Annali di Benevento, che la dicono "tenebrosissima".

Lo stesso anno, il millesimo dopo la Passione del Signore, il terzo giorno delle calende di luglio, un venerd, ventottesimo giorno della luna, si verific un'eclisse o oscuramento del sole, che dur dalla sesta ora di quel giorno fino all'ottava e fu davvero terribile. Il sole prese un colore di zaffiro, e portava nella sua parte superiore l'immagine della luna al primo quarto. Gli uomini, guardandosi tra loro, si vedevano pallidi come morti. Le cose tutte sembravano immerse in un vapore color zafferano. Allora uno stupore e uno spavento immenso pervasero il cuore degli uomini. Tale spettacolo, ben lo comprendevano, annunciava che qualche funesta calamit stava per abbattersi sul genere umano. E infatti lo stesso giorno, che era quello della nascita degli Apostoli, nella chiesa di San Pietro alcuni nobili romani, congiurati, si sollevarono contro il papa di Roma, vollero ucciderlo, non vi riuscirono, ma lo cacciarono tuttavia dal suo seggio...
Del resto, numerosi altri delitti furono commessi dappertutto, negli affari ecclesiastici come in quelli secolari, contro il diritto e la giustizia. A causa di una sfrenata cupidigia, s'incontrava molto raramente quella lealt verso gli altri che  fondamento e sostegno di una buona condotta. E perch fosse pi evidente che i peccati della terra giungevano fino ai cieli, "il sangue ricopri il sangue", come grid il profeta davanti alle continue iniquit del suo popolo. Da quel momento, infatti, in tutti gli ordini della societ, l'insolenza prese a propagarsi, e la severit e le regole della giustizia attenuarono il proprio rigore, cos che si sarebbe potuta applicare molto opportunamente alla nostra generazione la parola dell'apostolo: "Si sente parlare tra voi di misfatti sconosciuti tra i pagani". Un'avidit sfrontata s'impadroniva del cuore umano, e la fede veniva a mancare. Di l nascevano i saccheggi e gl'incesti, i conflitti di cieche cupidigie, i furti e gli infami adultri. Ahim! ciascuno aveva orrore di confessare ci che pensava di se stesso. E tuttavia nessuno si correggeva della sua funesta abitudine al male(43).


Lotte fra stelle.

Accadde perfino, come osserv Ademaro di Chabannes nel 1023, che le stelle combattessero tra loro come facevano nello stesso momento le potenze della terra.

In quei giorni, nel mese di gennaio, verso l'ora sesta, ebbe luogo un'eclisse di sole di un'ora; anche la luna sub frequenti alterazioni, ora diventando color di sangue, ora di un azzurro cupo, e ora scomparendo. Si videro anche, nella parte australe del cielo, nel segno del Leone, due stelle che combatterono fra loro per tutto l'autunno; la pi grande e luminosa veniva dall'oriente, la pi piccola dall'occidente. La pi piccola correva come furiosa e spaventata fino alla pi grande, che non le permetteva di avvicinarsi, ma, colpendola con la sua criniera di raggi, la respingeva lontano verso occidente.
Di li a poco mor papa Benedetto, al quale succedette Giovanni. Chiuse i suoi giorni Basilio, imperatore dei Greci, e il fratello Costantino regn al suo posto. Erberto, arcivescovo di Colonia, lasci questo mondo, e dopo morto si segnal con miracoli. L'imperatore Enrico mor a sua volta, senza figli, e lasci le insegne imperiali a suo fratello Bruno, vescovo di Augusta, e all'arcivescovo di Colonia e a quello di Magonza, perch eleggessero dopo di lui un imperatore. I vescovi, convocata un'assemblea di tutto il regno, indissero pubbliche preghiere e digiuni perch il Signore li assistesse propizio. I popoli elessero Corrado, nipote del defunto imperatore Enrico. I vescovi, meglio ispirati, scelsero un altro Corrado, marito di una nipote di Enrico, perch aveva un carattere forte, e un giudizio molto retto. Lo investirono della dignit regale con l'olio della consacrazione, nella citt di Magonza, e gli consegnarono lo scettro, la corona e la lancia di san Maurizio. Avvicinandosi la Pasqua, il principe si diresse verso Roma con un esercito innumerevole; poich i cittadini romani si rifiutarono di aprirgli, vedendo che non sarebbe riuscito ad entrare senza una grande strage di uomini, l'imperatore Corrado non volle macchiare di sangue umano la festivit pasquale, e si ferm quindi a Ravenna. L il papa gli port la corona imperiale, e il giorno di Pasqua lo incoron di sua mano imperatore dei Romani. L'anno seguente, nello stesso giorno di Pasqua, l'imperatore Corrado fece consacrare re suo figlio ad Aquisgrana. Questo re consacrato era allora giovanissimo e si chiamava Enrico. Alla cerimonia assistettero vescovi venuti sia dall'Italia sia dalla Gallia. E cos Corrado, con l'appoggio del pontefice romano, di tutti i vescovi e dei grandi del regno, che lo vedevano munito della bilancia della giustizia, assunse il potere imperiale. Tuttavia quel Corrado pi giovane, eletto dai suffragi del popolo accecato, intraprese contro di lui la gurra civile; ma l'imperatore riusc a prenderlo vivo e lo tenne prigioniero finch gli parve opportuno. Questi erano gli avvenimenti annunciati negli astri dal segno della grande e della piccola stella(44).



2.Irregolarit biologiche.

Mostri.

Il disordine si ripercuote sugli esseri viventi e si manifesta con l'apparizione di mostri, annunziatori essi pure di discordie.

Il quarto anno del millenario, fu vista una balena di sorprendente grossezza, che fendeva le onde in localit Bernevai, movendo da settentrione verso occidente. Essa apparve una mattina di novembre, all'aurora, simile a un'isola; e mentre continuava la sua strada, rest visibile fino all'ora terza, gettando lo stupore e lo sbigottimento nell'animo degli spettatori... Dopo l'apparizione di questo prodigio marino, il tumulto della guerra cominci all'improvviso per tutta la distesa del mondo occidentale, cio tanto nei paesi della Gallia quanto nelle isole d'oltremare, quelle degli Angli, dei Britanni e degli Scozzesi. Come accade molto spesso, furono le colpe del pi basso popolo che precipitarono nella discordia i re e gli altri signori; e subito, ardenti di sdegno, cominciano a desolare le popolazioni soggette, e giungono infine a scannarsi tra loro.


Epidemie.

Ma la complessione dell'uomo, questo microcosmo, si trova a sua volta sottomessa al disordine. Il genere umano, in primo luogo,  colpito nella sua struttura corporea. Sappiamo bene che le epidemie e le carestie erano fenomeni normali in una civilt materiale di livello cos primitivo, e tra popolazioni che soffrivano una cos completa indigenza. I contemporanei videro tuttavia in queste calamit dei prodigi, dei segni tra gli altri, e associati agli altri, della perturbazione generale cui si abbandonava l'universo.
Nel 1045, nella Francia settentrionale, i principi, e tra essi il re di Francia, non avevano rispettato la pace:

Per un segreto giudizio del Signore, si abbatt sui loro popoli la vendetta divina. Un fuoco mortale cominci a divorare un gran numero di vittime, tanto fra i grandi quanto nelle classi medie e inferiori del popolo; ne risparmi alcuni, mutilati di una parte delle loro membra, come esempio per le generazioni successive. Nello stesso tempo, la popolazione di quasi tutto il mondo pat una carestia, per la scarsezza del vino e del grano.

Gi nel 997, colpiti da un'epidemia simile, il fuoco di sant'Antonio, i popoli avevano trovato un solo appoggio, quello delle potenze soprannaturali chiuse nei reliquiari.

In quel tempo infieriva tra gli uomini un flagello terribile, cio un fuoco nascosto che, quando si apprendeva ad un membro, lo consumava e lo staccava dal corpo; la maggior parte, nello spazio di una notte, erano completamente divorati dalla spaventosa combustione. Si trov rimedio a questa peste tremenda presso le tombe e gli altari di numerosi santi; la massima affluenza si registr nelle chiese dei tre santi confessori Martino di Tours, Ulrico di Bayeux e del nostro venerabile padre Maiolo (di Cluny); e si ottenne per loro beneficio la guarigione desiderata(45).
In quei giorni, un'epidemia di fuoco sacro divamp nel Limosino. Un numero incalcolabile di uomini e di donne ebbe il corpo consumato da un fuoco invisibile, e dappertutto il pianto copriva la terra. Allora Goffredo, abate di San Marziale, successore di Guigo, e il vescovo Alduino si concertarono col duca Guglielmo e ordinarono ai Limosini un digiuno di tre giorni. Tutti i vescovi d'Aquitania si riunirono a Limoges; anche i corpi e le reliquie dei santi furono solennemente portati li da ogni parte, e il corpo di san Marziale, patrono della Gallia, fu levato dal sepolcro; tutti furono ripieni di una gioia immensa, e dappertutto il male si arrest completamente; e il duca e i grandi conclusero insieme un patto di pace e di giustizia(46).


Carestie.

Rodolfo il Glabro pot osservare personalmente, nel 1033, la carestia che devast la Borgogna; la descrizione che ne ha dato  giustamente celebre:

Nel periodo seguente, la carestia cominci a propagarsi per tutta la terra, e si pot temere la quasi totale scomparsa del genere umano. Le condizioni atmosferiche si fecero cos sfavorevoli, che per nessuna semina si trovava il tempo propizio, n c'era modo di fare i raccolti, soprattutto a causa delle inondazioni. Si sarebbe detto che gli elementi ostili si davano battaglia, senza dubbio per fare vendetta dell'insolenza degli uomini. Piogge continue avevano talmente imbevuto tutta la terra, che per tre anni non si poterono scavare solchi atti a ricevere le sementi. Al tempo della mietitura, le male erbe e la sterile zizzania avevano ricoperto l'intera superficie dei campi. Un moggio di semente, dove rendeva meglio, fruttava alla raccolta un sestario, e il sestario stesso ne produceva appena un pugno. Questa sterilit vendicatrice aveva preso l'avvio nelle contrade d'Oriente; devastando la Grecia, arriv in Italia; di l si rivers nella Gallia e raggiunse poi l'Inghilterra. Poich la mancanza di viveri colpiva la popolazione tutta, i grandi e il ceto medio diventavano pallidi e patiti al pari dei poveri; i saccheggi dei potenti dovettero arrestarsi davanti alla miseria universale. Se per caso si trovava in vendita qualche cibo, era in arbitrio del venditore accettare il prezzo o esigere di pi. In molti luoghi un moggio si vendeva per sessanta soldi e un sestario per quindici soldi. Intanto, dopo aver mangiato gli animali selvatici e gli uccelli, sotto l'impulso di una fame insaziabile, gli uomini si diedero a raccogliere per cibo ogni sorta di carogne e di cose orribili a dirsi. Alcuni fecero ricorso, per scampare la morte, alle radici delle foreste e alle erbe dei fiumi; ma invano: non c' rimedio contro la vendetta di Dio, se non rientrando in se stessi. Infine, si  colti da orrore al ricordo delle perversioni che regnarono allora sul genere umano. Ahim! Cosa che raramente capit di udire nel corso dei secoli, una fame rabbiosa spinse gli uomini a divorare carne umana. Viandanti venivano assaliti da qualcuno pi robusto, e poi tagliati a pezzi, cotti al fuoco e divorati. Molte persone che si recavano da un luogo all'altro per fuggire la carestia e avevano trovato ospitalit lungo la strada, furono sgozzate durante la notte e servirono di nutrimento a coloro che le avevano accolte. Molti, mostrando un frutto o un uovo a bambini, li attiravano in disparte, li scannavano e li divoravano. I cadaveri dei defunti furono in molti luoghi strappati alla terra e servirono ugualmente a combattere la fame. Tali proporzioni assunse questa furia insensata, che le bestie rimaste sole erano meno minacciate dai rapitori che non gli uomini. Quasi dovesse ormai venire in uso di mangiare carne umana, ci fu qualcuno che ne port di cotta per venderla al mercato di Tournus, come avrebbe fatto della carne di un animale. Scoperto, non neg affatto il suo crimine vergognoso; quindi fu legato e dato alle fiamme. Un altro and di notte a cavar fuori quella carne che avevano nascosto sottoterra, la mangi e fu bruciato a sua volta.
Esiste una chiesa, distante circa tre miglia dalla citt di Macon, situata nella foresta di Chtenet, solitaria e senza parrocchia, dedicata a san Giovanni; vicino a questa chiesa, un uomo violento e feroce aveva collocato la sua capanna; tutti quelli che passavano di l o si recavano da lui, li scannava e li faceva servire ai suoi pasti abominevoll. Ora, accadde un giorno che un uomo venne con sua moglie a chiedergli ospitalit, e ripos un poco presso di lui. Ed ecco che volgendo lo sguardo per tutti gli angoli della capanna, scorse teste recise di uomini, di donne e di bambini. Subito impallid, cercando di uscire; ma il funesto proprietario della capanna si opponeva e di forza lo costringeva a rimanere. Spaventato da quella trappola mortale, il nostro uomo ebbe tuttavia il sopravvento, e con la moglie raggiunse in tutta fretta la citt. Appena giunto, rivel quanto aveva scoperto al conte Ottone e agli altri cittadini. Senza indugio essi mandarono parecchi uomini ad accertare la verit del fatto; si avviarono rapidamente, e trovarono il sanguinario individuo nella sua capanna con le teste di quarantotto vittime, la cui carne aveva inghiottito nella sua gola bestiale. Lo condussero in citt, dove fu legato a un palo in un granaio e poi, come potei vedere coi miei occhi, lo bruciarono.
Si fece allora nella stessa regione un esperimento che, a quanto mi risulta, non era stato ancora tentato da nessuna parte. Molti infatti estraevano dal suolo una terra bianca simile ad argilla, la mescolavano con la quantit disponibile di farina o di crusca e confezionavano quindi dei pani, grazie ai quali contavano di non morire di fame; questo espediente dava la speranza di sopravvivere, ma nessun beneficio reale. Non si vedevano che facce pallide, emaciate; molti mostravano la pelle tesa da gonfiori; la stessa voce umana, divenuta esilissima, somigliava al verso stridulo di uccelli morenti. I cadaveri dei morti, abbandonati qua e l senza sepoltura per il loro gran numero, servivano di cibo ai lupi, che continuarono poi per lungo tempo a cercar prede fra gli uomini. E poich non si poteva, dicevo, seppellirli a uno a uno per il loro gran numero, in certi luoghi alcuni uomini timorati di Dio scavarono quelli che si chiamano comunemente carnai, nei quali i corpi dei defunti erano gettati in cinquecento e pi, finch rimaneva posto, in un confuso disordine, seminudi o anche senza alcun indumento; i crocicchi, i bordi dei campi servivano pure da cimiteri. Taluni sentivano dire che si sarebbero trovati meglio trasferendosi in altre contrade, ma numerosi erano quelli che morivano d'inedia durante il viaggio.
Infier dunque nel mondo, per punire i peccati degli uomini, questo flagello penitenziale per tre anni. Allora si vendettero a beneficio degl'indigenti gli ornamenti delle chiese e si dispersero i tesori che, come si vede nei decreti dei Padri, erano stati un tempo costituiti a questo scopo. Ma restavano ancora troppi delitti da vendicare; e il gran numero degli indigenti super quasi dappertutto le possibilit dei tesori delle chiese. C'erano degli affamati troppo profondamente minati dalla mancanza di cibo, i quali, se per caso trovavano di che saziarsi, si gonfiavano e morivano immediatamente. Altri, brancicando i cibi con le mani, cercavano di portarli alla bocca, ma si accasciavano, scoraggiati, senza avere la forza di compiere ci che desideravano. Quanto dolore, quanta afflizione, quali singhiozzi, quali gemiti, quali lacrime per coloro che videro simili avvenimenti, soprattutto fra le persone di chiesa, vescovi e abati, monaci e monache, e in generale fra tutti coloro, uomini e donne, chierici e laici, che avevano in cuore il timor di Dio! Parole scritte non possono darne un'idea. Si credeva che l'ordine delle stagioni e degli elementi, che aveva regnato fin dal principio sui secoli passati, fosse caduto per sempre nel caos, e che fosse la fine del genere umano. Inoltre, cosa ancor pi straordinaria e sorprendente, sotto questo misterioso flagello della vendetta divina molto raramente si trovavano persone che, di fronte a tali eventi, col cuore contrito, in atteggiamento umiliato, sapessero elevare come conveniva le loro anime e le loro mani verso Dio per chiamarlo in soccorso. Allora si ademp nel nostro tempo la parola di Isaia che dice: "Il popolo non si rivolse verso Colui che lo percuoteva". C'era infatti negli uomini una certa durezza di cuore, congiunta con l'ebetudine dello spirito. Ed  il giudice supremo,  l'autore di ogni bont che d il desiderio di pregare, lui che sa quando deve avere misericordia.



3.. Il disordine spirituale: la simonia.

Pi severi infine, e sintomo ancor pi significativo del disordine, altri turbamenti vennero a scuotere la cristianit, non pi, questa volta, nel suo corpo, ma nell'anima. Tali perversioni della retta verit parvero certo, agli occhi degli storici del tempo, i prodigi pi potenti del millenario. A cominciare dalla simonia, peste della Chiesa: l'amore delle ricchezze che s'impadroniva apertamente dei servitori di Dio (e che Rodolfo il Glabro denunciava con tanto pi vigore in quanto era monaco, e di obbedienza cluniacense) non era anche il segno - e nello stesso tempo la causa (ma l'intelligenza del tempo mal distingueva i rapporti di causalit e le relazioni tra significato e significante) - di pericoli ormai prossimi?

Alla luce degli insegnamenti della parola sacra, si vede chiaramente che, nel corso dei tempi nuovi, l'intiepidirsi della carit fra gli uomini e il rigoglio dell'iniquit preparano circostanze pericolose per le anime. Infatti molti brani degli antichi Padri testimoniano che i diritti e gli ordini delle religioni passate, a motivo di una crescente cupidigia, proprio in ci che doveva elevarli a una dignit superiore, trovarono le cause della loro caduta nella corruzione...
Facciamo questa premessa perch, essendo da tempo accecati dalle vane ricchezze quasi tutti i grandi, questa peste ha infierito in lungo e in largo fra i prelati delle chiese disseminate per il mondo. Il dono gratuito e venerabile del Cristo Signore onnipotente essi l'hanno convertito, come per rendere pi sicura la propria dannazione, in un traffico lucroso. E tanto meno tali prelati sembrano capaci di compiere l'opera divina, in quanto si sa bene che non hanno acceduto alle loro funzioni passando per la porta principale. E ancorch l'impudenza di tali persone sia condannata severamente da tante pagine delle sacre Scritture,  certo tuttavia che ai giorni nostri essa infierisce pi che mai nei diversi ordini della Chiesa. Anche i re, che dovrebbero giudicare le capacit dei candidati agli impieghi sacri, corrotti dall'offerta di doni, preferiscono nel governo delle chiese e delle anime colui dal quale sperano di ricevere i pi ricchi regali. E perci i turbolenti e i presuntuosi sono i primi a spingersi avanti in qualsiasi prelatura, e non temono, poi, di trascurare il loro ufficio pastorale, perch la loro fiducia riposa sulle cassette dove raccolgono il denaro, non sui doni che porta con s la sapienza; ottenuto il potere, si abbandonano tanto pi assiduamente alla cupidigia, in quanto devono a questo vizio il coronamento delle loro ambizioni; lo servono come un idolo e lo mettono al posto di Dio; informati ad esso, si sono precipitati verso tali onori, senza poter invocare meriti n servizi resi; e alcuni meno abili concepiscono il desiderio fallace di imitarli, per cui nascono reciproche tenaci gelosie. Perch, in questi casi, tutto ci che l'uno riesce con sforzo a raccogliere, sembra all'altro, che lo invidia, sottratto a suo scapito; e, come accade sempre agli invidiosi, la felicit degli altri lo colma di perpetui tormenti. Di qui sorgono i tumulti continui delle contestazioni, di qui provengono i frequenti scandali, e si sconvolgono, col trasgredirle, le regole fondamentali dei diversi ordini.

Effettivamente, in Francia, dove il processo di frazionamento feudale era pi avanzato che altrove, l'indebolimento progressivo dell'autorit regia permetteva a poco a poco che signori privati disponessero del patronato dei santuari e scegliessero i pi alti dignitari della Chiesa. Rodolfo il Glabro ne vede chiaramente le conseguenze: l'intervento del denaro nella designazione delle guide spirituali e dei ministri dell'invisibile provoca la crisi di tutto il popolo di Dio; muove, quindi, lo sdegno divino, e attira sul mondo la sequela delle calamit vendicatrici.

Cos, mentre l'empiet si estende fra il clero, accade che le tentazioni dell'orgoglio e dell'incontinenza facciano pi presa sul popolo. Presto gli inganni menzogneri, le frodi, gli omicidi contagiano quasi tutti e li conducono alla morte. E poich gli occhi della fede cattolica, cio i prelati della Chiesa, sono offuscati da una cecit colpevole, il popolo, ignorando la via della salvezza, precipita nella rovina della sua perdizione. Per un giusto castigo, gli stessi prelati si sono visti maltrattare da quelli che avrebbero dovuto avere sottoposti, hanno trovato ribelli coloro che avevano distolto con l'esempio dalla via della giustizia. E non stupiamoci se, in queste angosce, le loro grida non furono ascoltate: essi stessi, per gli eccessi della loro cupidigia, si erano chiusi le porte della misericordia.  ben noto, tuttavia, che, come punizione di tali misfatti, bisogna per lo pi aspettarsi pubbliche calamit che colpiscono i popoli e tutti gli esseri viventi, e flagelli che colpiscono i frutti della terra, cio intemperie dell'atmosfera. Cos, quegli stessi che avrebbero dovuto assistere il gregge di Dio onnipotente, affidato alle loro cure nel cammino verso la salvezza, facevano ostacolo ai benefici abituali del Signore. In effetti, ogni volta che la religiosit dei vescovi viene a mancare e s'infiacchisce il rigore della regola presso gli abati, subito la disciplina decade nei monasteri, e, sul loro esempio, tutto il resto del popolo diventa infedele a Dio. Non  allora tutto il genere umano che ricade insieme, di propria volont, nell'antico caos e nell'abisso della perdizione? Senza dubbio, l'attesa di questo avvenimento aveva da gran tempo ispirato all'antico Leviatano la certezza che la piena del fiume Giordano sarebbe arrivata un giorno alle sue labbra, quando la moltitudine dei battezzati, per le seduzioni della cupidigia, disertando la via della verit, sarebbe precipitata nella morte. E, come risulta pienamente dalla testimonianza autorevole degli apostoli,  l'intiepidirsi della carit,  il rigoglio dell'iniquit, nel cuore degli uomini che si amano senza misura, che hanno provocato la frequenza insolita dei mali che abbiamo riferito, verso il millesimo anno dalla nascita del Salvatore nostro Signore, e pi tardi, in tutte le parti del mondo.



4. Il malessere eretico.

Cos come le pestilenze e le carestie, i primi fermenti di eresia ci sembrano naturali, in quest'epoca, in seno a un popolo sprovveduto ed estremamente povero, che cominciava per a uscire da una completa rusticit e che acquistava, nelle sue lites religiose, sufficiente vigore intellettuale per interrogarsi sulle sue credenze. Tuttavia, per tutti gli storici d'allora, queste prime inquietudini liberatrici erano in stretta relazione con i tumulti del cosmo, E, tra i segni annunciatori della fine dei tempi, la venuta dei falsi profeti non era predetta dalla Scrittura?

"Nel villaggio di Vertus".

Verso la fine dell'Anno Mille viveva in Gallia, nel villaggio di Vertus, nella contea di Chlons, un uomo del popolo di nome Leutardo che, come prova la conclusione della vicenda, pu essere ritenuto un emissario di Satana; la sua temeraria follia cominci a manifestarsi nel modo seguente. Si trovava un giorno solo in un campo, occupato in qualche lavoro di coltivazione. Per la stanchezza si addorment, e gli parve che un grande sciame di api gli penetrasse nel corpo per la sua segreta apertura naturale; poi gli uscirono dalla bocca con un forte ronzio, e lo tormentavano con frequenti punture. Dopo esser stato a lungo molestato dai loro pungiglioni, gli sembr che parlassero e gli ordinassero di fare molte cose impossibili agli uomini. Infine, spossato, si alza, ritorna a casa, scaccia la moglie e pretende di divorziare in virt dei precetti evangelici. Poi esce come per andare a pregare, entra in chiesa, afferra la croce e spezza l'immagine del Salvatore. A quella vista, tutti furono colti da terrore, credendo con ragione che fosse pazzo; ma egli riusc a persuaderli, siccome i contadini sono di mente debole, di aver agito in forza di una straordinaria rivelazione di Dio. Si diffondeva in interminabili discorsi privi di utilit come di verit, e, tentando di apparire un dottore, faceva dimenticare le dottrine dei maestri. Pagare le decime, diceva, era perfettamente inutile. E mentre le altre eresie, per trarre pi sicuramente in inganno, si coprono del manto delle sacre Scritture, alle quali sono contrarie, costui pretendeva che i racconti dei profeti in parte fossero utili, in parte non meritassero alcun credito. Tuttavia, la sua ingannevole fama di uomo savio e religioso gli conquist in breve tempo una parte considerevole del popolo. Quando lo seppe, il dottissimo Iebuino, vecchio vescovo della diocesi dalla quale dipendeva il nostro uomo, lo mand a chiamare. Lo interrog su tutto quanto aveva detto e fatto, e l'altro prese a dissimulare la sua velenosa infamia, tentando d'invocare a suo favore le testimonianze delle sacre Scritture, sebbene non le avesse mai studiate. L'accorto vescovo giudic che tale difesa non fosse opportuna, che il caso fosse tanto condannabile quanto vergognoso; e mostrando come la follia di quell'uomo l'aveva condotto all'eresia, distolse da tale follia il popolo in parte ingannato e lo restitu tutto intero alla fede cattolica. Vedendosi sconfitto e deluso nelle sue ambizioni demagogiche, Leutardo si diede la morte affogandosi in un pozzo(47).

Opponendosi alla ricchezza della Chiesa (incitava a non pagare pi la decima), spezzando il crocifisso, perch mostrare il corpo di Dio morto sulla croce significava per lui attentare alla trascendenza dell'Onnipotente, abbandonando la moglie per vivere nella castit, questo "pazzo" - il quale, bench uscito dal "popolo", era istruito e apparteneva dunque all'ordine ecclesiastico - manifestava esigenze spirituali curiosamente vicine a quelle che dovevano sbocciare assai pi tardi nel movimento cataro. Non era senza dubbio molto lontano dai "manichei", la cui presenza si rivela, qua e l, una ventina d'anni pi tardi.

Poco dopo [il 1017], sorsero per PAquitania dei manichei, che corrompevano il popolo. Essi negavano il battesimo, e la croce, e tutto ci che costituisce la retta dottrina. Astenendosi da certi cibi, sembravano simili a monaci, e simulavano la castit; ma tra loro si abbandonavano a tutte le dissolutezze. Erano i messaggeri dell'Anticristo, e fecero uscire molti dall'orbita della fede.

Eresia, anche a Orlans.

Ademaro di Chabannes, che mette in relazione molto nettamente questa pestilenza con i preludi disastrosi della Parusia, parla ancora del caso pi grave, e pi scandaloso, perch esplose a Orlans.

(Questa citt, - dice Rodolfo il Glabro, - era anticamente, come oggi, la principale residenza dei re di Francia, per la sua bellezza, la sua popolazione numerosa, e anche per la fertilit del suolo e la purezza delle acque del fiume che la bagna).
A quell'epoca, dieci canonici di Santa Croce d'Orlans, che sembravano pi devoti degli altri, furono dimostrati rei di manicheismo. Il re Roberto, poich non volevano ritornare alla fede, li fece prima spogliare della dignit sacerdotale, poi espellere dalla Chiesa, e infine ardere sul rogo. Quegli infelici erano stati traviati da un contadino di Prigueux, che si diceva capace di sortilegi e portava con s una polvere fabbricata con cadaveri di bambini, con la quale, se poteva avvicinare qualcuno, presto ne faceva un manicheo. Essi adoravano un diavolo, che appariva loro dapprima in forma di negro, poi di angelo della luce, e forniva loro ogni giorno molto denaro. Obbedendo alle sue parole, avevano in segreto completamente rinnegato il Cristo e si abbandonavano nell'ombra a orrori e crimini che sarebbe peccato anche solo riferire, mentre in pubblico si spacciavano per veri cristiani. Tuttavia dei manichei furono scoperti a Tolosa, e sterminati; questi messaggeri dell'Anticristo, che sorgevano in diverse regioni dell'Qccidente, si curavano di celarsi in nascondigli e corrompevano quanti pi uomini e donne potevano. Un canonico di Santa Croce d'Orlans, il cantore di nome Teodato, che era morto tre anni prima in quell'eresia, era stato ritenuto, secondo la testimonianza di uomini eccellenti, molto devoto. Quando la sua eresia fu provata, il suo corpo fu gettato fuori del cimitero per ordine del vescovo Ulrico e lasciato sulla strada. Quanto ai dieci di cui si  parlato sopra, furono condannati alle fiamme, cos come Lisoio, che il re aveva avuto molto caro per la santit di cui lo credeva ripieno. Sicuri di s, non temevano il fuoco; assicuravano che sarebbero usciti illesi dalle fiamme, e ridendo si lasciarono legare in mezzo al rogo. Subito furono completamente ridotti in cenere, e non si ritrov neppure un frammento delle loro ossa(48).

Dell'eresia orleanese, Rodolfo il Glabro offre un'immagine meno ingenua. All'origine, vede anche lui un incantesimo perverso, ma non parla pi di polvere magica; per lui i canonici d'Orlans non sono degli adoratori di Satana, ma degl'inquieti, che urtano contro il mistero della Creazione e quello della Trinit e per i quali la presenza del male in questo mondo costituisce un problema. Uomini, certo, di una singolare grandezza, forti della giovane cultura delle scuole episcopali, e dinanzi ai quali gli argomenti contraddittori esposti da Rodolfo il Glabro (cfr. pp. 41-45) appaiono irrisori.

Il ventitreesimo anno dopo l'anno mille [cio il 1022, contando l'Anno Mille come primo], si scoperse ad Orlans un'eresia molto grave e insolente, i cui germi a lungo segreti avevano fatto spuntare una folta messe di perdizione, e che precipitava gran numero di uomini nelle reti del suo accecamento. Si racconta che per opera di una donna venuta dall'Italia ebbe origine in Gallia quest'eresia insensata; essa era invasata dal demonio e corrompeva tutti quelli che poteva, non solo gli ignoranti e i semplici, ma anche la maggior parte di coloro che nell'ordine dei chierici passavano per i pi dotti. Raggiunse la citt di Orlans, vi rimase per un certo tempo e infett molti col veleno della sua infamia. I portatori di questi germi detestabili facevano ogni sforzo per propagarli attorno a s. Gli eresiarchi di questa dottrina perversa furono, ahim, quelli che passavano in citt per i due membri pi nobili e pi colti del clero; uno si chiamava Eriberto, l'altro Lisoio. Finch la cosa rest segreta, godettero dell'amicizia del re e dei grandi della corte; appunto per questo poterono corrompere pi facilmente tutti coloro che non erano abbastanza saldi nell'amore della fede universale. E non solo nella suddetta citt, ma anche nelle citt vicine cercavano di diffondere la loro dottrina maligna. A Rouen viveva un prete di mente sana, che vollero far partecipe della loro follia; gli mandarono emissari ad istruirlo in tutti i segreti del loro insegnamento perverso; dicevano che era prossimo il momento in cui tutto il popolo si sarebbe accostato alla loro dottrina. Cos informato, questo stesso prete si rec sollecitamente presso il conte cristianissimo della citt, Riccardo [duca di Normandia], e gli rifer tutto ci che sapeva della cosa. Il conte, senza perdere un istante, invi un messaggio al re, per rivelargli quale male segreto infierisse nel suo regno tra le pecore di Cristo. Quando lo seppe, il re Roberto, dottissimo e cristianissimo, si fece profondamente triste e malinconico, poich temeva in verit la rovina del paese e la morte delle anime. Recatosi in fretta a Orlans, adun in gran numero vescovi, abati, religiosi e laici, e cominci a ricercare attivamente gli autori di questa dottrina perversa e quelli che, gi corrotti, avevano aderito alla loro setta. Durante l'inchiesta condotta fra i chierici per sapere come ciascuno intendeva e credeva ci che la fede cattolica conserva e predica immutabilmente secondo la dottrina degli Apostoli, quei due uomini, Lisoio e Eriberto, neppure per un istante negarono d'intendere diversamente, e resero pubblico ci che avevano a lungo nascosto. Dopo di loro, molti confessarono di appartenere alla loro setta, e affermavano che per nulla al mondo avrebbero potuto abbandonarli.
Queste rivelazioni accrebbero la tristezza del re e dei vescovi, che li interrogarono pi in segreto; si trattava in effetti di uomini che avevano reso fin allora grandi servigi per i loro costumi irreprensibili: l'uno, Lisoio, nel monastero di Santa Croce era stimato il pi devoto dei chierici; l'altro, Eriberto, teneva, nella chiesa di San Pietro detta Puellier, la direzione della scuola. Si domand loro come fossero giunti a una tale opinione temeraria; essi risposero pressappoco in questi termini: "Da molto tempo abbiamo abbracciato questa setta, che voi avete scoperto ormai tardi; ma aspettavamo il giorno in cui vi sareste caduti a vostra volta, voi e gli altri, di tutte le nazioni e di tutti gli ordini; e ancora crediamo che questo giorno verr".
Dopo di che, presero senza indugio ad esporre l'eresia che li ingannava, ancor pi stolta e miserabile di tutte le antiche. Le loro elucubrazioni erano cos poco fondate su argomenti validi, che si rivelarono tre volte contrarie alla verit. Giudicavano infatti stravaganze tutto ci che nell'Antico e nel Nuovo Testamento, con segni indubitabili, prodigi e testimonianze antiche, afferma, sulla natura trina e una della divinit, l'autorit sacra. Il cielo e la terra quali si offrono ai nostri sguardi, non erano mai stati creati, dicevano, ed erano sempre esistiti. E questi insensati, abbaiando come cani dietro la peggiore di tutte le eresie, erano tuttavia simili agli eretici epicurei, in quanto non credevano che la dissolutezza meritasse un castigo vendicatore. Tutta l'opera cristiana di piet e di giustizia, che  ritenuta il prezzo della ricompensa eterna, la stimavano fatica superflua. Eppure, di fronte a queste pazzie e a tutte le altre che sfacciatamente proferirono in gran copia, non mancarono fedeli e stimabili testimoni della verit, perfettamente capaci, se essi avessero voluto accettare questa verit, e con essa la propria salvezza, di confutare le loro cieche e false asserzioni.



5. La devastazione del Tempio.

Infine, ultimo segno del disordine, ultimo avvertimento e non meno importante: la distruzione del Santo Sepolcro.

In quel tempo, cio il nono anno dopo l'Anno Mille, la chiesa nella quale si trovava a Gerusalemme il sepolcro del nostro Signore e Salvatore fu completamente distrutta per ordine del principe di Babilonia. A quanto risulta, le circostanze di questa distruzione ebbero per origine i fatti che stiamo per raccontare. Poich dal mondo intero, per visitare l'insigne monumento del Signore, folle di fedeli si recavano a Gerusalemme, il diavolo pieno d'odio cominci, col tramite del suo solito alleato, il popolo ebraico, a riversare sui seguaci della vera fede il veleno della sua infamia. C'era dunque a Orlans, citt reale della Gallia, una colonia considerevole di uomini di questa razza, che si mostravano pi orgogliosi, pi malevoli e insolenti degli altri loro congeneri. Per un detestabile disegno, essi corruppero con denaro un vagabondo che portava l'abito di pellegrino, un tale Roberto, servo fuggitivo del convento di Santa Maria di Moutiers. Lo mandarono, con mille precauzioni, al principe di Babilonia, latore di una lettera scritta in caratteri ebraici, che fu introdotta nel suo bastone sotto una ghiera di ferro, perch non gli venisse eventualmente sottratta. L'uomo si mise in cammino e port al principe questa lettera piena di menzogne e d'infamie, dove gli dicevano che, se non si fosse affrettato ad abbattere la venerabile casa dei cristiani, doveva attendersi a breve scadenza di vederli occupare il suo regno e di essere spogliato di tutte le sue dignit. A questa lettura il principe, colto da furore, invi subito a Gerusalemme un drappello dei suoi perch distruggessero il tempio dalle fondamenta. Appena giunti, costoro eseguirono gli ordini ricevuti; ma quando cercarono di demolire, con picconi di ferro, la tomba del sepolcro, non vi riuscirono. Distrussero allora anche la chiesa di San Giorgio in Ramulo, la cui virt prodigiosa aveva spaventato un tempo il popolo dei Saraceni: si racconta infatti che quanti vi s'introducevano per rubare venivano colpiti da cecit. Distrutto dunque il tempio, ben presto risult chiaro che era stata l'infamia degli Ebrei a fomentare questo empio attentato. Appena la cosa fu conosciuta, nel mondo intero tutti i cristiani decisero di comune accordo di cacciare tutti i Giudei dalle loro terre e dalle loro citt(49).

All'opera del male contribuisce la feccia dell'umanit: gli infedeli (il principe di Babilonia, cio il califfo del Cairo), gli ebrei e infine la canaglia (il servo che, per di pi, ha tradito i padroni e si  dato alla fuga). Dalla relazione di Rodolfo il Glabro poco differisce quella di Ademaro di Chabannes; quest'ultimo, tuttavia, stabilisce un rapporto inverso tra il pogrom e la decisione del califfo. Egli prende in particolare considerazione un avvertimento del quale fu personalmente gratificato: tutte le calamit che a schiere dovevano poi prendere l'avvio, si trovavano in germe in un evento premonitore, in un prodigio cosmico, la croce che gli apparve in mezzo al cielo, una notte.

In quei tempi apparvero segni negli astri, siccit disastrose, piogge eccessive, epidemie, carestie funestissime, numerose eclissi di sole e di luna; e la Vienne, per tre notti, strarip a Limoges per due miglia. E il sopraddetto monaco Ademaro, che allora con suo zio, l'illustre Ruggero, viveva a Limoges nel monastero di San Marziale, svegliatosi una volta nel cuore della notte, mentre guardava fuori le stelle, vide nella parte meridionale del cielo, quasi confitto nell'alto, un grande crocifisso, e l'immagine del Signore appesa alla croce che versava un copioso fiume di lacrime. Colui che ebbe questa visione, attonito, non pot far altro che rompere in pianto. Egli vide questa croce e l'immagine del Crocifisso, color di fuoco e di sangue, per tutta la met di una notte, poi il cielo si chiuse. E tenne sempre nascosto nel suo cuore ci che aveva veduto, fino al giorno in cui scrisse queste righe; e il Signore gli  testimone che ha veduto queste cose.
Quell'anno, il vescovo Alduino costrinse gli Ebrei di Limoges a farsi battezzare, pubblicando una legge che li metteva nell'alternativa di diventare cristiani o di lasciare la citt, e ordin che per un mese i maestri della scienza divina disputassero con gli Ebrei per dimostrare la falsit dei loro libri; e tre o quattro Ebrei si fecero cristiani. Tutti gli altri si affrettarono a cercar rifugio in altre citt, con mogli e figli. Ci fu anche qualcuno che si uccise con la spada piuttosto che accettare il battesimo. Lo stesso anno, il sepolcro del Signore a Gerusalemme fu distrutto dagli Ebrei e dai Saraceni, nel terzo giorno delle calende di ottobre, l'anno 1010 della sua incarnazione. Infatti gli Ebrei d'Occidente e i Saraceni di Spagna avevano inviato in Oriente una lettera d'accusa verso i cristiani, con l'annuncio che eserciti d'Occidente s'erano messi in moto contro i Saraceni d'Oriente. Allora il Nabucodonosor di Babilonia, che essi chiamano l'Amirato, istigato alla collera dai consigli dei pagani, gett i cristiani nella desolazione, promulgando una legge che condannava tutti i cristiani dei suoi Stati, i quali rifiutassero di farsi saraceni, alla confisca dei beni o alla morte. Ne segu che innumerevoli cristiani si convertirono alla legge saracena; ma nessuno fu degno di morire per il Cristo, eccetto il patriarca di Gerusalemme, trucidato con ogni sorta di supplizi, e due giovani fratelli decapitati in Egitto, che si segnalarono con numerosi miracoli. La chiesa di San Giorgio, che fin allora nessun Saraceno aveva potuto profanare, fu distrutta con molte altre chiese di santi, e per punizione dei nostri peccati fu rasa al suolo la basilica del Sepolcro del Signore. Poich non riuscivano in nessun modo a spezzare la pietra del monumento, vi accesero un grande fuoco, ma essa rest salda e dura come un diamante(50).




5.
Interpretazione



I.
Lo scatenarsi del male

Qual  il significato di questi segni, di questi prodigi? Come un tempo ai sacerdoti dell'antica Roma, come agli stregoni degli antichi Germani, tocca nell'Anno Mille agli uomini di Chiesa interpretarli, intuirne il senso e rivelarlo al popolo. Tutto l'insegnamento che hanno ricevuto e l'inclinazione naturale che orienta tutti i procedimenti della loro intelligenza, li preparano ad una tale esegesi. Allo stesso modo che, nella glossa, davanti a ciascuna parola, il commentatore procede dal senso letterale al senso morale, per giungere infine al senso pi profondo e nascosto, che dischiude le vie dell'illuminazione mistica, cos Rodolfo il Glabro o Ademaro di Chabannes cominciano col raccogliere e confrontare certi fatti, una visione, la carestia, piogge eccessive, la scoperta di una setta eretica; e poi, citando i Profeti, gli Apostoli, i Padri, avanzano verso le cause morali, ricordano come la fede si sia intiepidita fra il popolo per le colpe del clero e la sregolatezza dei monaci. Ma devono spingersi ancora pi avanti e giungere, squarciando il velo delle apparenze, fino al motivo, all'impulso determinante. Come spiegare il malessere di cui soffre, in questo momento della storia, l'universo?


Il demonio.

Questi uomini hanno in orrore i "manichei". Essi stessi per sono persuasi che, nel regno dell'invisibile, due eserciti si affrontano, quello del Bene e quello del Male. "Essendo compiuti i mille anni", secondo la parola della Scrittura, essi non possono dubitare che le potenze sataniche non siano propriamente scatenate. Cos sono tentati di considerare la generale perturbazione, che allora si manifesta in tante forme diverse, come una vittoria del demonio che l'Angelo ha liberato dalle pastoie, come il crollo di tutti i castelli dove si trinceravano le forze benefiche. Il millenario  anzitutto questa disfatta dell'esercito divino, e il conseguente ritorno al caos. Ecco perch uno dei principali personaggi del racconto di Rodolfo il Glabro  il diavolo. All'inizio del libro V delle Storie, egli compare solo sulla scena, in primo piano:

Alle vicissitudini di ogni sorta, agli accidenti vari che stordivano, importunavano e abbrutivano in quel tempo quasi tutti i mortali, si aggiungevano gli assalti degli spiriti maligni; tuttavia spesso si raccontava che questi avevano rivelato, con i loro fantasmi, delle utili verit.

Il demonio, quando interviene, cerca di sedurre;  lo spirito che inganna, che lavora insidiosamente per distogliere i buoni dalla retta via;  principio di scoraggiamento e di pervertimento dottrinale.

Un monaco credette di vedere una notte, all'ora in cui si fa sonare la campana per il mattutino, un essere orrendo, che compariva presso di lui e lo colmava di consigli esprimendosi pressappoco in questi termini:
"Perch voi monaci v'imponete tanti disagi, tante veglie e digiuni, afflizioni, salmodie e tante altre mortificazioni che non sono nell'uso comune degli altri uomini? Le innumerevoli persone che vivono nel secolo e persistono fino al termine della loro vita in ogni sorta di vizi, non troveranno tuttavia la stessa pace che voi sperate? Un giorno, perfino un'ora basterebbe per acquistare l'eterna beatitudine, che  la ricompensa della vostra probit. Per ci che ti riguarda, mi domando perch, con tanto scrupolo, appena sent la campana, sei cos pronto a balzare dal letto e a rompere la dolce quiete del sonno, quando potresti indulgere al riposo fino al terzo suono della campana. Bisogna che ti sveli un segreto davvero memorabile, che, se  a nostro detrimento,  per voi la porta della salvezza. Infatti  certo che tutti gli anni, il giorno in cui Cristo risuscitando dai morti ha reso la vita al genere umano, egli vuota completamente l'inferno e conduce i suoi in cielo. Perci non avete nulla da temere. Potete abbandonarvi senza pericolo a tutti i godimenti della carne, a tutti i desideri che vi piacer". Ecco le parole frivole che, con molte altre ancora, questo demonio falso e mentitore rivolgeva al monaco per ingannarlo; e a tal punto lo adesc, che non raggiunse i confratelli all'ufficio di mattutino. Le sue invenzioni fallaci a proposito della resurrezione del Signore sono smentite con ogni evidenza dalle parole del santo Vangelo, che dicono: "Molti corpi di santi che dormivano risuscitarono". Non "tutti" dunque, ma "molti"; e tale  in realt la dottrina della fede cattolica.

A questo punto Rodolfo il Glabro giudica opportuno rispondere a quanti notano perplessi l'ambiguit delle manifestazioni soprannaturali e si meravigliano che, talvolta, dal male possa uscire il bene:

Se qualche volta rientra nei disegni dell'Onnipotente che i demoni impastati di falsit pronuncino parole non menzognere, tuttavia quanto dicono da se stessi  pericoloso e ingannevole; e se anche accade che realizzino in parte le loro predizioni, queste non giovano affatto alla salvezza degli uomini, a meno che la divina provvidenza non ne faccia abilmente un'occasione di emendamento.


Incontri di Rodolfo il Glabro con Satana.

Ed ecco che rivela ora la sua esperienza personale, la quale  assai ricca: il diavolo gli  apparso in tre riprese, sempre nella penombra dell'aurora, nei vapori del primo risveglio, e con l'aspetto del mostro scarmigliato che hanno figurato sui capitelli gli scultori dell'undicesimo secolo.

Dunque proprio a me, non molto tempo fa, Dio ha voluto che un fatto simile capitasse pi volte. Al tempo in cui vivevo nel monastero del beato martire Leodegario, che chiamano Champeaux, una notte, prima dell'ufficio di mattutino, comparve davanti a me ai piedi del mio letto una specie di nano orribile a vedersi. Egli era, per quanto posso giudicare, di statura mediocre, con un collo gracile, un volto emaciato, occhi nerissimi, la fronte rugosa e aggrinzata, il naso schiacciato, la bocca prominente, le labbra tumide, il mento stretto e sfuggente, una barba caprina, le orecchie pelose e aguzze, i capelli irti e scomposti, denti di cane, il cranio appuntito, il petto gonfio, il dorso gibboso, le natiche frementi, vesti sordide, accaldato per lo sforzo, tutto il corpo chino in avanti. Egli afferr l'estremit del materasso su cui riposavo, scuotendo terribilmente tutto il letto, e disse infine:
"Tu non resterai pi a lungo in questo posto".
Io, spaventato, mi risveglio come di soprassalto e lo vedo quale l'ho appena descritto. Lui intanto, digrignando i denti, continuava a ripetere:
"Non resterai pi a lungo qui".
Subito saltai dal letto, corsi all'oratorio e mi prostrai davanti all'altare del santissimo padre Benedetto, al colmo del terrore; li rimasi a lungo e richiamai febbrilmente alla memoria tutte le mancanze e i peccati gravi che dagli anni giovanili avevo commesso per indocilit o per negligenza; tanto pi che le penitenze, accettate per amore o per timore della divinit, si riducevano quasi a nulla. E cos, oppresso dalla mia miseria e dalla mia confusione, non avevo niente di meglio da dire che queste semplici parole:
"Signore Ges, che sei venuto per salvare i peccatori, nella tua grande misericordia abbi piet di me".
Del resto, non mi vergogno di confessarlo, non solamente i miei genitori mi hanno generato nel peccato, ma io stesso mi sono sempre mostrato difficile per i miei costumi e insopportabile per i miei atti pi di quanto saprei dire. Un monaco, che era mio zio, mi distolse a forza dalle vanit perverse della vita secolare, che ricercavo pi d'ogni altro quando avevo appena dodici anni; indossai l'abito monacale, ma ahim!, cambiai solo di vestito e non di spirito. Nonostante tutti i caritatevoli consigli di moderazione e di santit che mi davano i miei superiori e i miei fratelli spirituali, gonfio di un orgoglio feroce che faceva al mio cuore uno spesso scudo, schiavo della mia superbia, mi opponevo alla mia propria guarigione. Disobbediente ai fratelli pi anziani, importuno ai coetanei, gravoso ai pi giovani, posso veramente dire che la mia presenza era un peso per tutti, e la mia assenza un sollievo. Infine la mia condotta convinse i fratelli del predetto monastero ad allontanarmi dalla loro comunit; sapevano del resto che non avrei mancato di trovare asilo in un altro convento, unicamente a causa delle mie conoscenze letterarie. Questo fatto si era gi verificato pi volte.
In seguito dunque, mentre mi trovavo nel monastero del santo martire Benigno, a Digione, un diavolo molto simile, senza dubbio il medesimo, mi apparve nel dormitorio dei fratelli. L'aurora cominciava a spuntare quando usc correndo dal locale delle latrine gridando: "Dov' il mio baccelliere? Dov' il mio baccelliere?"
L'indomani, verso la stessa ora, un giovane fratello d'indole molto leggera, di nome Teoderico, fugg dal convento, lasci l'abito e condusse per qualche tempo la vita del secolo. Poi la contrizione s'impadron del suo cuore e fece ritorno alle regole del santo ordine.
La terza volta, fu quando risiedevo al convento della beata Maria sempre vergine, detto Moutiers; una notte, mentre sonava il mattutino, stanco per non so quale lavoro, non mi ero alzato come avrei dovuto al primo suono della campana; alcuni erano rimasti con me, prigionieri di questa cattiva abitudine, mentre gli altri correvano in chiesa. Gli ultimi erano appena usciti, quando lo stesso demonio sal sbuffando la scala; e, con le mani dietro la schiena, appoggiato al muro, ripeteva due o tre volte :
"Sono io, sono io, che sto con quelli che rimangono".
A quella voce, alzando la testa, riconobbi colui che avevo gi visto due volte. Ora, tre giorni pi tardi, uno di quei fratelli che, come ho detto, avevano preso l'abitudine di restare a letto di nascosto, istigato da questo demonio, ebbe l'audacia di uscire dal convento e rest fuori sei giorni a condurre nel secolo una vita disordinata: il settimo giorno tuttavia ritorn pentito.  certo, come attesta san Gregorio, che se queste apparizioni sono di danno agli uni, aiutano gli altri ad emendarsi; affinch questo mi accada per la mia salvezza, spero che si preghi con buon esito, per il Signore Ges nostro Redentore.


2.Le forze benefiche.

Quando si vede il diavolo, nessun dubbio. A dire il vero, per, in molti casi, mal si discerne da quale lato, fasto o nefasto, sorgano le apparizioni.


Ambiguit.

 necessario ricordare, ad ogni modo, con particolare attenzione che, quando prodigi evidenti sono mostrati a uomini che ancora dimorano nel loro corpo, sia per mezzo di spiriti buoni sia per mezzo di spiriti maligni, questi uomini non hanno pi a lungo da vivere la vita della carne, dopo aver visto simili cose. Conosco numerosi esempi che comprovano quest'affermazione, e ne ho scelti alcuni che affider alla memoria; cos, ogni qual volta si dar il caso, serviranno a ispirare la prudenza piuttosto che a indurre in inganno. Nel borgo fortificato di Tonnerre viveva piamente un prete di nome Frotterio, al tempo in cui Brunone era vescovo di Langres. Una domenica, sull'imbrunire, mentre aspettava di cenare, egli si mise, per distendersi un poco, alla finestra della sua casa; e guardando fuori vide avanzare da settentrione un'innumerevole moltitudine di cavalieri che sembravano andare a battaglia e si dirigevano verso occidente. Li guard fissamente a lungo, poi volle chiamare qualcuno della casa perch fosse testimone con lui di una tale apparizione. Ma aveva appena chiamato, che la visione si dissip e scomparve immediatamente. In preda al terrore, a stento egli poteva trattenere le lacrime. Ben presto cadde ammalato e mor l'anno seguente, cos bene come aveva vissuto. Del presagio che aveva visto il defunto, i sopravvissuti dovevano vedere il compimento. Infatti, l'anno seguente, Enrico, figlio di re Roberto e pi tardi suo successore, attacc furiosamente il borgo con un immenso esercito, e si fece in quel luogo una grande strage di uomini dall'una e dall'altra parte.  chiaro dunque che quest'uomo, di ci che ha visto,  stato testimone insieme per s e per gli altri.

I demoni sono neri, come coloro che li servono. I combattenti dell'esercito del bene si riconoscono dalle bianche vesti che indossano.

Diverso, ma non meno meraviglioso,  il fatto che ricordiamo essere accaduto ad Auxerre, nella chiesa di San Germano. L viveva un fratello di nome Gerardo, che era solito trattenersi nell'oratorio dopo l'ufficio di mattutino. Una mattina si addorment nel mezzo delle sue preghiere. Subito immerso in un sonno profondo, come privo di vita, fu trasportato fuori del santuario; come, da chi, ancora non si sa. Quando si risvegli, si trov depositato nel chiostro, all'esterno della chiesa; un indicibile stupore lo colse, al vedere ci che gli era accaduto. Un'avventura simile capit a un prete che passava la notte nella stessa chiesa; si era addormentato nelle cripte inferiori, dove riposano molti corpi di santi; e verso il canto del gallo si accorse di essere stato trasportato dietro il coro dei monaci. Ora, in questa chiesa una regola ben nota vuole che, se durante la notte vengono a spegnersi le lampade, i guardiani non possano prendere alcun riposo fino a quando non siano riaccese. Un fratello di questo convento aveva l'eccellente abitudine di recarsi all'altare della beata Maria per pregare e profondersi in gemiti e in lacrime di compunzione. Ma aveva il difetto, comune quasi a tutti, di sputare frequentemente durante le preghiere e di mandar fuori la saliva. Accadde che una volta, vinto dal sonno, si addorment. Allora gli apparve in piedi presso l'altare un personaggio avvolto in bianche vesti, che teneva fra le mani un panno bianchissimo e gli rivolgeva queste parole:
"Perch mi colpisci e mi copri dei tuoi sputi? Eppure, come vedi, sono io che m'incarico delle tue preghiere e le porto al cospetto del Giudice misericordiosissimo".
Ammonito da questa visione, il fratello non soltanto si sorvegli, ma ebbe cura di raccomandare agli altri di sorvegliarsi, per quanto potevano, nei luoghi sacri. Bench si tratti di un bisogno naturale, pure ci si astiene in ogni modo quasi in tutti i paesi dall'emettere sputi in una chiesa, a meno che non vi siano per riceverli dei recipienti che poi si vuotano fuori; i pi attenti su questo punto sono i Greci, presso i quali le regole ecclesiastiche sono sempre state osservate molto scrupolosamente.
Da lungo tempo, come  ben noto, grazie ai meriti di san Germano e degli altri santi di cui veglia il riposo, questo monastero si  distinto per segni e prodigi: si sono viste guarigioni, si sono anche visti castighi vendicatori colpire quelli che depredavano le sue propriet. Cos, ogni volta che certi signori del paese hanno osato invadere o saccheggiare i beni del monastero, Dio li ha sempre puniti gettando nel disonore la loro stirpe e la loro fortuna e quasi annientandoli. Una prova evidente, tra le altre, di quanto affermiamo, si vede nel castigo che colp la casa di un certo Bovo e di suo figlio Alvalone, e nelle sciagure che piovvero sul castello sacrilego di Seignelay.


Rodolfo il Glabro e san Germano.

Ed ecco un episodio che mi concerne personalmente: un giorno fui pregato dai miei compagni e fratelli dello stesso monastero di restaurare le iscrizioni degli altari, redatte un tempo da uomini istruiti, le quali per, sciupate dagli anni come quasi tutte le cose, non erano pi visibili; il lavoro era di mia competenza e ben volentieri mi applicai ad eseguirlo del mio meglio. Ma prima che potessi condurre a termine l'opera intrapresa, fui colpito da un male, dovuto, penso, al fatto di esser stato troppo a lungo in posizione eretta: una notte, coricato nel mio letto, mi sentii tutte le membra contratte da un'affezione nervosa, al punto che non potevo n levarmi n girarmi da un'altra parte. Tre giorni pi tardi, durante la notte, mentre ero in preda ad angosce intollerabili, mi apparve un vecchio venerando dai capelli canuti, che mi prese addormentato tra le braccia e mi disse:
"Termina al pi presto ci che hai cominciato e non temere di aver ancora male".
Mi risveglio subito, meravigliato, da me solo esco dal letto e corro all'altare dei vittoriosi martiri Vittore, Apollinare e Giorgio, poich la loro cappella era contigua al locale dell'infermeria: e l, rendendo umilmente grazie al Dio dell'universo, assistei pieno di gioia all'ufficio di mattutino. Venuto il giorno, in pieno possesso di tutte le mie facolt fisiche, composi l'iscrizione che portava i nomi di quei santi martiri. Nella grande chiesa c'erano ventidue altari; come si conveniva, restaurai le iscrizioni, redatte in versi esametri, e rinnovai gli epitaffi dei santi; poi mi presi cura di adornare nello stesso modo le tombe di alcuni religiosi personaggi. Gli uomini di buon senso ne furono pienamente soddisfatti. Ma accadde ci che l'abate Odilone era solito deplorare assai spesso: "Ahim, - diceva, - se la lebbra dell'invidia colpisce tutti gli uomini, nondimeno ha eletto il suo domicilio nel cuore di alcuni che hanno fatto professione di vivere come monaci". Infatti, un monaco che si era reso odioso ai confratelli del suo monastero li lasci e venne tra i nostri; i quali, come fu sempre loro consuetudine, lo accolsero con carit. Egli tuttavia corruppe col veleno della sua invidia l'abate e parecchi monaci e ispir loro una tale avversione nei miei riguardi, che cancellarono tutte le iscrizioni che avevo inciso sugli altari. Ma Dio non tard ad inviare il suo castigo per punire questo istigatore di discordia fraterna. Immediatamente costui fu colpito da una cecit vendicatrice e destinato senza remissione ad inciampare nell'oscurit fino al termine della sua vita. Questa conclusione, di cui si sparse la notizia sia nel vicinato sia lontano, suscit grande stupore(51).


Tenersi pronti.

In tutti i miracoli, in tutti i presagi - anche quando si mostra il demonio in persona - conviene dunque scorgere la mano di Dio. Perch il dualismo istintivo dei dotti dell'Anno Mille non giunge a negargli l'onnipotenza. Il male esiste, agisce liberamente, ha il potere di sedurre gli uomini e di contaminare il loro cuore. Eppure Dio  veramente signore del mondo. Perci, quando, in prossimit dei due millenari, quello della nascita e quello della passione di Cristo, si vedono moltiplicarsi i prodigi,  lecito certamente considerarli come l'effetto dello scatenamento di Satana, della corruzione degli uomini, e come l'annuncio delle avanzate folgoranti dell'Anticristo. Tuttavia attraverso questi segni si esprime, in ultima analisi, una volont superiore, quella del Signore: le comete, la carestia, l'eresia emanano incontestabilmente dal divino. Questi fenomeni nondimeno restano ambigui. Quando scaglia i suoi flagelli sull'umanit, Dio manifesta la sua collera? Persegue, come fanno quotidianamente i re della terra e i duchi e i pi piccoli signori, una vendetta brutale su quelli che l'oltraggiano? Il male  un castigo? O non  piuttosto un avvertimento generoso del Maestro, che nella sua misericordia cerca di prevenire le sue creature prima che si abbattano su di esse i colpi pi terribili?
Punizione? Ammonimento? Comunque sia, il disordine dell'universo invita a fare penitenza. Perch i pensatori dell'undicesimo secolo - anche se, come Abbone di Fleury, si rifiutano di seguire i campioni del millenarismo e di situare in un punto preciso dell'avvenire il giorno dell'ira divina - interpretano tutti la storia del loro tempo fondandosi sul discorso escatologico di Ges, quale  riferito nei tre Vangeli sinottici: "... Vi saranno grandi terremoti e pestilenze e carestie; vi saranno anche fenomeni terribili e grandi segni nel cielo... (Luca, 21). Sorgeranno falsi Cristi e falsi profeti, che opereranno segni e prodigi... (Matteo, 24)". Le eclissi, le balene mostruose, i manichei d'Orlans, le apparizioni dei santi, quelle del diavolo e dei morti, annunciano in modo permanente che il mondo  transitorio, condannato, e che deve sopraggiungere la sua fine. Da qualsiasi parte vengano, tali perturbazioni vogliono strappare l'uomo alla sua tranquillit, tenerlo all'erta e incitarlo a purificarsi: "Vegliate dunque, perch non sapete in che giorno verr il vostro Signore...; perci anche voi tenetevi pronti, perch nell'ora che non vi aspettate il Figlio dell'uomo verr (Matteo, 24)". Si ha torto a credere ai terrori dell'Anno Mille. Ma si deve ammettere, in compenso, che i migliori cristiani di quel tempo sono vissuti in un'ansiet latente e che, meditando il Vangelo, facevano di quell'inquietudine una virt.




6.
La purificazione



I. Esclusioni


Il sacrificio.

Tale  il senso di tutte le opere storiche di quest'epoca: esse sono morali, propongono esempi. Il Glabro, Elgaldo, Ademaro di Chabannes, tutti gli altri, hanno composto il loro racconto come un sermone penitenziale. L'universo intero echeggiava allora di un appello al sacrificio; era necessario che il genere umano si spogliasse. Tre ragioni profonde inclinavano in modo tutto particolare questi uomini a trarre una siffatta lezione dal corso recente della storia. Anzitutto erano monaci; avevano, un momento almeno nella loro vita, fuggito il mondo; si erano imposti delle privazioni; l'ascesi rappresentava per essi, incontestabilmente, la via trionfale; si sentivano tenuti a trascinare con s tutto il popolo di Dio nel cammino verso la perfezione. D'altra parte, alle soglie dell'undicesimo secolo, le consuetudini sociali e specialmente le pratiche giudiziarie facevano del dono, dell'"ammenda", l'atto per eccellenza della riconciliazione. Un uomo si era escluso con un delitto dalla comunit? Spogliandosi, imponendosi da s un sacrificio, egli riscattava il prezzo del sangue versato, acquistava il perdono della sua vittima; ritornava nella pace e nell'amicizia del principe, la cui autorit garantiva in tutto il paese la giustizia. Infine, in una religione completamente dominata dai gesti rituali, il sacrificio, la distruzione volontaria e gratuita delle ricchezze in offerta alle potenze invisibili, si stabilivano in posizione centrale fra le mediazioni che collegavano l'uomo e il sacro. Risulta, in effetti, molto chiaramente che nell'attesa della Parusia e di fronte all'accumulo dei prodigi, gli atti purificatori si moltiplicarono dopo l'Anno Mille.

Nello stesso mese di novembre, il dieci delle calende di dicembre (1044), alla terza ora del giorno, si verific la terza eclisse di sole del nostro tempo; era naturalmente il ventottesimo giorno della luna: poich non si avr mai un'eclisse di sole se non nel ventottesimo giorno della luna, n una eclisse di luna se non nel quattordicesimo. Si dice eclisse, cio mancanza o difetto, non perch l'astro faccia effettivamente difetto, ma piuttosto perch viene a mancare a noi per via di qualche ostacolo. In quei giorni, abbiamo appreso da Guido, arcivescovo di Reims, che i suoi avevano visto la stella Bosforo, detta anche Lvicifero, agitarsi una sera dall'alto in basso come per minacciare gli abitanti della terra. Alla vista di simili prodigi inviati dal cielo, moltissime persone, spaventate dei propri vizi, fecero penitenza e ritornarono sulla via del ravvedimento(52).


Antisemitismo.

Prima di tutto, conveniva che la zizzania fosse separata dal buon grano e che il popolo di Dio fosse purgato dai corpi estranei e funesti la cui presenza propagava l'infezione tra i fedeli. L'accrescersi dei pericoli provoc dunque misure di esclusione. Le pi ampie toccarono senza dubbio gli ebrei, considerati, si  visto sopra, come gli alleati naturali di Satana. Rare fin allora, le prove di antisemitismo si fanno evidenti, nel momento stesso in cui progredisce la devozione al Crocifisso e alla festa di Pasqua. Con i pogrom, la cristianit crede di liberarsi da un fermento di corruzione: non vede, subito dopo, i ritmi dell'universo ritornare nell'ordine?

In quei giorni, un Venerd Santo, dopo l'adorazione della Croce, Roma fu sconvolta da un terremoto e da una violenta bufera. E subito uno degli Ebrei fece sapere al papa che alla stessa ora gli Ebrei, nella sinagoga, dileggiavano l'immagine del Crocifisso. Benedetto indag sollecitamente sul caso, ne ebbe conferma e condann gli autori del misfatto alla pena capitale. Appena furono decapitati, il furore dei venti si plac.


Scomunica.

In quello stesso tempo, si diffonde nel cerimoniale della Chiesa l'uso della scomunica e dell'interdetto, che recidono dal corpo della cristianit i membri affetti dal male, perch la corruzione di cui sono portatori non rischi di propagarsi.

[Il vescovo di Limoges], Alduino, fu indotto, a causa delle ruberie dei cavalieri e della spoliazione dei poveri, a istituire una nuova pratica, che consisteva nel sospendere presso chiese e monasteri l'esercizio del culto divino e la celebrazione del santo sacrificio e nel privare il popolo delle lodi divine, come fosse pagano: egli definiva questa pratica "scomunica"(53).


Roghi.

L'epoca infine rosseggia del bagliore dei roghi. Al fuoco purificatore spetta distruggere tutti i germi malefici. Roghi di eretici e di stregoni. Si accendono nel 1022 a Orlans per i "manichei", che non volevano purgarsi della loro infezione:

Dopo che molti ebbero impiegato tutte le risorse della loro intelligenza per convincerli ad abbandonare le loro perfide opinioni e a ritrovare la fede vera e universale, ed essi ricusavano in tutti i modi, fu loro detto che, se non ritornavano al pi presto a una sana concezione della fede, senza altro indugio, per ordine del re e col consenso di tutto il popolo, sarebbero stati arsi dal fuoco. Ma essi, mal confidando nella loro follia, si vantavano di non aver paura di nulla, assicuravano che sarebbero usciti illesi dal fuoco, e anzi si ridevano con disprezzo di quanti li consigliavano per il meglio. Vedendo il re, con tutti i presenti, che non era possibile distoglierli dalla loro pazzia, ordin di accendere non lontano dalla citt un enorme fuoco, sperando che, atterriti, rinunciassero alla loro malignit; mentre li conducevano al rogo, agitati da una demenza furiosa, proclamavano su tutti i toni che accettavano il supplizio, e si gettavano nel fuoco traendosi a vicenda. Infine, dati al fuoco in numero di tredici, mentre gi cominciavano a bruciare, si misero con tutte le forze a gridare dal mezzo del fuoco che erano stati orribilmente ingannati per arte diabolica, che le loro idee recenti sul Dio e Signore dell'universo erano cattive, e che a punizione della bestemmia di cui si erano resi colpevoli, erano tormentati in questo mondo prima di esserlo nell'eternit. All'udirli, molti degli astanti, mossi dalla piet e dalla umanit, si avvicinarono per strappare al fuoco almeno quelli che erano ancora mezzo abbruciati; ma non vi riuscirono: la fiamma punitrice terminava di consumare gl'infelici, che furono subito ridotti in cenere. Da quel giorno, dovunque si sono scoperti dei seguaci di queste credenze perverse, li hanno condannati allo stesso castigo vendicatore. E il culto della venerabile fede cattolica, una volta estirpata la follia di questi detestabili insensati, ha brillato per tutta la terra di uno splendore pi vivo(54).

Ad Angoulme, la morte del conte Guglielmo Tagliaferro, annunciata da un incendio, porta al rogo alcune "streghe", povere donne, accusate di aver provocato il decesso con i loro malefici.

Tuttavia, lo stesso anno, il conte fu colpito da un malessere fisico e fin col morirne. Quell'anno,  doloroso dirlo, un incendio appiccato da empi cristiani distrusse la citt di Saintes con la basilica stessa di San Pietro, sede del vescovo; e il luogo rimase privo a lungo del culto divino. Mentre il conte pensava di vendicare quest'oltraggio recato a Dio, cominci a poco a poco a perdere le forze; si fece preparare una casa nella citt di Angoulme presso la chiesa di Sant'Andrea, per poter assistere all'ufficio divino, e l si pose a giacere, malato. Tutti i signori e i nobili venuti da ogni parte gli facevano visita in continuazione. Alcuni dicevano che la malattia era prodotta da nefasti sortilegi: aveva sempre goduto di un corpo sano e robusto, e il suo corpo stesso non era colpito e leso n alla maniera dei vecchi n alla maniera dei giovani. Si scopr che una donna malefica aveva usato contro di lui le sue malefiche arti. Siccome non voleva confessare la sua colpa, si ricorse al giudizio di Dio, perch la verit nascosta fosse messa in piena luce dalla vittoria di uno dei due campioni. Questi dunque, dopo aver prestato giuramento, combatterono a lungo accanitamente; il rappresentante del conte era Stefano, e Guglielmo il difensore della strega. Stefano riport la vittoria senza subire danno; l'altro, la testa rotta, coperto di sangue, rest al proprio posto dall'ora terza alla nona; vinto, fu portato via mezzo morto e per molto tempo dovette giacere a letto. Stefano era rimasto in piedi; lasciando sano e salvo il combattimento, subito corse a render grazie a Dio presso la tomba di san Cibardo, dove aveva passato la notte precedente vegliando e pregando; poi ritorn a cavallo in citt per ristorare le sue forze. Intanto la strega, all'insaputa del conte, era stata sottoposta a varie torture; e anche allora non confess: il cuore sigillato dal diavolo, non proferiva una parola n un suono. Tuttavia tre donne, che avevano partecipato ai suoi malefici, la confusero con la loro testimonianza; e le stesse donne dissotterrarono davanti a tutti alcune magiche statuette di argilla, gi guastate dal tempo. Nondimeno il conte perdon a questa donna malefica, non permise di tormentarla pi a lungo e le fece grazia della vita. Racconta Gerolamo che Antioco Epifane fu colto da follia per effetto di sortilegi malefici, e in preda a false immaginazioni mor di malattia. E non fa meraviglia se Dio permette che un cristiano sia colto da malattia nel suo corpo per il maligno influsso di stregonerie, quando sappiamo che il beato Giobbe fu afflitto per intervento diabolico da una piaga crudele e che Paolo fu percosso da un angelo di Satana; e non bisogna temere affatto le malattie che sono mortali per il corpo: ci che colpisce le anime  pi grave di ci che colpisce i corpi.
Il conte Guglielmo ricevette la penitenza dai vescovi e dagli abati; sistem tutte le sue cose e divise i suoi beni, come gli parve opportuno, tra i figli e la moglie; giustificato e assolto, ascolt la messa e l'ufficio divino per tutto il tempo della quaresima; e infine, una settimana prima di Pasqua, munito dell'estrema unzione e del viatico, dopo aver adorato e baciato il santo legno della croce, rese l'anima a Dio nelle mani del vescovo Roone e dei sacerdoti, facendo una fine lodevole. Il suo corpo fu vegliato per due giorni dai chierici e dai monaci nella basilica dell'apostolo Pietro. Grande fu il cordoglio di tutta la citt. La santa domenica degli Osanna il suo corpo, coperto di fronde e di fiori, fu trasportato nella basilica di san Cibardo, dove fu sepolto davanti all'altare di san Dionigi. Provvidero all'inumazione i due vescovi Roone di Angoulme e Arnaldo di Prigueux. Sopra la tomba, suo figlio Alduino fece porre una tavola di piombo con questa iscrizione: "Qui giace l'amabile signore Guglielmo, conte di Angoulme, il quale, l'anno stesso in cui torn da Gerusalemme, mor in pace, l'ottavo giorno delle idi d'aprile, vigilia delle Palme, l'anno milleventotto dell'Incarnazione". Tutta la sua stirpe riposa nel santuario di san Cibardo. Intanto, per ordine di Alduino, le streghe furono date alle fiamme fuori della citt. E dopo la sepoltura, i vescovi con il clero e il popolo fecero la santa processione domenicale e una stazione solenne.


2. Penitenze individuali.


Elemosine.

Tuttavia l'umanit cos liberata col ferro e col fuoco dalle sue escrescenze nefaste, conviene ancora che si sottometta a riti di penitenza, tanto individuali quanto collettivi. Il pi semplice, il pi comune di tutti,  l'elemosina: alle soglie della morte, lo stesso conte d'Angoulme offerse a Dio tutto il suo tesoro:

Guglielmo offerse a San Cibardo, per la sua sepoltura, doni vari e considerevoli sia in terre sia in fili d'oro e d'argento, e altre cose ancora. Fra gli altri presenti, offerse una croce d'oro processionale ornata di pietre preziose, del peso di sette libbre, e due candelabri d'argento di fabbricazione saracena pesanti quindici libbre(55).

Guglielmo, per, s'era gi preparato ancor meglio al passaggio "ascoltando la messa e l'ufficio divino", cio vivendo come un monaco. Sono infatti le astinenze, tutte le rinunce che implica la professione monastica, che vengono ritualmente imposte al cristiano bisognoso di purificazione. Cio all'uomo colpevole di un gravissimo peccato pubblico e pi generalmente a tutti i moribondi. Tale  allora la penitenza: uno stato, oserei dire una condizione sociale. Il penitente, come il monaco, lascia il mondo, la sua donna, le sue armi, i suoi beni, si separa dagli altri, porta un abito particolare. La pi ricca descrizione dell'atteggiamento penitenziale si trova nella biografia di Roberto il Pio, scritta da Elgaldo di Saint-Benot-sur-Loire. Il re di Francia era colpevole, come lo era stato il re David: aveva sposato la moglie del suo vassallo, che per giunta era gi legata a lui da quella che la dottrina riteneva allora una parentela troppo stretta; aveva cos commesso, a un tempo, l'adulterio e l'incesto:

E poich, come dice la Scrittura, Dio permette che accada ci che pure non vuole, la sua clemente saggezza consent che questi due principi [Roberto e David] cadessero nel peccato; e fu cos che si riconobbero uguali per la loro condizione umana ai loro sudditi e trascorsero il resto della vita in veglie e in preghiere, sopportando diverse pene corporali, perch si adempisse in essi la testimonianza della Scrittura: "Dio corregge colui che egli ama, e flagella ogni figlio che accoglie". L'uno e l'altro peccarono, come  costume dei re; ma, visitati da Dio, fecero penitenza, piansero, gemettero, come non  abitudine dei re. Sull'esempio del beato David, il nostro signore Roberto confess la sua colpa, implor il perdono, si dolse della propria miseria, digiun, preg, e, rendendo pubblico il suo dolore, fece della sua confessione una testimonianza per tutti i secoli. Ci che i privati non arrossiscono di fare, il re non arross di confessarlo.

Il re si  purificato con l'elemosina, che praticava meglio di altri re. Elgaldo rammenta la lunga lista delle sue pie donazioni:

Desiderando ardentemente di onorare un cos grande vescovo [Aniano, vescovo e patrono di Orlans], Roberto, fiore odoroso e decoro della santa Chiesa, volle, con la grazia di Dio, collocarlo in un pi grande santuario, e intraprese a costruire sulla sua tomba una casa del Signore pi bella di quella che gi vi sorgeva. Con l'aiuto di Dio e il concorso di sant'Aniano, condusse l'opera a buon fine. L'edificio misura in lunghezza quarantadue tese, in larghezza dodici, in altezza dieci, e conta centoventitre finestre. In questo tempio, fece innalzare a gloria dei santi diciannove altari, dei quali ci siamo curati di annotare qui l'elenco: l'altare maggiore  in onore dell'apostolo Pietro, al quale il re associ nella benedizione il compagno di apostolato Paolo, mentre prima in questo luogo non si venerava che san Pietro; nella parte superiore, un altare dedicato a sant'Aniano; in fondo alla chiesa, un altro altare dedicato allo stesso santo; un altro a san Benedetto; i rimanenti, ai santi di cui seguono i nomi: Evurzio, Lorenzo, Giorgio, tutti i santi, Martino, Maurizio, Stefano, Antonio, Vincenzo, Maria, Giovanni, il santo Salvatore, Mamerto, Nicola, Michele. L'abside del santuario era un'opera stupenda e somigliava a quella della chiesa di Santa Maria, madre del Signore, e dei santi Agricola e Vitale, che si trova a Clermont. Quanto alla bara dello stesso sant'Aniano, il re la fece ornare sul davanti del miglior oro fino, di pietre preziose e d'argento puro. E la tavola dell'altare di san Pietro, al quale  dedicato il santuario, la fece ricoprire tutta d'oro fino; la nobile regina Costanza, sua gloriosa consorte, doveva prelevare, dopo la morte del suo santo marito, il valore di sette libbre di questo stesso oro e donarlo a Dio e a sant'Aniano per permettere di migliorare la copertura della chiesa cos costruita; aperta dalla base fino al colmo, si vedeva meglio il cielo che la terra. Ora c'erano sulla tavola dell'altare quindici libbre di oro purissimo. Quello che rimase, la regina lo distribu a chi doveva: ella era piena di sollecitudine per le chiese di Dio, secondo la benefica volont del suo signore.
Dopo tutto ci, il glorioso re Roberto, desideroso di far consacrare santamente questa chiesa, nel trentaseiesimo anno della sua consacrazione, della sua benedizione e della sua elevazione al trono, con un ordine sovrano convoc gli arcivescovi Gauslino, della sede di Bourges e abate di Fleury, Leoterico di Sens, e anche Arnolfo di Tours. Alla loro assemblea vennero ad unirsi i vescovi Odorico di Orlans, Teodorico di Chartres, Bernero di Meaux, Guarino di Beauvais e Rodolfo di Senlis. Non mancarono il venerabile Odilone, abate di Cluny, e altri uomini buoni e di gran merito, coi quali il re desiderava sempre intrattenersi. Questi personaggi, e ancora altri ministri di Dio, levarono dalla tomba il nobile corpo del santissimo amico di Dio Aniano e con lui i corpi dei santi Euspicio, Monitore e Floscolo, confessori, Baudelio e Scubilio, martiri, e quello di santa Agia, madre di san Lupo, confessore; e dal glorioso re e da coloro di cui abbiamo citato i nomi e che erano venuti per questa cerimonia, Aniano fu vegliato, lodato e cantato con inni e laudi nella chiesa di San Martino, mentre si preparava tutto ci che era utile e necessario alla santa benedizione. Quando tutto fu pronto, il re fece benedire e consacrare solennemente il luogo dagli stessi santi sacerdoti, nell'anno dell'incarnazione del Signore 1029, indizione dodicesima. L'illustre re prende sulle sue spalle la spoglia del santo, aiutato dal popolo pieno di gioia e d'allegrezza; la trasferiscono, al suono dei canti sacri, nel nuovo tempio che lo stesso glorioso Roberto aveva fatto edificare, lodando il Signore e sant'Aniano col timpano e le voci umane, gli strumenti a corda e l'organo; e la depongono nel luogo santo ad onore, gloria e lode di Ges Cristo nostro Signore e del suo servo Aniano, favorito di una gloria speciale.
Quando la solenne benedizione fu terminata, e cos tutti i riti della dedicazione del santo tempio, Roberto, padre della patria, che bisogna nominare con riverenza, and all'altare del santissimo Pietro e del diletto Aniano, dinanzi a tutto il popolo, e, deponendo l'abito purpureo, che in lingua volgare si dice rocchetto, si pose in ginocchio e dal fondo del cuore rivolse a Dio questa supplice preghiera: "Ti ringrazio, Dio buono, che oggi, per i meriti di sant'Aniano, hai condotto fino al suo compimento il progetto che avevo concepito; e gioisco nel mio cuore dei corpi santi che in questo giorno trionfano con lui. Concedi dunque, o Signore, per questi tuoi santi, ai vivi il perdono dei loro peccati e a tutti i defunti la vita e il riposo eterno. Chinati sui tempi che noi viviamo, governa questo regno che ti appartiene e che ci  stato affidato dalla tua clemenza, bont e misericordia; dirigilo, proteggilo ad onore e gloria del tuo nome, per la virt meravigliosa di sant'Aniano, padre di questa patria, che ha meravigliosamente liberata dai suoi nemici".
Finita la preghiera, ciascuno ritorna lieto a casa sua; e il giorno stesso il re arricchisce questa chiesa in modo straordinario, offrendo quattro tovaglie preziosissime, un vaso d'argento e la sua cappella, che assegn dopo la sua morte a Dio onnipotente e al santissimo confessore Aniano. La cappella di questo piissimo, prudentissimo e potentissimo re Roberto consisteva in ci che segue: diciotto cappe in buono stato, magnifiche e molto ben lavorate; due libri dei Vangeli ricoperti d'oro, due d'argento, e due altri pi piccoli, con un messale venuto d'oltremare, riccamente ornato d'avorio e d'argento; dodici filatteri d'oro; un altare meravigliosamente ornato d'oro e d'argento, contenente nel mezzo una pietra pregevole, detta onice; tre croci d'oro, di cui la pi grande contiene sette libbre d'oro puro; cinque campane (una di queste campane, davvero stupenda, pesa duemilaseicento libbre; il re vi ha fatto incidere il simbolo del battesimo reale con l'olio e il sacro crisma, secondo il rituale della Chiesa, affinch, per grazia dello Spirito Santo, questa campana portasse il nome di Roberto). Il re don pure a sant'Aniano due chiese, quelle di Santilly e di Ruan, con i loro villaggi e tutte le loro dipendenze, che fece corroborare e confermare da un precetto reale. Ottenne inoltre da Teodorico, venerabile vescovo di Orlans, gli altari di queste due chiese, con un privilegio concesso dal vescovo a sant'Aniano e all'illustre re, che aveva sempre testimoniato al santo con le parole il vivo affetto che gli portava nel cuore.

L'elemosina reale assume un aspetto simbolico quando il sovrano, l'unto del Signore, imita gli atteggiamenti di Ges nel tempo pasquale:

Ma non vogliamo passare sotto silenzio l'abitudine ch'egli aveva di fare l'elemosina nelle residenze del suo regno. Nella citt di Parigi, a Senlis, a Orlans, a Digione, a Auxerre, a Avallon, a Melun, a Etampes, in ciascuna di queste residenze, si dava a trecento o, per essere pi esatti, a mille poveri, pane e vino in quantit; e questo specialmente l'anno in cui se ne and a Dio, che  il milletrentaduesimo dell'Incarnazione del Signore. Inoltre, durante la santa Quaresima, dovunque andasse, faceva distribuire ogni giorno a cento o duecento poveri pane, pesce e vino. Il giorno della Cena del Signore, cosa incredibile per chi non l'ha vista e veramente ammirevole per coloro che ne sono stati testimoni e vi hanno prestato il loro contributo, non c'erano meno di trecento poveri radunati dalla sua provvidenza; ciascuno riceveva dalla sua santa mano, piegando a terra il ginocchio, legumi, pesce, pane e un denaro. E questo alla terza ora del giorno. All'ora sesta, nello stesso modo, egli dava a cento chierici poveri la loro parte di pane, pesce e vino, e li gratificava ciascuno di dodici denari, senza cessare di cantare col cuore e colle labbra i salmi di David. Poi, dopo il pasto, preparandosi al servizio di Dio, il re si spogliava umilmente delle sue vesti, indossava un cilicio sulla nuda pelle e, riunita un'assemblea di oltre centosessanta chierici, sull'esempio del Signore lavava loro i piedi e li asciugava coi capelli della sua testa; obbedendo all'ordine del Signore, dava a ciascuno due soldi. Il clero era presente e c'era un diacono incaricato di leggere nel frattempo il racconto della Cena del Signore secondo san Giovanni. Tali erano le occupazioni di quel re glorioso per i suoi meriti; durante tutto il giorno del Venerd santo visitava le chiese dei santi e adorava la croce del Signore fino alla veglia della santa Resurrezione; allora prendeva subito parte al servizio di lode, che non manc mai sulla sua bocca.  per i meriti di queste virt e d'altre ancora,  per lo spettacolo delle sue opere buone, che il glorioso re Roberto, degno di essere celebrato per tutta la terra, si  offerto all'ammirazione del mondo e rimane un esempio per tutta la posterit.
Quest'uomo, dopo Dio la speciale gloria dei re, in ragione del numero sacro dei santi Apostoli che amava con tutto l'amore del suo cuore e alle cui feste solenni aveva fatto voto di digiunare, sul loro esempio si faceva accompagnare da dodici poveri, che aveva cari particolarmente. Era davvero per loro il riposo dopo le sofferenze. Egli paragonava questi santi poveri ad asinelli vigorosi e, dovunque si recava, li conduceva davanti a s lieti, mentre lodavano Dio e benedicevano la sua anima. I suoi poveri e innumerevoli altri non si rifiutava mai di riconfortarli quando era il momento: vi impegnava al contrario tutta la sua volont. Se ne morivano, aveva grande cura che il loro numero non diminuisse; i vivi succedevano ai morti, e rappresentavano l'offerta a Dio di un cos grande re.


Mortificazioni.

Penitente - perch  peccatore, ma anche per il solo fatto che  re, che rappresenta Cristo fra il suo popolo ed  responsabile della salvezza di tutti - Roberto impone pure al suo corpo delle mortificazioni.

Un anno che, nel santo periodo della Quaresima, [l'abate di Sant'Arnolfo di Crpy] si era recato come d'abitudine presso il re, allora a Poissy, dopo aver trattato gli affari per i quali era venuto, presero insieme il cibo del corpo e quello dell'anima. Conversando con l'antico affetto, il buon abate ricord al re la bont di Dio e lo invit a sostenere il suo corpo pieno d'umilt concedendogli qualche nutrimento, lui che, bussando senza tregua alla porta del cielo con le sue preghiere, era partecipe dei meriti dei santi. Quest'uomo piissimo rifiutava e, prostrandosi a terra, lo supplicava di non fargli violenza, perch, se avesse obbedito a tali consigli, non avrebbe adempiuto il voto di digiuno che aveva fatto a Dio. A quelle parole, l'abate si sent costretto a tacere, e meditando nel suo cuore la perfezione di virt che testimoniava quella stretta osservanza del digiuno, offr per il principe diverse e numerose messe, affinch Dio gli concedesse di perseverare nel compimento del suo voto. Il re, ricreato dai doni spirituali che gli faceva cos il santo uomo, rese grazie a Dio e osserv il santo digiuno ininterrottamente nell'attesa del giorno della resurrezione del nostro Dio e Signore Ges Cristo. Questo amante del bene in materia di religione, per la purificazione dei suoi peccati agiva cos: dalla santa Settuagesima fino a Pasqua, senza servirsi neppure di un cuscino, si sdraiava spesso sulla nuda terra e tendeva instancabilmente la sua anima verso il cielo. Per tali virt e per molte altre possa la breve preghiera seguente giovare alla salvezza della sua anima: "Le macchie delle sue colpe passate Dio le cancelli, le rigetti in un eterno oblio, e lo faccia partecipare alla prima risurrezione, lui che  la risurrezione dei morti, Ges Cristo che vive e regna nei secoli dei secoli".


Pellegrinaggio.

All'avvicinarsi del trapasso, i riti di penitenza acquistano maggiore ampiezza. Molto prima della sua morte corporale, re Roberto vuole morire al secolo. Cerca di farlo con quel taglio netto che  il pellegrinaggio. Pratica penitenziale primaria, una tale prova lancia il cristiano nei pericoli di un'avventura, e come un tempo il popolo degli Ebrei, lo mette in marcia verso la Terra Promessa. Il re visita cos, a turno, fino all'abbazia di Sant'Egidio, ai confini del suo regno, tutti i santi, suoi amici, nelle tombe in cui riposano:

Bramando di morire al secolo e di vivere in Cristo nostro Dio, il potente re, desideroso di vedere colui al quale appartiene tutto ci che esiste e al quale noi riferiamo tutto ci che scriviamo, volle avere per amico sulla terra colui che il cielo non pu contenere. Mettendosi in viaggio durante la Quaresima, si reca presso i santi che sono uniti a lui nel silenzio di Dio, li prega, li onora, colpisce le loro orecchie con umili e salutari preghiere al fine d'esser trovato degno di cantare con tutti i santi le lodi di Dio. A ci si adoperava con tutte le forze della sua carne e del suo spirito, al fine di trionfare un giorno per la virt di Dio. Lo accolse nella regione di Bourges il santo protomartire Stefano, con san Maiolo, eccellente per i suoi meriti, santa Maria col celebre e sommo martire Giuliano, di nuovo la clementissima vergine delle vergini Maria col grande confessore sant'Egidio. E poi l'illustre Saturnino, il valoroso Vincenzo, il degno Antonino, santa Fede martire, infine il santo e valentissimo cavaliere del Signore, Geraldo, lo rendono al suo ritorno sano e salvo al glorioso Stefano, presso il quale trascorre nella letizia il giorno delle Palme, prima di raggiungere Orlans per ricevere l, nel giorno di Pasqua, l'autore della nostra salvezza. Cammin facendo, offr numerosi doni a questi santi, e la sua mano non abbandon mai i poveri. Vi sono in queste regioni molti malati, soprattutto lebbrosi; quest'uomo di Dio non ne sent ripugnanza, avendo letto nelle sacre Scritture che molto spesso il Signore Cristo ha ricevuto nella sua forma umana l'ospitalit dei lebbrosi. A loro si avvicinava, con sollecitudine, entrava nelle loro case, dava loro denaro di propria mano e con la propria bocca baciava loro le mani; e lodava Dio in ogni cosa, memore della parola del Signore: "Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai". Ad altri infelici inviava pietosamente soccorsi, per l'amore del Dio onnipotente, che fa grandi cose dovunque si trova. E la potenza di Dio confer a quest'uomo perfetto una tale virt per curare i corpi che, quando toccava con la sua mano piissima le piaghe dei malati e vi faceva il segno della santa croce, li guariva da tutto il dolore della loro infermit.


Salmodia.

Infine, nella sua agonia accompagnata dai prodigi, egli compie i gesti della liturgia monastica e si comporta da vero figlio di san Benedetto:

Prima della sua morte veramente santa, che sopravvenne il tredicesimo giorno delle calende di agosto, il giorno della passione dei santi apostoli Pietro e Paolo, il sole nel mondo intero prese l'apparenza della luna nuova al suo primo quarto, e, privo dei raggi, si oscur e impallid sopra gli uomini, verso la sesta ora del giorno. Questo fenomeno offuscava talmente la vista, che le persone non si riconoscevano, e occorreva un certo tempo prima di potersi ravvisare. Ci che presagiva fu ben presto chiaro: per noi, miseri, null'altro che il dolore insopportabile in cui ci lasci la sua morte. Dal giorno della festa di san Pietro al suo santo trapasso si contano ventun giorni. Durante questi giorni, cantando i santi salmi di David, egli meditava la legge del Signore notte e giorno, al fine certo che si potesse applicargli ci che si era detto specialmente del nostro santissimo padre Benedetto:
"Assiduo cantore di salmi, non lasciava mai la lira in riposo,
E mor cantando assiduamente i santi salmi".
Quell'uomo mille volte beato sapeva che la libera pace e il riposo tranquillo attendono i servi di Dio, quando, sottratti alle agitazioni del mondo, accedono alla sede sicura del porto eterno e dopo la prova della morte entrano nell'immortalit. E si affrettava, per le virt che abbiamo in lui mostrate, di lasciare le tristezze presenti per giungere all'eterna felicit. Egli diceva che aveva la gioia perfetta di soffrire per meritare di contemplare il Cristo nostro Dio. Pronto ad uscire da questo mondo, non cessava d'invocare il Signore Ges, maestro di salvezza e di ogni bene. Per poter contemplare l'invincibile potenza del Re eterno, pregava incessantemente con la voce e col gesto gli angeli, gli arcangeli e tutti i santi di Dio di venire in suo soccorso, fortificandosi sempre sulla fronte e sugli occhi, sul naso e sulle labbra, sulla gola e sulle orecchie col segno della santa croce, in memoria dell'incarnazione del Signore, della sua nativit, della sua passione, della sua risurrezione, della sua ascensione, e della grazia dello Spirito Santo. Tale abitudine aveva avuto durante la vita, lui che non manc mai volontariamente di acqua benedetta. E ricolmo di queste virt e di molte altre, all'et, crediamo, di sessant'anni, attendeva la morte senza tremare. E aggravandosi la sua malattia per una febbre intensa, chiese il viatico salutare e benefico del corpo e del sangue vivificante del nostro Signore Ges Cristo. Dopo che l'ebbe ricevuto, un breve momento pass ancora, e poi se ne and verso il Re dei re e il Signore dei signori e, beato, accedette al regno della beatitudine. Si addorment, come abbiamo detto, nel Signore, il tredicesimo giorno delle calende di agosto, un marted all'aurora, nel borgo di Melun; fu trasportato a Parigi e sepolto in San Dionigi presso suo padre, davanti all'altare della santa Trinit(56).


Professione monastica.

Tuttavia la pi perfetta delle penitenze individuali, la pi salutare, consisteva nel "convertirsi", nel mutare il corso della propria esistenza entrando in un monastero. La maggior parte dei monaci dell'Anno Mille erano stati "offerti" a Dio dai genitori nella prima infanzia; oblati, avevano ricevuto una formazione speciale nel seno della comunit, che era cos la loro scuola. Era assolutamente eccezionale che un uomo fatto, allevato per vivere nel secolo, decidesse di rompere con i suoi e di rivestire l'abito di san Benedetto; un tale atto suscitava talvolta lo scandalo (cfr. p. 164). Ma si diffonde in quest'epoca l'uso, per gli uomini di una certa et e che si preparano alla morte, di ritirarsi dal mondo. Molti, come quel "laico, uomo assai religioso" di cui parla Rodolfo il Glabro (cfr. p. 62), si contentano di seguire le funzioni regolarmente, e perci si stabiliscono vicino a un monastero. Alcuni vi entrano, vi fanno professione. La maggior parte abbandonano le armi, si tagliano i capelli e indossano la tonaca sul letto di morte, facendo al monastero che hanno scelto una generosa donazione. Ecco l'atto scritto, redatto per la monacazione del visconte di Marsiglia. Quel gran signore possedeva nel suo patrimonio familiare il vescovato della citt (suo fratello Ponzio era allora vescovo) e l'antica abbazia di San Vittore, restaurata una quarantina d'anni prima, mentre si allontanava il pericolo saraceno; ed  qui che si fa monaco.

Per iniziativa della misericordia di Dio onnipotente e col consenso della sua benevola clemenza - lui che non vuole la morte del peccatore, ma che al contrario si converta e viva - io Guglielmo, visconte di Marsiglia, mentre giaccio sul mio letto, nella malattia che il Signore stesso mi ha inviata, sono attorniato dai fratelli del monastero del beato Vittore, cio da Guifredo, posto alla testa del suddetto monastero dall'abate Garnerio [di Psalmodi] come priore, e dagli altri confratelli; e questi, secondo il costume dei servi di Dio, hanno cominciato a suggerirmi che era venuto per me il momento di abbandonare la milizia del secolo, al fine di militare per Dio. Perci, toccato grazie a Dio dalle loro esortazioni, ho sacrificato la mia chioma e secondo la regola di san Benedetto ho ricevuto l'abito monastico. E oltre a ci che, quand'ero ancora sano, avevo dato un tempo al suddetto monastero del beato Vittore martire, cio il fondo di Pian de Aups con tutte le sue appartenenze e i suoi confini, ora, nel pieno possesso delle mie facolt e della mia memoria, per rimedio dell'anima, faccio donazione a Dio onnipotente e a san Vittore, cos come agli abati e ai monaci che servono nel suddetto luogo, di un fondo chiamato Campanias, almeno della met di questo fondo, che possiedo l allo scopo di valorizzarlo, in tutta integrit, senza restrizione alcuna, con le sue appartenenze e i suoi confini. Come io l'ho posseduto durante la mia vita, cos lo cedo e lo trasmetto e lo dono, come ho detto, a Dio onnipotente e al mio signore san Vittore che mi ha sempre aiutato in ogni necessit e che ora, per sua intercessione, mi fa entrare nella milizia sacra.
[Seguono i dati relativi alla villa cos donata, e poi gli scongiuri comminatori: l'ammenda stabilita ammonta per l'usurpatore a duecento libbre d'oro].
Questa carta di donazione  stata redatta a Marsiglia, nella citt, l'anno 1004 dell'incarnazione del Signore, il quindici ottobre, essendo re Rodolfo.
[Seguono le firme del donatore, di suo figlio il vescovo Ponzio, della famiglia vicecomitale e di alcuni laici](57).



3.
La pace di Dio

Ma negli anni che si avvicinano al mille, la cristianit sente che sta per varcare tutta quanta il traguardo. Vi si prepara dunque praticando le penitenze che s'impongono i moribondi. Perci si vedono tutti i riti di purgazione non solamente moltiplicarsi, ma divenire collettivi; essi sono proposti all'insieme del popolo, colpevole tutto intero e chiamato ad attraversare in un sol corpo la prova che sbocca nel Regno.


Le assemblee di pace.

Questa generalizzazione delle pratiche penitenziali, degli interdetti e delle rinunce fu il principale oggetto delle grandi assemblee che dapprima nel sud della Gallia, nelle vicinanze delle citt troppo strette per accoglierle al completo, videro allora radunati i prelati, i grandi e le folle popolari attorno ad urne e reliquie. Si trattava di far osservare da tutti, a qualunque ordine sociale appartenessero, certe regole di vita fin allora seguite solamente nei chiostri dai monaci, dagli specialisti delle mortificazioni e dell'astinenza. Sacrificarsi tutti insieme, rinunciare al piacere di mangiar carne, di fare l'amore, di maneggiare oro, di combattere: era questo il mezzo per il popolo di Dio di scongiurare la vendetta divina, di far indietreggiare per il momento i flagelli e di prepararsi al giorno dell'ira. Quando descrive nel suo sviluppo l'ampio movimento che propag dal Sud al Nord della Gallia tali concili purificatori, Rodolfo il Glabro molto giustamente mette in evidenza il legame organico che unisce le due principali decisioni allora prese: inasprire le regole del digiuno; instaurare la pace di Dio. Due privazioni.

Allora dunque [il millesimo anno dopo la Passione del Signore], dapprima nelle regioni dell'Aquitania i vescovi, gli abati e gli altri uomini votati alla santa religione cominciarono a radunare tutto il popolo in assemblee, alle quali si portavano anche molti corpi di santi e innumerevoli casse di sante reliquie. Di l, per la provincia di Arles e quella di Lione e cos per tutta la Borgogna e fino nelle contrade pi remote della Francia, fu annunciato per tutte le diocesi che, in luoghi determinati, i prelati e i grandi di tutto il paese avrebbero tenuto delle assemblee per il ristabilimento della pace e l'istituzione della santa fede. Quando la notizia di tali assemblee fu conosciuta da tutta la popolazione, i grandi, i medi e i piccoli vi si recarono pieni di gioia, disposti unanimemente ad eseguire ci che fosse prescritto dai pastori della Chiesa, quasi che una voce venuta dal cielo parlasse agli uomini sulla terra. Infatti erano ancora tutti atterriti per le calamit dell'epoca precedente e tormentati dal timore di vedersi strappare nell'avvenire le dolcezze dell'abbondanza.
Una nota, divisa in capitoli, conteneva a un tempo ci che era proibito fare e gli impegni sacri che si era deciso di assumere verso Dio onnipotente. La pi importante di queste promesse era quella di osservare una pace inviolabile: gli uomini di tutte le condizioni, di qualunque malefatta fossero colpevoli, dovevano ormai poter andare senza timore e senz'armi. Il ladro o l'usurpatore dell'altrui propriet cadeva sotto il rigore delle leggi ed era condannato a un'ammenda o ad una pena corporale. Ai luoghi sacri di tutte le chiese si doveva mostrare tanto rispetto e riverenza che, se un uomo, reo di qualche colpa, vi trovava rifugio, non doveva subire alcun danno, salvo se avesse violato il suddetto patto di pace; allora era preso e portato via dall'altare, perch scontasse la pena prescritta. Quanto ai chierici, ai monaci e alle monache, colui che attraversava un paese in loro compagnia non doveva subir violenza da nessuno.
Si presero in quelle assemblee molte decisioni, che vogliamo riferire diffusamente. Fatto davvero memorabile, tutti furono d'accordo per santificare il venerd di ogni settimana astenendosi dal vino e il sabato privandosi della carne, salvo nei casi di grave malattia o se una ricorrenza solenne cadeva in quei giorni; se si era condotti da qualche circostanza ad allentare un po' questa regola, si dovevano allora nutrire tre poveri(58).

La cronologia delle assemblee per la restaurazione della pace  in verit molto pi ampia di quel che appare leggendo il Glabro. Le prime si tennero nel 989-90, simultaneamente a Charroux, nel Poitou, e a Narbona; altre si riunirono in Aquitania e nell'antica Gotia fino all'Anno Mille. Poi, intorno al 1023, il movimento raggiunse attraverso la valle del Rodano e quella della Saona la Francia settentrionale; conobbe una nuova espansione negli anni 1027-41 un po' dovunque in Gallia, ma soprattutto nelle province meridionali. Stabilito effettivamente attorno ai due millenari, non si propag nell'Impero, il cui sovrano era ancora personalmente capace di mantenere l'ordine e la giustizia. In realt fu l'impotenza del re di Francia a condurre la Chiesa, e dapprima nelle regioni del regno dove la degradazione dell'autorit monarchica era stata pi precoce, ad assumere essa stessa la missione di pace che Dio un tempo affidava al sovrano.


Il giuramento della pace.

La restaurazione della pace fu concepita come un patto destinato a moderare la turbolenza di uno dei tre ordini della societ, quello degli uomini di guerra. I cavalieri in ciascuna provincia dovettero, con la mano sulle reliquie, giurare di contenere la loro aggressivit entro limiti precisi. Ecco il testo del giuramento stabilito dal vescovo di Beauvais, Guarino, nel 1023-25:

Non invader in nessun modo una chiesa. In ragione della sua immunit, non invader neppure i magazzini che sono nella cinta di una chiesa, salvo se un malfattore abbia violato questa pace o per un omicidio o per prendere un uomo o un cavallo. Ma se invado per questi motivi i suddetti magazzini, non porter via nulla, se non il malfattore o il suo equipaggiamento, consapevolmente.
Non attaccher il chierico o il monaco se non portano le armi del mondo, n quello che cammina con loro senza lancia n scudo; non prender il loro cavallo, salvo il caso di flagrante delitto che mi autorizzi a farlo o a meno che essi abbiano rifiutato di riparare la loro colpa nello spazio di quindici giorni dopo il mio avvertimento.
Non prender il bue, la vacca, il maiale, la pecora, l'agnello, la capra, l'asino e il fardello che porta, la giumenta e il suo puledro non domo. Non assalir il contadino n la contadina, i sergenti o i mercanti; non prender il loro denaro; non li costringer al riscatto; non li roviner prendendo i loro averi col pretesto della guerra del loro signore, e non li batter per toglier loro il sostentamento.
Mulo o mula, cavallo o giumenta e puledro che sono al pascolo, non ne spoglier alcuno dalle calende di marzo fino a Ognissanti, salvo se li trovo in atto di farmi danno.
Non incendier n abbatter le case, a meno che non vi trovi un cavaliere mio nemico o un ladro, e a meno che siano unite a un castello che sia davvero un castello.
Non taglier n sradicher n vendemmier le viti altrui, col pretesto della guerra, se non sulla terra che  e deve essere mia. Non distrugger mulini e non ruber il grano che vi si trova, salvo quando sar in cavalcata o in spedizione militare pubblica, e se  sulla mia propria terra.
Al ladro pubblico e riconosciuto non procurer n appoggio n protezione, n a lui n alla sua impresa di brigantaggio, consapevolmente. Quanto all'uomo che scientemente violer questa pace, cesser di proteggerlo non appena lo sapr; e se ha agito in modo inconsapevole ed  ricorso alla mia protezione, o far riparazione per lui o l'obbligher a farla nello spazio di quindici giorni, dopo di che sar autorizzato a chiedergli ragione o lo priver della mia protezione.
Non attaccher il mercante n il pellegrino e non li spoglier, salvo se commettono qualche malefatta. Non uccider il bestiame dei contadini, se non per il mio nutrimento e quello della mia scorta.
Non catturer il contadino e non gli toglier il sostentamento per istigazione perfida del suo signore.
Non attaccher le donne nobili, n quelli che circoleranno con esse, in assenza del loro marito, a meno che non trovi che commettono qualche malefatta contro di me nel loro movimento; mi comporter allo stesso modo con le vedove e le monache.
Non spoglier neppure quelli che trasportano vino su carrette e non prender i loro buoi. Non fermer i cacciatori, i loro cavalli e i loro cani, salvo se mi nuocciono, a me o a tutti quelli che hanno assunto lo stesso impegno e l'osservano nei miei, confronti.
Eccettuo le terre che sono del mio allodio e del mio feudo, o mi appartengono in franchigia, o sono sotto la mia protezione o di mia spettanza. Eccettuo ancora i casi in cui costruir o assedier un castello, il caso in cui sar presso l'esercito del re e dei nostri vescovi, o alla cavalcata. Ma anche allora, esiger soltanto ci che sar necessario per il mio sostentamento e non riporter a casa nient'altro che i ferri dei miei cavalli. Nell'esercito, non violer l'immunit delle chiese, a meno che non m'impediscano l'acquisto e il trasporto dei viveri.
Dall'inizio della Quaresima fino a Pasqua non attaccher il cavaliere che non porta le armi del mondo e non gli toglier il sostentamento che avr con s. Se un contadino fa torto a un altro contadino o a un cavaliere, aspetter quindici giorni; dopo di che, se non avr riparato, m'impadronir di lui, ma prender dei suoi averi solo quanto  legalmente fissato(59).

Si tratta, in effetti, di proteggere l'ordine di quelli che pregano e l'ordine di quelli che lavorano, pi generalmente i poveri e tutte le persone disarmate, contro i saccheggi e gli assalti degli specialisti della guerra, e dunque di mantenere la sicurezza pubblica, proprio come facevano un tempo i re. Tuttavia questi giuramenti contengono alcune disposizioni che impegnano pi estesamente l'intenzione pacifica. Essi limitano con maggior rigore certe attivit militari durante la Quaresima e forniscono la prova che, in questa stagione di penitenza, certi cavalieri deponevano le armi e rinunciavano alle gioie del combattimento al fine della purificazione personale.


La tregua di Dio.

Effettivamente, a poco a poco, alle semplici consegne di pace si sostitu un impegno tutto diverso, che non cercava soltanto di delimitare certe aree di protezione contro le violenze della guerra, ma stabiliva una sospensione generale di ogni ostilit durante i periodi pi santi del calendario liturgico. Questa astinenza, la tregua di Dio, fu proposta alla cavalleria come la forma di ascesi pi conveniente al suo stato:

Accadde in quel tempo [nel 1041, dice il Glabro, ma in realt un po' prima], per ispirazione della grazia divina, da principio nelle regioni dell'Aquitania e poi a poco a poco in tutto il territorio della Gallia, che si concluse un patto, a un tempo per timore e per amore di Dio : nessuno dei mortali, dalla sera del mercoled fino all'alba del luned successivo, doveva essere tanto temerario da osare di togliere qualcosa con la forza a chicchessia, o di prendere vendetta di un nemico, o di appropriarsi i pegni del garante di un contratto. Colui che andasse contro questo decreto pubblico, o pagherebbe con la vita o verrebbe bandito dalla sua patria ed escluso dalla comunit cristiana. Piacque a tutti di chiamare questo patto, in lingua volgare, la tregua di Dio, perch non godeva soltanto dell'appoggio degli uomini, ma fu anche pi volte ratificato da temibili segni divini. Infatti la maggior parte dei pazzi che nella loro audace temerit non si peritarono d'infrangere questo patto, furono puniti senza indugio, sia dalla collera vendicatrice di Dio, sia dalla spada degli uomini. E questo avvenne dappertutto cos frequentemente, che il gran numero degli esempi impedisce di citarli uno per uno; del resto, non fu che giustizia. Infatti, se la domenica  ritenuta venerabile in ricordo della risurrezione del Signore - si chiama anche questo giorno l'ottavo - cos pure il quinto, il sesto e il settimo giorno della settimana, in ricordo della Cena e della Passione del Signore, devono essere esenti da atti d'iniquit(60).



4. I pellegrinaggi collettivi.

 da situare nelle stesse prospettive lo sviluppo concomitante dei pellegrinaggi collettivi. Negli anni che precedettero l'Anno Mille si prese l'abitudine, tra i pi grandi signori del regno di Francia, di partire per lontane contrade, con i loro amici, i loro preti e i loro vassalli, per visitare qualche luogo santo. Significava, al tempo stesso, imporsi una penitenza salutare e assicurarsi i favori dei personaggi invisibili e formidabili di cui si andava a riverire la sepoltura. A questo si aggiungevano le gioie di un viaggio in comitiva. Cos il duca Guglielmo d'Aquitania "fin dalla giovinezza aveva per costume di recarsi ogni anno a Roma, alla tomba degli Apostoli; gli anni in cui non andava a Roma, faceva in compenso un viaggio di devozione a San Giacomo di Galizia".


Verso Gerusalemme.

La conversione del principe degli Ungari nell'Anno Mille rimosse uno degli ostacoli che ingombravano la via per Gerusalemme.

Nello stesso tempo il popolo degli Ungari, che viveva nei dintorni del Danubio, si convert col suo re alla fede di Cristo. A questo re, battezzato col nome di Stefano e fervente cristiano, l'imperatore Enrico diede in moglie sua sorella. In quell'epoca, quasi tutti coloro che desideravano recarsi, dall'Italia e dalla Gallia, al sepolcro del Signore a Gerusalemme, cominciarono ad abbandonare l'itinerario consueto, che attraversava le onde del mare, e a passare per il paese di questo re. A tutti egli apr una strada delle pi sicure; accoglieva come fratelli quanti vedeva, e faceva loro enormi regali. Queste maniere incitarono un'innumerevole moltitudine, tanto di nobili quanto di gente del popolo, a partire per Gerusalemme(61).

Negli anni che seguirono, e specialmente dopo la distruzione del Santo Sepolcro, che fu ben presto ricostruito, Gerusalemme divent, con Roma e Santiago di Compostella, la meta delle pi esaltanti e delle pi salutari pellegrinazioni. Il favore che incontr da allora il viaggio di Terra Santa colp i contemporanei.

In quel tempo (1026), Guglielmo, conte di Angoulme, si diresse attraverso la Baviera verso il sepolcro del Signore. Lo accompagnavano Oddone di Bourges, signore di Dols, Riccardo, abate di Verdun, Riccardo, abate di San Cibardo d'Angoulme, con il suo priore e consigliere Geraldo Fanesino, e Amalfredo, che poi fu abate, e una grande schiera di nobili. Stefano, re d'Ungheria, l'accolse coi pi grandi onori e lo colm di regali. Si mise in viaggio il primo giorno d'ottobre, giunse alla citt santa la prima settimana del mese di marzo, e ritorn a casa la terza settimana di giugno. Tornando, pass da Limoges, dove tutta la folla dei monaci di San Marziale gli and incontro e lo accolse in gran pompa. Ma quando la notizia del suo arrivo giunse ad Angoulme, tutti i signori, non soltanto dell'Angumese, ma anche del Poitou e della Saintonge, e le persone di ogni et e sesso accorsero a lui pieni di gioia, per contemplarlo. Il clero del convento di San Cibardo, in veste bianca e con diversi ornamenti, accompagnato da una gran folla di popolo, di chierici, di canonici, avanz lietamente incontro a lui fino a un miglio fuori della citt, al canto delle laudi e delle antifone. E tutti, gridando a gran voce Te deum laudamus, gli fecero corteggio secondo l'uso. Allora egli scelse il monaco Amalfredo, che si trovava con lui, come abate della basilica del beato Cibardo. Infatti l'abate Riccardo era morto in viaggio, a Selembria, citt greca al di qua di Costantinopoli, ed era stato sepolto la vigilia dell'Epifania. Il nuovo abate fu ordinato dal vescovo Roone, mentre erano presenti il conte stesso e l'abate di San Marziale Ulrico, degnamente circondato dai suoi monaci, gli abati del vicinato e l'alta nobilt dei signori. [...] Ritornato da Gerusalemme, Guglielmo aveva dato il buon esempio a molti signori nobili, uomini della classe media e poveri. Ben presto, infatti, Isemberto, vescovo di Poitiers, Giordano, vescovo di Limoges, e il conte [d'Angi] Folco e molti altri personaggi illustri e un'immensa moltitudine di persone delle classi medie, povere e ricche, presero la strada per Gerusalemme(62).


Il grande slancio.

Ma  nel 1033, millenario della Passione, che Rodolfo il Glabro colloca, nel suo racconto, l'apogeo del "santo viaggio". Egli sa notare anche il significato profondo del pellegrinaggio:  preparazione alla morte,  promessa di salvezza. E il pellegrino che si allontana dalla sua casa, che tronca i rapporti con la famiglia, che si spoglia di ogni protezione, che si svincola da ogni legame affettivo,  gi in realt, come re Roberto nei mesi che precedettero il suo trapasso, partito per l'aldil. La sua vera speranza  di trovare la morte per via.

Nello stesso tempo una folla innumerevole prese a concorrere dal mondo intero verso il sepolcro del Salvatore a Gerusalemme; nessuno avrebbe mai potuto prevedere una tale affluenza. Furono dapprima le classi inferiori, poi il ceto medio, poi tutti i pi grandi, re, conti, marchesi, prelati; infine, cosa che non era mai accaduta, molte donne, le pi nobili con le pi povere, si recarono laggi. La maggior parte avevano il desiderio di morire prima di tornare al loro paese. Un certo Letbaldo, originario della Borgogna, della diocesi d'Autun, viaggiando con gli altri arriv laggi. Dopo aver contemplato quei luoghi sacri sopra tutti, venne a passare per il Monte degli Ulivi, dal quale il Salvatore, in presenza di tanti testimoni degni di fede,  asceso al cielo, dopo aver promesso di venire di l per giudicare i vivi e i morti; allora, con le braccia in croce, prosternato con tutta la persona, versando lacrime, si sent rapito nel Signore da un'indicibile gioia interiore. Di tanto in tanto si rialzava, levava le mani al cielo, tendeva con tutte le forze il suo corpo verso l'alto e manifestava il desiderio del suo cuore con queste parole:
"Signore Ges, che per noi ti sei degnato di scendere dal seggio della tua maest sulla terra per salvare il genere umano, e che da questo luogo, che vedo coi miei occhi, vestito dell'umana carne sei tornato al cielo, dal quale eri venuto, io supplico la tua bont onnipotente di permettere che, se la mia anima deve quest'anno migrare dal mio corpo, non mi allontani pi di qui; ma che questo mi accada in vista del luogo della tua ascensione. Credo infatti che, come ti ho seguito con il corpo, venendo qui, cos la mia anima entrer sana e salva e beata dietro di te in Paradiso".
Dopo questa preghiera, ritorn coi compagni all'albergo. Era l'ora del pasto. Ma mentre gli altri si sedevano a tavola, egli si diresse verso il suo letto, lieto in volto, come se, preso dal sonno, volesse riposare un poco; subito si assop, e non si sa che cosa vide. Ma appena fu addormentato, grid:
"Gloria a te, o Dio! Gloria a te, o Dio!"
I suoi compagni, sentendolo, l'invitavano ad alzarsi e a mangiare con loro. Rifiut, e voltandosi dall'altra parte dichiar di non sentirsi bene; rest coricato fino a sera, chiam i compagni di viaggio, chiese e ricevette il viatico dell'Eucaristia vivificante; poi li salut dolcemente, e rese l'anima. Certo quest'uomo era immune dai sentimenti di vanit che spingono molti a partire, desiderosi soltanto di fregiarsi del titolo prestigioso di pellegrini di Gerusalemme; con fede ha chiesto in nome del Signore Ges di avvicinarsi al Padre, ed  stato esaudito. I suoi compagni, al ritorno, ci hanno raccontato questo, mentre ci trovavamo nel monastero di Bze.


Pellegrinaggio ed escatologia.

Rodolfo il Glabro, tuttavia, stabilisce un rapporto essenziale tra l'impulso misterioso che spinge i popoli d'Occidente a mettersi in cammino verso il luogo di Passione e l'avvicinarsi della fine dei tempi. Si tratta ancora, per lui, di un presagio:

Molti andarono a consultare certi uomini, tra i pi inquieti di quel tempo, sul significato di un cos grande concorso di popolo a Gerusalemme, mai visto nei secoli passati; essi risposero con cautela che questo non presagiva se non la venuta di quel miserabile Anticristo, che verso la fine del mondo bisogna, per testimonianza dell'autorit divina, aspettarsi di veder sorgere. Tutti questi popoli spianavano la via dell'Oriente, per la quale deve giungere, poich tutte le nazioni devono allora avanzare senza indugio incontro a lui. E cos si compirebbe in realt la profezia del Signore, secondo la quale anche gli eletti, se possibile, cadranno allora in tentazione. Ci fermiamo qui per questo argomento, ma non neghiamo affatto che la pia perseveranza dei fedeli ricever poi dal giusto Giudice il suo premio e la sua ricompensa(63).

Si pensava infatti che il tempo delle tribolazioni sarebbe cominciato quando l'ultimo Imperatore fosse venuto, alla testa di tutto il popolo di Dio, a deporre sul Golgota le insegne del suo potere. Ma gli sciami di pellegrini speravano di raggiungere, al di l della Gerusalemme terrestre, la Citt di Dio.



7.
Nuova Alleanza



I.
La primavera del mondo

Per gli storici che si misero all'opera all'indomani del millenario della Passione, i giuramenti di pace, i pellegrinaggi, tutte le misure di purificazione collettiva avevano raggiunto il loro scopo. Si potevano vedere le forze del male che ripiegavano in rotta. La collera di Dio si placava. Egli accettava di concludere col genere umano un nuovo contratto. Compiuti i mille anni, cessati i flagelli, la cristianit usciva quasi da un nuovo battesimo. Al caos succedeva l'ordine. L'indomani dell'Anno Mille  una nuova primavera del mondo.
In una delle pi belle pagine delle sue Storie, Rodolfo il Glabro ricorda l'esultanza dell'universo, nel 1033, dopo la terribile carestia e mentre si sviluppa il movimento per la pace di Dio.

Nell'anno mille dopo la Passione del Signore, che seguiva la disastrosa carestia gi ricordata, le piogge dirotte si quietarono, obbedendo alla bont e alla misericordia divina. Il cielo cominci a schiarire, facendosi ridente, e si anim di venti favorevoll. Con la sua serenit e la sua quiete, mostrava la magnanimit del Creatore. Tutta la superficie della terra si copr di un'amabile verzura e di un'abbondanza di frutti che band completamente la carestia... Innumerevoli malati riacquistarono la salute in queste riunioni, dove si portavano tante reliquie di santi. E perch a nessuno sembrasse una fantasia, pi volte accadde, nel momento in cui braccia o gambe deformi tornavano allo stato primitivo, di vedere la pelle lacerarsi, la carne aprirsi e il sangue scorrere in abbondanza: e questo dava credito ai casi per i quali il dubbio poteva sussistere. L'entusiasmo era cos ardente, che i presenti per mano dei vescovi levavano il bastone al cielo ed essi stessi tendevano le mani verso Dio gridando ad una voce: "Pace! Pace! Pace!", perch fosse il segno del patto perpetuo, della solenne promessa conclusa tra loro e Dio. Era del resto inteso che di l a cinque anni, per consolidare la pace, tutti avrebbero rinnovato splendidamente nel mondo intero queste manifestazioni. Lo stesso anno il grano, il vino e gli altri frutti della terra furono tanto abbondanti che non se ne pot sperare un'uguale quantit per tutti i cinque anni successivi. Ogni alimento buono per l'uomo, a parte la carne e le pietanze particolarmente delicate, non valeva pi niente; era come al tempo antico del grande giubileo mosaico. Il secondo, il terzo e il quarto anno la produzione non fu minore(64).

Il male, certo, non  debellato; gli uomini non sono sfuggiti alle tentazioni; gi si pu vederli ricadere nel disordine. Ma si moltiplicano i segni di una nuova alleanza e dell'influsso giovanile che essa comunica a tutta la creazione. I pegni del perdono divino si collocano evidentemente quasi tutti nell'ordine degli avvenimenti spirituali. Sono munizioni fresche fornite all'umanit per aiutarla nella sua grande avventura, la marcia verso la Terra promessa.



2. La riforma della Chiesa.


I prelati riformatori.

Tale appare anzitutto il rinnovato fervore di purezza che la riforma introduce allora nella Chiesa, e pi precisamente nelle sue avanguardie, cio nei capitoli di canonici, nelle comunit di chierici riunite intorno al vescovo e, ancor pi vigorosamente, nell'istituzione monastica. Le iniziative riformatrici hanno preso l'avvio molto presto, assai prima dell'Anno Mille. L'arcivescovo di Reims Adalberone le sosteneva gi negli anni settanta del decimo secolo:

Ai canonici che, vivendo in case private, curavano soltanto i loro affari personali, comand di vivere in comunit. Perci alla cattedrale aggiunse un chiostro, nel quale dovevano risiedere e abitare insieme, e anche un dormitorio per riposare la notte nel silenzio, e un refettorio per ristorarsi a una tavola comune. Per regolamento, prescrisse loro di non chiedere nulla in chiesa, nel tempo della preghiera, se non per segni, salvo in caso di pressante necessit; di prender cibo insieme senza parlare; di cantare lodi a Dio dopo il pasto, in rendimento di grazie; di non violare in nessun modo il silenzio da compieta fino a mattutino; e allora, svegliati dalla soneria dell'orologio, di affrettarsi a gara per sciogliere le laudi. Avanti la prima ora del giorno la libert di lasciare il chiostro non era concessa a nessuno, salvo a quelli che attendevano agli affari comuni. E perch nessuno, per ignoranza, tralasciasse qualcosa che doveva esser fatto, impose loro la recita quotidiana della regola di sant'Agostino e dei decreti dei Padri.
Quanto ai costumi dei monaci, non si pu dire la predilezione e lo zelo che mostr nel correggerli e nel distinguerli dall'uso del secolo. Non solamente vigil che si segnalassero per la dignit della loro vita religiosa, ma ebbe cura di evitare il loro impoverimento, accrescendo i loro beni temporali. Pur manifestando a tutti la sua benevolenza, nutriva un particolare affetto per i monaci di san Remigio, patrono dei Franchi. Si rec dunque a Roma, desideroso di far stabilire per il futuro il possesso dei loro beni. E poich era un uomo nobile, potente, stimato da tutti per la sua vita irreprensibile, fu accolto con grande riverenza da papa Giovanni, di santa memoria.
In un sinodo egli mosse una gravissima lagnanza contro la vita religiosa dei monaci: le regole stabilite dagli antichi erano violate e deformate da certuni. In presenza dei vescovi, decise di far venire gli abati di diversi monasteri e di chiedere il loro consiglio. Il tempo e il luogo per questo incontro furono presto stabiliti, e il sinodo si sciolse.
Quel giorno venne: gli abati giunti da diversi luoghi si radunarono, e fu costituito primo tra loro e primate Rodolfo, uomo di santa memoria, abate del monastero di San Remigio. Egli presiedette e tenne il primo posto nell'assemblea; gli altri si disposero in cerchio. Quanto al metropolita, si sedette di fronte a lui sulla sua cattedra. A richiesta del presidente e degli altri padri, prese la parola e cos introdusse il dibattito:
" importante, santissimi padri, che i buoni s'incontrino, se si preoccupano di raccogliere i frutti della virt. Cos essi servono la causa dei buoni e le vie dell'onest. Al contrario,  pernicioso che i cattivi si riuniscano per ricercare e compiere l'illecito. Perci vi esorto, voi che vedo raccolti nel nome di Dio, a ricercare il meglio, e v'invito a nulla intraprendere per malanimo. Che l'amore del secolo e l'odio non abbiano posto tra voi, perch snervano la giustizia, soffocano l'equit. L'antica disciplina del vostro ordine ha deviato oltre misura, come  ben noto, dalla sua purezza tradizionale. Non siete infatti d'accordo tra voi per l'applicazione della regola, ciascuno volendo e pensando in maniera diversa. Questo ha recato finora grave pregiudizio alla vostra santit. Cos ho stimato utile, poich siete raccolti qui per la grazia di Dio, di persuadervi a volere, a pensare, ad agire insieme, affinch una stessa volont, uno stesso pensiero, una tale cooperazione riconducano la virt dimenticata e respingano con vigore l'ignominia del vizio"(65).


Ciascuno resti nel suo ordine.

Allo stesso modo, nell'Anno Mille, l'imperatore Ottone terzo:

Per ispirazione del papa e di parecchie altre persone, preoccupate degl'interessi della religione nella casa di Dio, pens di cacciare certi monaci della chiesa di San Paolo, che avevano di monaci soltanto il nome, vivendo peraltro malamente. Secondo gli stessi suggerimenti, contava di sostituirli, per assicurare il servizio divino nella chiesa, con religiosi di un'altra istituzione, di quelli che chiamiamo canonici. Si disponeva dunque a far eseguire la sua decisione, quando gli apparve una notte in sogno il beato apostolo Paolo, che si cur di rivolgere all'imperatore questi avvertimenti:
"Se veramente, - disse, - tu ardi dal desiderio di operare il meglio per il servizio di Dio, bada di non spingerti fino a cambiare la regola di questa chiesa, cacciando via questi monaci. Non conviene ad un ordine religioso, anche in parte depravato, di rigettare mai o di cambiare la propria regola. Ciascuno infatti deve essere giudicato nell'ordine in cui si  votato da principio a servire Dio. A ciascuno  consentito di emendarsi, se  corrotto, nel quadro della propria vocazione".
Cos ammonito, l'imperatore rifer ai suoi ci che l'apostolo gli aveva detto e si prese cura di riformare questa istituzione, cio quella dei monaci, e non di cacciarli o cambiarli(66).


San Vittore di Marsiglia.

L'abbazia di San Vittore a Marsiglia era stata disertata nel nono e nel decimo secolo, perch troppo esposta, essendo situata fuori le mura, alle incursioni dei pirati saraceni; la sua fortuna si era congiunta con quella del vescovato, la quale s'incorporava nell'eredit dei visconti cittadini. Verso il 970 la comunit fu ricostituita e sottomessa alla regola di san Benedetto. Il vescovo, nel 1005, completa la riforma sottraendo il monastero, come avveniva per quello di Cluny fin dalla sua fondazione, a qualsiasi ingerenza esterna. Nell'undicesimo secolo San Vittore doveva trovarsi alla testa di una congregazione estesa dalla Sardegna fino alla Catalogna.

Dalle pagine dei nostri libri sacri scaturisce una certezza, cio che dopo l'avvento e la gloriosa ascensione del nostro Signore e salvatore, prima che il collegio di quelli che erano a Gerusalemme fosse disperso, e ciascuno dei suoi membri diretto verso le varie regioni del mondo per predicare, con l'assistenza dello Spirito Santo, la gloria del suo nome e propagarne la conoscenza, la moltitudine dei credenti era un cuore ed un'anima sola. Nessuno di quelli che possedevano qualche cosa la diceva sua. Tutto era comune fra loro. Nessuno di essi era nel bisogno. Tutti i proprietari vendevano i loro campi o le loro case e ne recavano il prezzo ai piedi degli Apostoli. Questo denaro era distribuito a ciascuno secondo i suoi bisogni [Atti degli Apostoli 4, 32-35]. Ecco perch ci fu in Gerusalemme una tale moltitudine di credenti, mentre oggi  assai difficile trovarne, e ben pochi, nei monasteri.
Grazie alla predicazione degli Apostoli, tutte le nazioni si sottomisero al giogo del Signore, donde quel numero infinito di credenti. Ma dal momento in cui i santi Apostoli con la gloria del martirio lasciarono questo mondo, quella santa comunione e istituzione apostolica cominci gradatamente a intiepidirsi. L'animo di alcuni fra coloro che avevano ricevuto la dottrina dei beati Apostoli s'infiammava. Isolandosi, presero ad abitare insieme. Si chiamano con una voce greca, cenobita, che designa la vita in comune. I monasteri traggono di l la loro origine.
Secondo questa formula cenobitica, si costitu alle frontiere del nostro paese, in Provenza, un monastero celebre, situato non lontano dalle mura della citt di Marsiglia. Santificato dal corpo del portentoso martire Vittore, esaltato dai numerosi doni e privilegi del glorioso imperatore Carlo [Magno], rimase a lungo in questa perfezione, stabile e regolare.
Dopo molti anni, quando l'eccellente principe aveva ormai lasciato il mondo, e Dio onnipotente volle castigare il popolo cristiano col flagello dei pagani, le trib barbare invasero la Provenza e spargendosi dappertutto s'insediarono potentemente; abitando luoghi fortificati, devastarono ogni cosa, distruggendo le chiese e numerosi monasteri. Cos, luoghi una volta opulenti furono ridotti in rovine, e ci che era stato ambiente umano divenne covo di fiere.
Accadde dunque che questo monastero, che era stato un tempo il pi grande e il pi famoso di tutta la Provenza, fu raso al suolo e annientato, finch il signore Guglielmo e il signore Onorato, vescovo della citt, e suo fratello il visconte Guglielmo, e il figlio di costui, il vescovo Ponzio, che succedette nell'episcopato allo zio, misero mano alla sua restaurazione. Questi ultimi non soltanto resero al monastero un poco di ci che ad esso era appartenuto, ma fecero anche elargizione di loro possedimenti, per la salvezza della loro anima, e, avendo l riunito dei monaci, vi ordinarono un abate.
Di conseguenza, io, Ponzio, per ordinazione divina vescovo della chiesa di Marsiglia, infiammato dal fuoco dell'amore di Dio e ardendo dello stesso amore per il gloriosissimo e preziosissimo monsignore, il beatissimo Vittore martire, affinch il monastero dove riposa il suo corpo santo e venerabile rimanga per i secoli a venire nella stabilit e intatto senza alcuna interruzione o diminuzione, affinch la nostra opera di donazione, restituzione e accrescimento rimanga integra, ferma e salda per sempre (la nostra come quella dei nostri predecessori citati sopra), in accordo col signore Rodolfo, re degli Alemanni e di Provenza, d'intesa col signore apostolico [Giovanni diciottesimo] papa della citt di Roma e per suo ordine, secondo la volont del signor conte Rubaldo e della signora contessa Adelaide, del signor conte Guglielmo loro figlio, col beneplacito del clero e del popolo della santa chiesa di Marsiglia, [io, Ponzio,] faccio redigere questa carta di corroborazione, di liberalit e di donazione al Signore onnipotente e a san Vittore suo martire, cos come agli abati e ai monaci, presenti e a venire, affinch d'ora in avanti il monastero non cada in potere di chicchessia, salvo per ragioni di difesa, ma appartenga, come avviene per gli altri monasteri regolari edificati in onore di Dio onnipotente e dei suoi santi, agli abati e ai monaci che hanno scelto di vivere secondo la regola di san Benedetto e secondo i santi canoni.
Che nessun vescovo, nessuna persona, a qualsiasi ordine appartenga, sia chierico sia laico, cos sottrarre al monastero o agli abati e ai monaci qualsiasi possesso o terreno, che questo monastero possiede ora o potr acquisire pi tardi. Questo perch abati e monaci, presenti e a venire, possano servire Dio nella pace e nella sicurezza, nell'indipendenza dalla volont di qualunque persona, e possano offrire le loro preghiere per noi tutti, i fondatori gi nominati, come per la salvezza di tutti i cristiani, vivi e defunti.
Che se una potenza nemica, levandosi contro san Vittore e il suo monastero, volesse attentare alla nostra opera e a questa istituzione fondata per rimedio delle anime nostre, o attaccare questo privilegio che, secondo le disposizioni di legge e per ordine del potere apostolico e per tutte le autorit addotte sopra, noi fissiamo per iscritto, oppure cercare di rendere questo privilegio non avvenuto e menzognera l'opera delle nostre mani, sia un vescovo, un abate o chiunque altro, per il solo fatto che vorrebbe stornare un dono destinato al monastero, sia colpito da anatema, maranatha, sia colpito da anatema nel dare e nel ricevere, cio tanto colui che d quanto colui che riceve, secondo i santi canoni. E sia scomunicato, e maledetto, e in abominio al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo, e a monsignore il papa del seggio apostolico e romano, e a tutti gli ordini della santa Chiesa cattolica di Dio, vescovi, preti, diaconi e quanti hanno il potere di legare e di sciogliere. E siano dannati nel fondo dell'inferno, con Giuda il traditore, con Ario e Sabellio e con tutti gli eretici e gli infedeli, sia quelli che faranno sia quelli che consentiranno al fatto.
A me, Ponzio, vescovo, e ai miei fratelli Guglielmo e Folco, piace anche aggiungere questo: di tutto ci che, dell'eredit di nostro padre o di nostra madre e dei nostri parenti,  stato o sar dato a questo monastero da nostro padre o dai nostri parenti o da noi, se qualche potenza, sia un vescovo, sia una persona di qualunque ordine, volesse togliere o prendere qualcosa a questo stesso monastero o a questi abati e monaci, la sua rivendicazione non sia valida. Se questo accadesse, i nostri eredi e successori abbiano piena facolt di riprendere e recuperare ci che qualunque persona avr voluto togliere o prendere.
L'abate e i monaci del suddetto monastero hanno la facolt d'interpellare per quanto concerne le disposizioni precedenti quelli che vorranno attentare al presente atto scritto, davanti alla curia reale o davanti al signore apostolico di Roma, e di costringerli a pagare un'ammenda di cinquecento libbre d'oro, questo scritto restando nella sua forma precedente, di nuovo fermo e stabile.
Questa carta  stata scritta l'anno 1005 dell'incarnazione del Signore, Rodolfo essendo re degli Alemanni e di Provenza, e Giovanni per grazia di Dio papa del seggio apostolico.
 [Seguono le firme di:] Rubaldo, conte di Provenza; Ponzio, vescovo di Marsiglia; Adelaide, madre di Rubaldo; suo figlio Guglielmo; Guglielmo, conte di Tolosa; Ermengarda, moglie del conte Rubaldo; Garnerio, abate di Psalmodi; Guifredo, il quale bench indegno  chiamato abate del suddetto monastero; Archinrico, abate, di Montmajour; Rado, vescovo; Elmerado, vescovo di Riez; Ponzio, arcivescovo di Arles; Patone, abate [di San Gervasio, a Fossur-Mer]; Deodato, Andrea, Massilio [canonici di Marsiglia], Ugo; Guglielmo, Lamberto e Radaldo; Amalrico, arcivescovo di Aix-en-Provence; del signore Franco(67).


Cluny.

 a Cluny, tuttavia, fiore nell'Anno Mille dell'ordine benedettino, esempio di purezza, fermento di dinamismo, che sgorga allora con pi vigore la linfa della rigenerazione.

Infine la regola [di san Benedetto], ormai quasi caduta in desuetudine, trov, grazie a Dio, per acquistare nuovo vigore e per fruttificare in numerosi rami, un asilo di sapienza nel monastero chiamato Cluny. Questo edificio deriva il suo nome dalla posizione inclinata e modesta del luogo; o forse, ci che sarebbe pi appropriato, dalla parola cluere, poich diciamo cluere per "crescere". E infatti si  notevolmente accresciuto di giorno in giorno, grazie a doni diversi, dalle sue origini. Costru questo convento il padre dei monaci del monastero di Baume, citato sopra, che si chiamava Bernone, per ordine di Guglielmo, piissimo duca d'Aquitania, nella contea di Macon, sulle rive del fiumicello della Grosne. Il convento, si dice, non ricevette al principio in dotazione che il valore di quindici poderi; e tuttavia si ricorda che vi convennero dodici fratelli. Da questa eletta semente si moltiplic una stirpe innumerevole, che ha sparso, come  noto, le milizie del Signore per una vasta parte della terra. Questi uomini si sono incessantemente preoccupati delle cose di Dio, cio delle opere di giustizia e di misericordia; hanno dunque meritato di essere colmati d'ogni bene; e inoltre hanno lasciato ai posteri un esempio da imitare. Dopo Bernone, la direzione dell'abbazia fu assunta dal sapientissimo Oddone, uomo quanto mai religioso, che era stato preposto della chiesa di San Martino di Tours, e veramente ammirevole per la santit dei costumi e della sua vita religiosa. Questi con tanto zelo propag la regola che, dalla provincia di Benevento fino all'Oceano, tutti i monasteri pi considerevoli che contavano l'Italia e la Gallia, si compiacevano di essere sottomessi alla sua autorit. Dopo la sua morte, gli succedette Aimardo, uomo semplice, che, senza essere cos famoso, fu tuttavia un custode non meno vigilante del rispetto della regola. Dopo di lui fu eletto il santo e venerabile Maiolo, che abbiamo ricordato sopra, e che design quale suo successore nel governo dei monaci Odilone.


Guglielmo di Volpiano.

La congregazione cluniacense fu effettivamente costituita da sant'Odilone, abate di Cluny all'epoca dei millenari. Accanto a lui operarono altri riformatori, tra cui Guglielmo di Volpiano, discepolo di san Maiolo e abate di San Benigno di Digione, dal quale il rinnovamento della purezza monastica fu propagato a un tempo nella regione lombarda e in Normandia.

In quel tempo brill nella riforma delle case di Dio il venerabile abate Guglielmo, che era stato nominato dal beato Maiolo abate della chiesa di san Benigno martire. Egli fece subito rinnovare il fabbricato di questa chiesa in modo cos stupendo che sarebbe difficile trovarne un altro simile. Non meno si distinse per il rigore con cui osservava la regola, e si mostr nel suo tempo l'incomparabile propagatore del proprio ordine. Ma quanto pi per questo lo amavano le persone religiose e pie, tanto pi lo denigravano e tramavano contro di lui i malfattori e gli empi. Era nato in Italia, da genitori di nobile stirpe; ma era ancor pi nobile per la scienza elevata che aveva acquisito. Nella stessa regione, sul fondo che aveva ereditato dai suoi genitori, prima chiamato Volpiano, edific uno splendido monastero, di cui egli stesso cambi il nome, chiamandolo Fruttuaria. L'arricch di benefici di ogni sorta e vi prepose un abate che era in tutto suo degno emulo, di nome Giovanni. Guglielmo era d'ingegno acuto e di rara saggezza, e perci veniva ricevuto con tutti gli onori nei palazzi dei re e dei principi. Ogni volta che un monastero si trovava senza pastore, subito il re, il conte o il prelato lo pregava insistentemente di prenderne la direzione per riformarlo, perch si vedevano i monasteri divenire fiorenti sotto il suo patronato, grazie alla sua ricchezza e alla sua santit. E lui stesso si faceva garante che, se i monaci osservavano in ciascuno di quei luoghi le prescrizioni della regola, non avrebbero mai mancato di nulla: cosa che si verific manifestamente nei luoghi che gli furono affidati... Cluny si vede spesso richiedere da diverse regioni dei fratelli che, eletti abati, accrescono in mille modi gl'interessi del Signore. Ma Guglielmo, il padre con cui questo capitolo  cominciato, supera tutti coloro che sono usciti prima di lui da quel luogo, per l'impegno che si  imposto e i risultati che ha ottenuto portando dappertutto la semente della nostra regola(68).



3. Le chiese nuove.

Tuttavia non  soltanto lo spirito della Chiesa che, nelle prove . purificatrici del millenario, conquista una nuova giovinezza. Essa si rinnova ugualmente nella sua struttura materiale. Dappertutto si mette mano a ricostruire i santuari col favore delle elemosine che affluiscono e dell'invisibile accrescimento dei profitti signorili.


Reims.

Gi nell'ultimo quarto del decimo secolo l'arcivescovo Adalberone di Reims, il buon prelato che Richero propone come esempio,

...in principio (nel 976), dopo la sua nomina, si occup di vari lavori di costruzione nella sua chiesa. Fece abbattere completamente il portico, le cui strutture soprelevate occupavano quasi la quarta parte di tutta la basilica, a partire dall'ingresso della chiesa. Tutta la chiesa fu dunque abbellita con l'ampliamento del suo interno e la maggiore dignit delle strutture. Fece anche porre, per l'onore che gli era dovuto, il corpo di san Callisto papa e martire all'ingresso della chiesa, in un luogo pi elevato. E li consacr un altare, e aggiunse un oratorio molto adatto per pregare. Orn l'altare maggiore di una croce d'oro e dispose dall'una e dall'altra parte delle grate scintillanti.
Inoltre fece fabbricare un altare portatile, di lavorazione non meno curata. Su questo altare, dove il sacerdote sta davanti a Dio, si trovavano le figure dei quattro evangelisti, foggiate in oro e in argento, disposte in ciascuno degli angoli. Ognuna di esse, con le sue ali spiegate, copriva fino a met le facce laterali dell'altare e tendeva il volto verso l'Agnello immacolato. Con ci aveva voluto imitare l'arca di Salomone. Fece anche un candelabro a sette bracci, i quali, uscendo da un solo fusto, simboleggiavano i sette doni della grazia, tutti emananti da un solo Spirito. Decor, con un lavoro non meno elegante, l'urna dove richiuse la verga e la manna, cio le reliquie dei santi. Per ornamento della chiesa sospese poi alcune corone, la cui cesellatura non fu poco costosa. L'illumin con finestre a vetrate figurate e la fece risonare col dono di campane squillanti(69).


La "bianca veste".

In verit,  un improvviso affermarsi dell'attivit artistica e decorativa subito dopo l'Anno Mille, che ci presenta Rodolfo il Glabro.


DEL RINNOVAMENTO DELLE BASILICHE NEL MONDO INTERO

Mentre si avvicinava il terzo anno dopo il Mille, si videro rinnovare per quasi tutta la terra, ma specialmente in Italia e in Gallia, le basiliche delle chiese; bench la maggior parte, molto ben costruite, non ne avessero bisogno, una certa emulazione spingeva ogni comunit cristiana ad averne una pi sontuosa delle altre. Era come se il mondo stesso, scuotendosi e spogliandosi della sua vecchiezza, rivestisse d'ogni parte una bianca veste di chiese. Allora, quasi tutte le chiese delle sedi episcopali, i santuari monastici dedicati ai diversi santi e anche i piccoli oratori dei villaggi furono ricostruiti pi belli dai fedeli.

Quando il Glabro ricorda questa "bianca veste", non si vale soltanto di una stupenda metafora. Vuole significare che la cristianit si spoglia allora dell'uomo vecchio, aderisce al partito del bene per lottare contro le forze della corruzione, si prepara al nuovo battesimo, indossa la veste nuziale per accostarsi al banchetto del suo Re. La stessa tunica bianca (che segnala nei sogni le apparizioni benefiche), i veri uomini di Dio, quelli che tracciano i piani delle nuove basiliche, la portavano su di s a quel tempo.


San Martino di Tours.

A quell'epoca, tra gli altri, si distinse il monastero di San Martino di Tours; il venerabile Erveo, suo tesoriere, lo fece demolire ed ebbe tempo prima della morte di farlo riedificare splendidamente. La vita e la vocazione religiosa di quest'uomo, dall'infanzia fino al termine della sua vita terrena, mostrerebbero agli uomini d'oggi, se qualcuno volesse scriverne la storia, una figura incomparabile sotto tutti gli aspetti. Nato da una nobile famiglia di Francia, ancor pi nobile per le sue doti spirituali, simile a un giglio o a una rosa tra le spine, era unito dai vincoli del sangue agli uomini pi fieri del paese. Come  costume per i giovani d'alto lignaggio, ricevette un'educazione nobile, poi nelle scuole studi le arti liberali; ma comprese che la maggioranza attingeva da tali studi pi superbia che sottomissione alle leggi di Dio, e credette sufficiente per parte sua trarre di l la salvezza della sua anima. Abbandon quelle vane scienze ed entr segretamente in un monastero, dove chiese con devozione di esser fatto monaco. Ma poich apparteneva, come abbiamo detto, ad una famiglia illustre, cos, temendo la collera dei parenti, i fratelli di quel monastero non acconsentirono in alcun modo alla sua richiesta. Tuttavia, per fargli piacere, gli promisero che, se la sua parentela non si opponeva con la forza, ben volentieri avrebbero fatto quanto domandava. Durante la sua permanenza in quel luogo diede prova con la sua santit di quel che sarebbe divenuto pi tardi, e offr a tutti un esempio e un modello. Ma quando il padre fu informato del suo comportamento, preso da furore, si rec al monastero per portar via il figlio; questo giovane, che ricercava soltanto i pi desiderabili dei beni, egli lo subiss di rimproveri e lo condusse con s di forza fino alla corte del re, dove scongiur il re medesimo di distoglierlo da un tale progetto con la promessa di grandi onori. Ma re Roberto, uomo pio e religioso, l'esort invece con dolcezza a perseverare con lo stesso spirito in un cos buon proposito, e lo nomin per il momento tesoriere della chiesa di San Martino, contando di fare di lui pi tardi un vescovo esemplare. In seguito tent pi volte di mettere in esecuzione questo progetto, ma incontr sempre un rifiuto. Il santo uomo, incaricato cos suo malgrado della cura di una chiesa, rest vestito della veste bianca e, vivendo secondo la regola dei canonici, conserv in tutto lo spirito e il genere di vita di un monaco. Portando sempre un cilicio sulla nuda pelle, mortificando il suo corpo con un digiuno ininterrotto, avaro per s, prodigo per i poveri, osservava assiduamente le veglie e le preghiere.
Quest'uomo pieno di Dio concep per la chiesa, di cui gli avevano affidato la custodia, il progetto di ricostruirla completamente pi vasta e pi alta. Per ispirazione dello Spirito Santo indic ai muratori dove gettare le fondamenta di quest'opera incomparabile, che condusse lui stesso, come aveva desiderato, fino al suo compimento.


Orlans.

Quelli che vedono allora moltiplicarsi i cantieri e sorgere dalla terra edifici pi vasti, pi elevati, pi splendidi, non riconoscono in questa fioritura uno tra gli effetti del primo progresso dell'economia rurale, di un'agiatezza che penetra a poco a poco nel corpo dell'Occidente, e neppure dell'incremento delle elemosine. Parlano ancora, invece, di miracolo:

In quel tempo era vescovo della citt il venerabile Arnolfo, uomo assai nobile per nascita e per dottrina e molto ricco per le rendite dei suoi beni di famiglia. Vedendo la rovina della propria sede e la desolazione del popolo affidato alle sue cure, prese il partito pi saggio: fece, cio, grandi preparativi e cominci immediatamente a riedificare dalle fondamenta le strutture della chiesa, che un tempo era stata consacrata in onore della Croce di Cristo. Mentre con tutti i suoi si occupava attivamente dell'opera iniziata, al fine di terminarla al pi presto in modo magnifico, gli fu concesso dal cielo un manifesto incoraggiamento. Un giorno che i muratori, per situare le fondamenta della basilica, sondavano la solidit del terreno, scoprirono una grande massa d'oro. Lo giudicarono senz'altro sufficiente per rinnovare tutta la fabbrica della basilica, per quanto grande essa fosse. Presero dunque quest'oro trovato per caso e lo portarono tutto al vescovo. Rendendo grazie a Dio onnipotente per il dono che gli faceva, egli lo prese, lo consegn ai guardiani dell'opera e ordin che fosse speso integralmente per la costruzione della chiesa. Si dice che quest'oro fosse dovuto alla previdenza di sant'Evurzio, antico vescovo della medesima sede, che l'avrebbe l sepolto proprio in vista di questa ricostruzione. L'idea sarebbe venuta a quel sant'uomo soprattutto perch, mentre lui stesso riedificava la medesima chiesa pi bella che non fosse prima, avrebbe trovato in quel luogo un dono divino, preparato per lui. Fu cos che non soltanto le strutture della chiesa che era sede episcopale, ma anche, per consiglio del vescovo, le altre chiese della citt che andavano in rovina, le basiliche dedicate alla memoria dei vari santi, furono riedificate pi belle delle antiche, e il culto fu reso a Dio meglio che altrove. La citt stessa si riforn poco dopo di case, e il popolo, alfine purificato dalla sua corruzione con l'aiuto della clemenza divina, si riprese tanto pi presto in quanto aveva saggiamente accolto le sue miserie come punizione delle sue colpe(70).



4. Una messe di reliquie.

Ma il segno pi vistoso della nuova alleanza non fu, all'indomani del millenario, la scoperta di nuove reliquie? L'Occidente ne era mal provvisto; quelle che possedeva parevano di dubbia qualit. Si sentiva, anche in quel campo, molto sguarnito, mentre nei paesi della cristianit orientale abbondavano i resti sacri. Ecco che Dio si degnava di trarre il suo popolo, alfine purificato, da questa indigenza e di fornirgli in maggior copia quelle armi cos necessarie nella lotta contro i demoni. In realt, i pellegrini che sempre pi numerosi andavano a visitare le chiese bizantine e quelle che continuavano a prosperare sotto l'autorit dei principi musulmani, riportavano talvolta dal loro viaggio dei frammenti di corpi santi; altri erano allestiti da falsificatori; infine, naturalmente, gli sterramenti che preparavano la ricostruzione delle chiese mettevano in luce sarcofaghi sconosciuti. Ma per Rodolfo il Glabro, e per tutti i monaci del suo tempo, quelle reliquie sembravano risuscitare dalla terra, come presto, all'appello delle trombe, avrebbero fatto tutti i defunti dell'umanit. Essi attribuivano questo sboccio, nella nuova primavera del mondo, all'infusione della grazia divina.


DELLE SANTE RELIQUIE RITROVATE DAPPERTUTTO

Mentre il mondo intero, come abbiamo detto, era vestito di bianco per il rinnovamento delle basiliche, avvenne poi, cio l'ottavo anno dopo il millenario dell'incarnazione del Salvatore, che diversi indizi permisero di scoprire, nei luoghi dove a lungo erano state nascoste, numerose reliquie di santi. Come se avessero atteso il momento di una gloriosa resurrezione, ad un cenno del Signore furono offerte alla contemplazione dei fedeli e ispirarono al loro cuore un grande conforto.  noto che queste scoperte cominciarono dapprima in una citt delle Gallie, a Sens, presso la chiesa del beato martire Stefano. L'arcivescovo della citt era allora Leoterico; egli scoperse, cosa sorprendente, alcune insegne dei riti antichi: fra molti altri oggetti che erano nascosti, trov, si dice, una parte del bastone di Mos. Quando si diffuse la notizia, accorsero i fedeli, non soltanto dalle province della Gallia, ma da quasi tutta l'Italia e dalle regioni d'oltremare; e non pochi malati tornarono di l guariti per intercessione dei santi(71).




8. La riscossa

Della crescita che comincia allora a manifestarsi nel corpo della cristianit occidentale, gli scrittori non parlano quasi. Gli autori di cronache e di storie non hanno sentito che gli uomini attorno a loro diventavano pi numerosi, meglio nutriti. Delle calamit di cui fanno menzione, alcune rispecchiavano forse un'instabilit caratteristica dell'adolescenza e le tensioni di un primo sviluppo: ma non hanno saputo, non hanno voluto ravvisare in esse questa origine. E neppure presero coscienza delle trasformazioni che subiva la societ del loro tempo; dell'irruzione delle forme feudali non videro che i tumulti e i disordini ai quali gli antichi ordinamenti disgregandosi davano via libera, e lo schema troppo semplice dei tre "ordini", di cui contribuirono a fissare l'espressione. Questi scrittori non cessavano di esaltare, come i loro predecessori di un pi alto Medioevo, il buon Imperatore, il buon re, ed essendo ben vive tali rappresentazioni mentali, consolidavano inconsapevolmente le basi di una futura rinascita dell'autorit monarchica. Non si sono accorti che, nell'ordine delle realt temporali, il mondo all'intorno cambiava. Cambiava veramente? Ci si pu chiedere a buon diritto se il movimento dell'evoluzione politica, economica e sociale non fosse, in verit, in quei decenni, meno percettibile, e di conseguenza meno vivo, di quello che noi storici siamo tentati d'immaginare, considerando alcuni fenomeni che non appaiono in modo veramente chiaro nei documenti prima della fine dell'undicesimo secolo. La questione merita di essere posta. Ma  anche lecito credere che i nostri testimoni non fossero fedeli osservatori della realt quotidiana e materiale. Non guardavano terra terra. Volgevano lo sguardo pi in alto.
Tutti i sintomi di crescita che essi scelgono di mostrare riguardano dunque il sacro, gli atteggiamenti religiosi: ossia le sole modificazioni che avessero ai loro occhi qualche importanza per il destino dell'uomo, i soli cambiamenti, in ogni caso, che potessero introdursi, per deviarlo, nel corso della storia quale lo concepivano, tutto guidato dall'imminenza della Parusia. Infatti, per essi, lo sviluppo delle forze produttive o il trasferimento dei poteri di comando non erano in ogni caso, per cos dire, che epifenomeni, sovrastrutture. Per essi, non dimentichiamolo, le vere strutture della storia erano spirituali. Tuttavia le innovazioni a cui prestano attenzione - e che si collocano tutte nelle prospettive dell'escatologia - bastano ad alimentare la loro speranza, un sentimento di fiducia nell'irresistibile progresso del mondo. Questi uomini di Dio credevano nell'uomo.



1. Propagazione della fede.


Missionari.

Essi sentono, in primo luogo, la riscossa della cristianit come una dilatazione, come una conquista a scapito della miscredenza (la fine dei tempi che si avvicina non dev'essere preceduta dalla riunione di tutti i popoli attorno alla croce?) Nella loro epoca,  al Nord e all'Est che la fede continua a propagarsi, lungo le strade aperte dagli evangelizzatori carolingi. L'eroe della missione cristiana  allora sant'Adalberto, amico dell'imperatore del millenario.

[Ottone terzo] aveva con s due prelati molto venerabili, sant'Adalberto, arcivescovo della citt di Praga, che si trova nella provincia di Boemia, e san Brunone, vescovo della citt di Augusta, nella provincia di Baviera, e cugino dell'imperatore. Sant'Adalberto era piccolo di statura, san Brunone era alto. Ora, sant'Adalberto, durante un soggiorno alla corte imperiale, se ne andava solo a notte fonda nella foresta, si caricava della legna sulle spalle e a piedi nudi la portava nel suo alloggio all'insaputa di tutti; e vendeva questa legna per procurarsi il cibo. L'imperatore, dopo molti giorni, venne a saperlo, e poich stimava il prelato un santo, un giorno che conversava con lui come al solito, gli disse scherzando :
"Un vescovo della vostra sorta dovrebbe andare ad evangelizzare gli Slavi".
Subito il vescovo, baciando i piedi dell'imperatore, disse che si sarebbe messo all'opera, e l'imperatore non riusc pi a distoglierlo da questo proposito; il prelato gli chiese di nominare al suo posto nella citt di Praga un altro arcivescovo, che avrebbe scelto personalmente, e l'imperatore consent volentieri. Quanto a lui, dopo aver preparato tutto il necessario, se ne and a piedi nudi nella provincia di Polonia, dove nessuno aveva ancora udito il nome di Cristo, e cominci a predicare il Vangelo.
Seguendo il suo esempio, il vescovo Brunone chiese all'imperatore di far consacrare nella sua sede un vescovo che aveva scelto, di nome Ulrico. Ci fatto, raggiunse a sua volta con umilt la provincia d'Ungheria, quella che si chiama l'Ungheria Bianca, a differenza dell'altra, l'Ungheria Nera, cos detta perch gli abitanti hanno un colorito scuro come i negri.
Sant'Adalberto convert alla fede cristiana quattro province ancora prigioniere degli antichi errori: la Polonia, la Slavonia, le regioni di Varsavia e di Cracovia. Dopo averle consolidate nella fede, raggiunse la provincia dei Pincenati per predicare loro il Signore. Quel popolo era fieramente attaccato ai suoi idoli; da otto giorni Adalberto era arrivato tra loro e aveva cominciato ad annunciare il regno di Cristo, quando, il nono giorno, trovandolo prostrato in preghiera, lo trafissero con le loro frecce di ferro e ne fecero un martire di Cristo. Poi gli tagliarono la testa e precipitarono il suo corpo in un grande lago; quanto alla testa, la gettarono alle bestie in un campo. Ma un angelo del Signore la prese e la port vicino al corpo sulla riva opposta del lago; la santa spoglia rest sul luogo, intatta ed incorrotta, fino a quando alcuni mercanti passarono di l in battello. Portando con s quel tesoro sacro, essi andarono fino in Slavonia. Appena lo seppe, il re di Slavonia, di nome Boleslao, che lo stesso Adalberto aveva battezzato, offr loro ricchi doni, ricevette con grande riverenza il corpo e il capo, e costru un grande santuario in onore del santo; il martire di Cristo prese ad operare numerosi miracoli. La passione di sant'Adalberto aveva avuto luogo il ventiquattresimo giorno d'aprile, che  l'ottavo prima delle calende di maggio.
Quanto a san Brunone, convert alla fede la provincia di Ungheria, e un'altra, che si chiama Russia. Battezz il re di Ungheria, chiamato Gouz, e mutandogli nome nel battesimo lo chiam Stefano. L'imperatore Ottone lo accolse dal fonte battesimale nel giorno natalizio del protomartire Stefano e gli lasci piena libert nel governo del suo regno, dandogli licenza di portare in tutti i luoghi la lancia sacra, come  costume dello stesso imperatore; e gli diede alcuni chiodi della croce del Signore e gli concesse come propria la lancia di san Maurizio.
Il re fece battezzare suo figlio da san Brunone e gli diede lo stesso nome, Stefano, che egli aveva ricevuto. A questo Stefano l'imperatore Ottone diede in moglie la sorella di Enrico, che fu poi imperatore.
Intanto san Brunone si rec presso i Pincenati, cominci a predicare tra loro il Cristo e fu martirizzato come gi sant'Adalberto. Questi Pincenati, infierendo con diabolico furore, gli estrassero tutti i visceri del ventre per un piccolo foro che gli aprirono nel fianco, e fecero cos di lui un eroico martire del Cristo. I Russi riscattarono il suo corpo a caro prezzo e costruirono in suo onore un santuario in Russia, dove prese a segnalarsi con strepitosi miracoli.
Poco dopo, un vescovo greco and in Russia, convert l'altra met di quella provincia, che era ancora dedita al culto degl'idoli, e fece adottare agli abitanti l'uso di portare la barba lunga ed altri costumi greci(72).


L'evangelizzazione, la croce e la simbologia cosmica.

Tuttavia gli ostacoli che incontra l'evangelizzazione nelle regioni del Mezzogiorno pongono un problema.

Ecco un soggetto degno di riflessione: mentre questi fatti che riportiamo, della conversione dei popoli infedeli alla fede di Cristo, sono accaduti molto frequentemente nelle regioni nordiche e occidentali del mondo, non si  sentito niente di simile nelle contrade orientali e meridionali. Di ci fu indizio e veritiero presagio la disposizione della croce del Signore, quando ne pendeva il Salvatore sul Calvario: mentre alle spalle del Crocifisso era l'Oriente, con i suoi popoli rozzi e sanguinari, davanti ai suoi occhi si stendeva l'Occidente, pronto a essere inondato della luce della fede; e allo stesso modo fu la sua destra onnipotente, tesa nel gesto del perdono, che ricevette il Settentrione, addolcito dalla sua fede nella santa parola; mentre la sua sinistra era destinata al Mezzogiorno, brulicante di popoli barbari. Tuttavia, se abbiamo ricordato brevemente quel santo presagio, resta nondimeno intatto il consolante articolo della nostra fede cattolica secondo il quale in ogni luogo e in ogni nazione, senza eccezione, chiunque, rigenerato dall'acqua santa, crede che il Padre onnipotente, col figlio suo Ges Cristo, uniti nello Spirito Santo, sono l'unico e vero Dio, se la sua fede gli ispira una buona condotta, sar gradito al Signore, e se persevera, vivr beato la vita eterna. E compete a Dio solo di conoscere le ragioni che rendono il genere umano pi o meno disposto a ricevere la sua salvezza nelle diverse parti del mondo; ma il nostro discorso mira soltanto a ricordare che fino nelle plaghe pi remote di queste due parti del mondo, il Nord e l'Occidente,  giunto il Vangelo di Cristo Signore, che ha posto tra i loro popoli i fondamenti della santa fede; mentre al contrario nelle due altre parti, l'orientale e la meridionale, ha fatto meno strada e ha lasciato i popoli pi a lungo irretiti nei loro barbari errori.
Ma, perch nessuno, in questa materia, profferisca una calunnia oltraggiosa contro le provvide disposizioni del nostro buon Creatore,  necessario esaminare con cautela il testo sacro delle Scritture; questo testo fornisce senza alcun dubbio una rappresentazione completa del mondo terreno, nella quale tanto la bont quanto la giustizia del Creatore sono inoppugnabilmente dimostrate, in quelli che si salvano e in quelli che periscono. Infatti, come il primo padre degli uomini, in origine, era stato costituito arbitro della propria salvezza dall'autore di ogni bene, cos dal medesimo Redentore  stata offerta la salvezza a tutti gli uomini in generale, perch ciascuno ne abbia parte spontaneamente. Ma le misteriose disposizioni di quel Dio al quale sempre e nello stesso tempo  presente tutto ci che esiste, e al quale nulla sfugge, dimostrano in tutti i luoghi, attraverso tutte le epoche, ch'egli  l'Onnipotente, il solo buono e veritiero, tanto per le opere della sua clemenza quanto per le sanzioni vendicatrici che gli detta la sua giustizia. Infatti, la sua bont essenziale non fa mai difetto all'opera della sua clemenza, che anzi egli non cessa di raccogliere il maggior numero possibile dei figli dell'infedele Adamo nel seno del Figlio della sua divinit. E dal momento che ci si compie ogni giorno nel mondo, di che cosa sarebbe la prova se non della bont sempre attiva dell'Onnipotente, mutabile ma costante, costante bench mutabile?(73).



2. La guerra santa.

Tuttavia, se verso l'est e il sud i predicatori di Cristo urtano contro un muro troppo spesso d'incredulit, comincia a spuntare il giorno in cui i guerrieri d'Occidente andranno con la spada a forzare queste resistenze. Nei mutamenti dell'Anno Mille matura lo spirito di crociata. La pace e la tregua di Dio limitavano a poco a poco l'esercizio delle armi in seno al popolo cristiano; nel 1054 fu proclamato al concilio di Narbona: "Nessun cristiano uccida un altro cristiano, perch chi uccide un cristiano versa senza alcun dubbio il sangue di Cristo". Ora i cavalieri avevano ricevuto da Dio stesso la vocazione a combattere. Dove avrebbero diretto i loro colpi? Contro gli infedeli. Diventa a poco a poco chiaro che, nel movimento di purificazione al quale l'imminenza della fine dei tempi ha appena avviato la cristianit d'Occidente, solo la guerra santa  lecita. Il popolo di Dio che avanza verso la Terra promessa deve aver placato le discordie intestine, deve procedere nella pace. Ma alla sua testa, apre la marcia il corpo dei guerrieri; esso disperde col suo valore i seguaci del Maligno. All'indomani del millenario, la cavalleria d'Occidente resiste alle bande di predoni che escono dai paesi saraceni, le insegue, le vince e, con tali successi, si salva l'anima.


Difesa di Narbona.

A quell'epoca i Mori di Cordova, passando per il mare Gallico, approdarono d'improvviso una notte, con una flotta numerosa, davanti a Narbona, e all'alba si riversarono armati tutt'intorno alla citt; come essi stessi, poi prigionieri, ci hanno raccontato, il loro indovino aveva promesso che l'azione sarebbe riuscita e che avrebbero preso Narbona. Ma i cristiani, in tutta fretta, ricevendo dai loro sacerdoti il corpo e il sangue di Dio si comunicarono e, pronti alla morte, entrarono in battaglia contro i Saraceni; riportarono la vittoria, uccisero gli uni, catturarono gli altri con le loro navi e molto bottino; poi vendettero i prigionieri o li ridussero in schiavit e mandarono in dono a San Marziale di Limoges venti mori di taglia gigantesca. L'abate Goffredo ne tenne due come schiavi e distribu gli altri ai signori che da diversi paesi erano convenuti pellegrini a Limoges. La lingua di questi uomini non era affatto quella saracena; ma guaivano come cagnolini, e parevano abbaiare(74).


Offensive in Spagna.


DELLE BATTAGLIE DEI SARACENI CONTRO I CRISTIANI IN AFRICA

Nello stesso tempo, la perfidia dei Saraceni contro il popolo cristiano acquist in Africa [in effetti, per il Glabro, la Spagna appartiene all'Africa] nuovo vigore; essi perseguivano tutti quelli che potevano trovare per mare e per terra, li scorticavano vivi, li massacravano; e gi da molto tempo infuriavano gli uni contro gli altri con grande strage, e le rovine si accumulavano dall'uno e dall'altro lato, quando infine le due parti deliberarono che i loro eserciti si dessero battaglia al pi presto. Il nemico poneva una fiducia presuntuosa nella furia selvaggia della sua immensa moltitudine, e si stimava gi vincitore; i nostri, bench pochi di numero, invocavano il soccorso di Dio onnipotente e speravano fermamente che l'intercessione della madre sua Maria, del beato principe degli Apostoli Pietro e di tutti i santi avrebbe procurato loro la vittoria. Ponevano soprattutto la loro fiducia nel voto che avevano fatto poco prima della battaglia: se la mano potente del Signore avesse loro concesso di aver la meglio sul popolo infedele, tutto ci che capitasse di prendere a quella gente - oro, argento e altri oggetti di pregio - doveva essere inviato a Cluny, al principe degli Apostoli Pietro. Gi da tempo infatti, come abbiamo notato sopra, molti religiosi della stessa regione, che avevano preso l'abito in quel monastero, avevano saputo attirare a quel santo luogo l'amore della regione tutta. Cominci dunque il combattimento, che fu lungo e accanito. I cristiani tuttavia non avevano subito alcuna perdita e apparivano gi vincitori, quando alla fine un tal panico s'impadron dell'esercito dei Saraceni che, quasi dimentichi della battaglia, tentano di prendere la fuga; ma invano, perch sono intralciati dalle loro stesse armi, o meglio,  la potenza di Dio che li inchioda sul posto; l'esercito cristiano intanto, fatto irresistibile dall'aiuto divino, provoca una tale carneficina che, della loro moltitudine innumerevole, a stento pochi poterono salvarsi. Motget, il loro principe, cos chiamato con una forma alterata del nome di Mos, mor, si dice, in quella battaglia. Raccolto il bottino, i cristiani ne ricavarono un peso enorme di talenti d'argento, memori del voto che avevano fatto a Dio. Usano infatti i Saraceni, quando vanno in battaglia, ornarsi di piastre d'argento e d'oro in quantit; questo costume torn allora vantaggioso alla pia liberalit dei nostri. Essi inviarono senz'altro tutto questo bottino, come avevano solennemente promesso, al monastero di Cluny. Con una parte il venerabile abate del luogo, Odilone, fece fare un magnifico ciborio sopra l'altare di san Pietro. Il rimanente ordin, con un liberale provvedimento che divenne famoso, di distribuirlo, come conveniva, ai poveri, fino all'ultimo denaro. Intanto la turbolenza dei Saraceni, fiaccata, per il momento si calm(75).

Il racconto assume presto il tono delle canzoni di gesta:

Poi i Normanni, sotto la guida di Ruggero, si recarono in Spagna per sterminare i pagani, uccisero innumerevoli saraceni e tolsero loro molte citt e castelli. Fin dal suo arrivo Ruggero, avendo catturato alcuni saraceni, ogni giorno, in presenza degli altri, ne tagliava uno a pezzi come un porco, lo faceva servire per il loro pasto, cotto in caldaie, e fingeva di andare in un'altra casa a mangiare con i suoi compagni la parte che restava. Dopo essersi fatto cos vedere da tutti, lasci evadere dalla prigione, come per negligenza, il pi ingenuo affinch raccontasse questi orrori ai Saraceni. In preda allo sgomento, i Saraceni della vicina Spagna e il loro re, Musetto, chiedono la pace a Ermessenda, contessa di Barcellona, e s'impegnano a pagare un tributo annuale. La contessa era vedova, e aveva dato sua figlia in sposa a Ruggero. Conclusa la pace con questi nemici, Ruggero and a portare la guerra nell'interno della Spagna; un giorno, accompagnato soltanto da quaranta cristiani, s'imbatte in un'imboscata tesa da cinquecento Saraceni scelti; perdette nel combattimento un fratello naturale, caric tre volte, abbatt pi di cento avversari, riguadagn con i suoi le sue posizioni, e i Saraceni non osarono pi inseguirlo nella fuga.
[...] Il re di Navarra, Sancio, col concorso dei Guasconi, condusse un esercito contro i Saraceni; devastata la Spagna, ritorn carico di bottino e di gloria. Lo stesso anno (1027), il re di Galizia Alfonso rec la desolazione tra i Saraceni. E mentre una citt di Spagna, assediata, stava per arrendersi a lui, quando aveva gi deposto le armi e dava ai cristiani, frementi d'impazienza sotto i bastioni, l'ordine di cessare il combattimento, una freccia lanciata dall'alto delle mura da quegli stessi nemici che pensava di risparmiare lo colp mortalmente; e le sue truppe dovettero ritornare sui loro passi, con grande dolore, piangendo il loro principe(76).



3. Dio s'incarna.

Ora, i preludi della crociata manifestano essi stessi un mutamento profondo di atteggiamento che si verifica nel cuore della coscienza religiosa e che si pu considerare uno dei fatti essenziali della storia mentale del Medioevo, poich per esso si modific per secoli la fisionomia del cristianesimo. AI tempo del millenario,  Dio stesso che comincia a cambiare volto. Dietro l'onnipotenza inconoscibile del Padre, l'umanit del Figlio sembra farsi a poco a poco pi presente e vicina. La croce, il Vangelo, Ges vivo conquistano alfine, uno dopo l'altro, le anime pie.
Cos, nei riti della Chiesa, il posto della consacrazione eucaristica tende, in quest'epoca stessa, ad allargarsi. Cosa che non manc di sollevare problemi: fu proprio, infatti, a proposito del significato mistico di questi riti che si svilupparono a un tempo le pi acute delle inquietudini eretiche, i primi sforzi di riflessione dialettica e presto, attorno a Berengario di Tours, le prime controversie di teologia.


Prodigi eucaristici.

Per Rodolfo il Glabro, le specie eucaristiche appartengono ancora al mondo della magia: come le reliquie, come la persona dei re, introducono nella trama quotidiana della vita una particella di sacro; si circondano di miracoli e di prodigi; benefiche o malefiche, secondo il modo come si trattano, portano la benevolenza o la collera dell'Onnipotente.

Il mistero dell'Eucaristia risulta certo trasparente soltanto per pochissimi; ai mortali quasi tutti  impenetrabile, come tutte le altre cose che dipendono dalla fede e non cadono sotto i sensi. Questo soprattutto bisogna ricordare: si ritiene vivificante la preparazione del corpo e del sangue del Signore Ges Cristo, e ci si crede al sicuro da ogni danno e da ogni pericolo di caduta. Ma se il corpo e il sangue del Signore sono trascurati e distrutti per la negligenza di quelli che li toccano, rimane certo a costoro, se non fanno una pronta penitenza, un giudizio di condanna. Il Signore ha detto: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna, e io lo risusciter". Non si deve per credere che qualche animale, oltre all'uomo, prenda parte alla risurrezione della carne; e anzi, solo un vero fedele pu ricevere l'Eucaristia come strumento di salvezza. Ci fu ai giorni nostri un individuo, in abito clericale, che comparve in giudizio per non so quale delitto; ed ebbe l'audacia, nel corso dell'istruttoria, di consumare il dono dell'Eucaristia, il calice del sangue di Cristo. Immediatamente fu vista uscire dal mezzo del suo ventre, immacolata, la parte del santo sacrificio che egli aveva consumato, e diede certo un'evidente prova della colpevolezza di colui che l'aveva ricevuta indegnamente; subito, del resto, confessando il delitto di cui prima s'era detto innocente, egli fece adeguata penitenza. Nella contea di Chalon abbiamo incontrato persone che, all'avvicinarsi di una sventura, avevano visto il pane consacrato trasformarsi in vera carne. A Digione, nello stesso periodo, un tale che portava l'Eucaristia ad un malato la lasci cadere dalle mani; tutti i suoi sforzi per ritrovarla furono inutili. Dopo un anno, la si scopr sul ciglio della pubblica via, all'aria aperta, dove era caduta, cos bianca e immacolata come fosse caduta proprio allora. Infine a Lione, nel monastero dell'Ile Barbe, mentre qualcuno, bisogna credere, si era impossessato indebitamente della scatoletta, o pisside, nella quale si conservava l'Eucaristia secondo l'uso, questa si strapp dalle sue mani e stette a lungo per aria.
Quanto, al crismale, che certi chiamano corporale [panno sul quale si depone l'ostia sull'altare], ha provato a pi riprese la sua virt salutare, purch fosse intatta la fede di chi vi ricorreva. Spesso, levato in alto contro gli incendi, li ha costretti a spegnersi o li ha ricacciati indietro o li ha spinti da un altro lato. Pi volte ha risanato le membra dolenti dei malati, mentre, imposto ai febbricitanti, li rimetteva in salute. Presso il monastero di Moutiers-Saint-Jean, al tempo del venerabile abate Guglielmo [di Volpiano] disgrazia volle che un incendio devastasse i dintorni del convento. I fratelli di quel luogo presero il crismale e lo alzarono in cima ad un'asta davanti alle fiamme dell'incendio, che ardevano terribili. Subito il fuoco ripieg su se stesso e non pot allargarsi oltre i limiti che aveva gi raggiunto. Tuttavia quel gagliardetto del Signore fu strappato alla sua asta da una raffica di vento e vol per circa due miglia fino al villaggio chiamato Tivauche, dove si pos su una casa; lo inseguirono e lo riportarono coi debiti riguardi al monastero. Ora, era avvenuto, il giorno di Pasqua dello stesso anno, nella chiesa adiacente al monastero e dedicata a san Paolo, che il calice pieno del sangue vivificante, sfuggito di mano a un sacerdote, cadesse per terra. Ma appena lo seppe, il suddetto abate, uomo saggio e prudente, ordin a tre suoi monaci di fare penitenza per questa colpa; temeva che per disgrazia la negligenza di quello sciocco prete potesse trascinare i suoi con lui in un castigo vendicatore; ci che si sarebbe immancabilmente verificato senza la previdenza di quell'uomo accorto, come prov l'avvenimento. Abbiamo fatto questa premessa per esortare a credere fermamente che sui luoghi dove accade a questo dono sacro e vivificante un qualche incidente dovuto all'incuria, subito si abbatte il flagello della vendetta divina; cos, al contrario, i luoghi dove  trattato degnamente saranno colmati di ogni bene.


Cluny e la messa.

Tuttavia, una delle maggiori innovazioni dei costumi cluniacensi fu, verso l'Anno Mille, d'incitare i monaci a divenire essi stessi preti, di associare pi strettamente alle macerazioni e alle rinunce inerenti alla vocazione monastica le funzioni sacrificali del sacerdozio, e di ordinare la vita dei fratelli attorno alla celebrazione eucaristica. Cos si trovarono rafforzate le virt redentrici del monastero: la comunit non raccoglieva le grazie semplicemente per le sue preghiere e le sue privazioni; partecipava alla preparazione del corpo e del sangue di Cristo; lavorava ad accrescere nel mondo visibile la parte del sacro. Quest'opera salutare si trovava a Cluny strettamente connessa con la liturgia dei defunti. Fu proprio assumendo le funzioni eucaristiche che i monasteri, alle soglie dell'undicesimo secolo, giunsero a stabilirsi nel cuore della devozione popolare e a prevalere decisamente sulle cattedrali.

Quanto alla celebrazione di questo mistero magnifico, gi esistono innumerevoli prove dei benefici che essa reca alle anime dei fedeli defunti; pure voglio adesso farne conoscere una, fra tante altre d'ogni sorta. Nelle contrade pi remote dell'Africa viveva un eremita, del quale si diceva che avesse passato vent'anni in solitudine senza vedere un uomo. Viveva del lavoro delle sue mani e delle radici delle erbe. Un povero giovane, cittadino di Marsiglia, una di quelle persone che girano il mondo senza stancarsi mai d'imparare n di vedere luoghi nuovi, venne a passare di l. Sentendo parlare dell'eremita, affront la solitudine di quella regione bruciata dalla vampa del sole, e cerc a lungo se per caso lo trovasse. Alla fine il solitario scorse quest'uomo che lo cercava e gli grid di andare da lui. E quando l'altro l'ebbe raggiunto, prese a domandargli chi era, donde veniva, perch si recasse da quelle parti. Senza farsi pregare, gli rispose che il suo ardente desiderio di vederlo l'aveva condotto fin l, e non cercava nient'altro. L'uomo, nutrito della scienza di Dio, disse allora:
"Sento che arrivi dalla Gallia; ma, ti prego, dimmi se hai mai visto il monastero di Cluny, che si trova in quel paese".
"L'ho visto, - rispose, - e lo conosco molto bene".
Allora gli disse:
"Sappi che quel monastero non ha uguali nel mondo romano, soprattutto per liberare le anime cadute in potere del demonio. S'immola cos frequentemente in quel luogo il sacrificio vivificante, che quasi non passa giorno senza che una tale mediazione non liberi qualche anima dalle mani dei demoni maligni".
In quel monastero infatti, noi stessi ne siamo stati testimoni, un uso, reso possibile dal gran numero dei monaci, voleva che si celebrassero senza interruzione delle messe dalla prima luce del giorno fino all'ora del pasto; e si faceva con tanta dignit, tanta piet, tanta venerazione, che si sarebbe creduto di vedere angeli piuttosto che uomini(77).


Il re, difensore di Cristo.

Unto del Signore, Cristoforo, attento a imitare i gesti di Ges nelle cerimonie del tempo pasquale, il buon re, di cui Elgaldo mostra l'esempio in Roberto il Pio, interviene di persona, per il suo carattere sacro, nelle discussioni che suscita in quest'epoca il mistero dell'eucaristia:

Un certo vescovo non aveva una retta concezione del Signore e cercava per certe ragioni una prova della presenza reale del corpo di nostro Signore Ges Cristo. Il re, amante della bont, ne fu sdegnato e gli scrisse una lettera in questi termini: "Poich hai fama di uomo dotto senza che la luce della sapienza risplenda in te, mi domando con meraviglia come, per un potere ingiustamente esercitato e per l'odio tristo che nutr contro i servitori di Dio, tu abbia cercato di mettere in questione il corpo e il sangue del Signore; e mentre il sacerdote li somministra dicendo : "Il corpo di nostro Signore Gesti Cristo sia la salvezza della tua anima e del tuo corpo", perch, con bocca temeraria e corrotta, tu dici: "Ricevilo, se ne sei degno", quando non c' nessuno che ne sia degno? Perch attribuisci alla divinit le debolezze del corpo, e connetti alla natura divina le infermit del dolore umano?"

Il sovrano si fa cos custode del corpo e del sangue di Cristo e ordinatore delle liturgie, dove si vede riapparire il simbolismo della veste bianca.

Quel servitore di Dio, raccolto nel seno di nostra madre Chiesa, si fece valoroso protettore del corpo e del sangue del Signore, cos come dei vasi che lo contengono. Egli ordinava assolutamente tutto, alla perfezione, sicch pareva che Dio fosse accolto non adorno di una gloria esteriore, ma nella gloria stessa della propria maest. Metteva tutta la sua devozione, dedicava costante cura, affinch fosse un ministro dal cuore puro e con l'abito bianco ad immolare Dio per le colpe del mondo. Gli uffici del culto formavano la sua delizia e, sulla terra, viveva gi nei cieli. Riponeva la sua compiacenza nelle reliquie dei santi, che faceva ricoprire d'oro e d'argento, nelle vesti bianche, negli ornamenti sacerdotali, nelle croci preziose, nei calici d'oro fino, nei turiboli dove brucia un incenso scelto, nei vasi d'argento che servono alle abluzioni del prete(78).



4. La croce.

Il prelato che Roberto il Pio rimproverava (era senza dubbio l'arcivescovo di Sens, Leoterico), era lui stesso contagiato dalla dottrina dei "manichei" che il re fece bruciare a Orlans? Costoro infatti s'interrogavano pi ansiosamente di chiunque altro sulle virt dell'eucaristia. Nello stesso tempo, si  visto sopra, altri eretici spezzavano i crocifissi. Perch la croce, per essi, era il simbolo di tutte le innovazioni e della nuova inquietudine. E, in realt, nell'Anno Mille, la prima irruzione dell'umanit di Dio nelle rappresentazioni religiose non cessava di ampliare la parte tenuta dalla croce nelle cerimonie e fra i riti.
Le croci di cui parla Rodolfo il Glabro sono ancora, ad un tempo, gli emblemi della vittoria cosmica del Dio Salvatore e oggetti magici attraverso i quali si manifestano gli avvertimenti dell'aldil:

L'anno novecentottantotto dell'Incarnazione si verific nella citt di Orlans, in Gallia, un prodigio memorando e terribile. Esiste in questa citt un monastero fondato in onore del principe degli Apostoli, nel quale si sa che in origine una comunit di vergini consacrate assicurava il servizio di Dio Onnipotente, e che  conosciuto da allora col nome di Saint-Pierre-le-Puellier. Nel centro di questo monastero era piantato lo stendardo venerabile della croce, che mostrava l'immagine dello stesso Salvatore mentre pativa i tormenti della morte per la salvezza degli uomini; ora, dagli occhi di questa immagine, per parecchi giorni senza interruzione, come videro molti testimoni, sgorg un fiume di lacrime; lo spettacolo formidabile provoc naturalmente un gran concorso di popolo. Molti tuttavia, ben riflettendo, vi scorsero il presagio, inviato da Dio, di qualche sciagura che stava per abbattersi sulla citt. Come infatti si dice che lo stesso Salvatore, vedendo nella sua prescienza l'imminente rovina di Gerusalemme, abbia pianto su quella citt, cos senza dubbio la sua immagine visibile piangeva su un prossimo flagello che minacciava Orlans. Accadde poco dopo nella medesima citt un fatto inaudito, dove fu visto lo stesso presagio. Una notte che i guardiani della grande chiesa, cio della cattedrale [dedicata alla santa Croce], si erano appena alzati, come di consueto, e avevano aperto le porte del luogo santo a coloro che si recavano all'ufficio di mattutino, d'improvviso apparve un lupo, che entr nella chiesa, afferr con la bocca la corda della campana, la scosse e prese a sonare. I presenti, colti da stupore, levarono alfine alte grida e, senz'armi, lo gettarono cos fuori della chiesa. L'anno seguente, tutte le abitazioni della citt cos come gli edifici delle chiese furono preda di un terribile incendio. E nessuno dubit che questo disastroso avvenimento non fosse stato annunciato insieme dai due prodigi(79).

Ma negli scritti di Ademaro di Chabannes la croce assume un altro significato. Egli stesso ne vide una notte l'immagine nel cielo, carica della sofferenza di Dio. Egli narra che il conte Guglielmo d'Angoulme, nella sua agonia, baciava senza sosta il legno della Croce. Quel signore ritornava dal Santo Sepolcro. Riportava dalla Terra Santa una devozione pi forte per le insegne della Passione?

[Nel 1017] Guido, visconte di Limoges, e il vescovo Arduino suo fratello erano tornati felicemente da Gerusalemme. Il sepolcro di san Cibardo prese allora a segnalarsi con miracoli d'insolita frequenza. E Fulcherio, abate di Charroux, ebbe con i suoi monaci una visione, che ingiungeva loro manifestamente di portare il santo legno della croce presso la tomba del beato Cibardo. Ci fu fatto nel corso di una riunione solenne e, sotto la direzione dell'abate di Angoulme Reginaldo, il santo legno fu accolto nella basilica del beato Cibardo il giorno della sua festa, primo del mese di luglio; dopo aver eseguito l'ordine dato dalla clemenza divina, i monaci di Charroux si congedarono dai loro fratelli di Angoulme e onorevolmente si ritirarono con il santo legno.
 accertato che questo legno proviene dalla croce del Signore; il patriarca di Gerusalemme l'aveva inviato a Carlomagno, e l'imperatore lo depose in questa stessa basilica che aveva fondato Ruggero, conte di Limoges, in onore del Salvatore(80).

Mentre a Saint-Benot-sur-Loire e a San Marziale di Limoges i religiosi giudicavano opportuno, durante la settimana santa, inserire nella liturgia, a beneficio dell'assemblea laica, l'abbozzo di una rappresentazione e di un dialogo che sono all'origine del teatro europeo e che rendevano visibile a tutti il dramma della Passione; mentre sempre pi numerosi i giovani cavalieri, in cerca d'avventure, andavano a portare incontro agli infedeli l'insegna trionfale della croce; nel momento in cui l'imperatore Ottone terzo faceva aprire la tomba di Carlomagno e ne toglieva la croce d'oro del defunto per fregiarsene lui stesso, e la leggenda carolingia, proliferante, s'intrecciava con le prime espressioni dello spirito di crociata, la cristianit d'Occidente, protesa verso la Gerusalemme dei suoi sogni, scopriva la Gerusalemme terrestre, e con essa Ges vivo.
Giovanni, nipote di Guglielmo di Volpiano, suo discepolo, e perci compagno di Rodolfo il Glabro, prima di diventare nel 1028 abate di Fcamp, introduce nella sua Confessione teologica questa meditazione su Cristo:

 stato circonciso per liberarci dai vizi della carne - presentato al tempio per condurci al Padre puri e santificati - battezzato per lavarci dalle nostre colpe - povero per farci ricchi, e debole per renderci forti - tentato per proteggerci dagli assalti diabolici - catturato per sottrarci al potere del Nemico - venduto per riscattarci col suo sangue - spogliato per vestirci del manto dell'immortalit - schernito per salvarci dalle ingiurie del demonio - coronato di spine per strapparci ai rovi della maledizione originale - umiliato per esaltarci - elevato in croce per attirarci verso di lui - dissetato con aceto e fiele per introdurci nelle terre della gioia senza fine - sacrificato come agnello senza macchia sull'altare della croce per portare i peccati del mondo(81).

Questo pensiero non  razionale; procede lungo le vie dell'esegesi e delle meditazioni claustrali, sul filo delle analogie, delle associazioni di parole, in cerca di corrispondenze e di risonanze verbali. L'importante  che si applichi alla passione di Ges. Inaugurando nell'Anno Mille la sua marcia verso il Santo Sepolcro, la cristianit d'Occidente credeva, dietro il Cristo, di avanzare verso il Regno. Cominciava in realt la conquista del mondo visibile.
Come l'eresia, come lo slancio che conduce alla crociata, come i primi esercizi della ragione di fronte al mistero, il rivolgimento della vita interiore verso i simboli evangelici rispecchia in realt questa prima partenza. Esso proviene dallo stesso fermento che stimola allora le prime ricerche dei costruttori romanici, che rivela le strutture della societ nuova, i tre "ordini", i tre "stati", fra i quali gli uomini d'Europa dovevano poi considerarsi ripartiti per quasi tutto il nuovo millennio. Proprio in questo momento, nell'attesa della fine del mondo, si oper la conversione radicale dei valori del cristianesimo. L'umanit  ancora prostrata davanti a un Dio terribile, magico e vendicatore, che la domina e l'opprime. Ma intraprende a formarsi l'immagine di un Dio fatto uomo, che le assomiglia di pi e che presto oser guardare in faccia. Essa s'impegna nel lungo cammino liberatore che sfocia anzitutto nella cattedrale gotica, nella teologia di Tommaso d'Aquino, in Francesco d'Assisi, e poi prosegue verso tutte le forme di umanesimo, verso tutti i progressi scientifici, politici e sociali, per portare infine, a ben riflettere, quei valori che sono oggi i fondamenti della nostra cultura.
Nella storia degli atteggiamenti mentali, dove ho collocato quasi tutte le mie osservazioni e in funzione della quale tutti i testi sono stati scelti e disposti, che significa in verit l'Anno Mille dell'Incarnazione e della Redenzione? L'inizio di una svolta importante, il passaggio da una religione rituale e liturgica - quella di Carlomagno, quella ancora di Cluny - a una religione d'azione e che s'incarna, quella dei pellegrini di Roma, di Santiago e del Santo Sepolcro, e presto quella dei crociati. Nel seno dei terrori e dei fantasmi, una primissima intuizione di quella che  la dignit dell'uomo. Qui, in questa notte, in questa indigenza tragica, in questa barbarie, cominciano, per secoli, le vittorie del pensiero europeo.
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FINE.
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Bibliografia.
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I testi.
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Adalberone di Laon. G. A. HCKEL, Les pomes satiriques d'Adalbron, in "Bibliothque de la Facult des Lettres de Paris", tomo 13, "Mlanges d'Histoire du Moyen Age", Paris 1901 (edizione e traduzione).
Ademaro di Chabannes. Chronique, edizione a cura di Jules Chavanon ("Collection de textes pour servir  l'tude et  l'enseignement de l'histoire"), Paris 1897.
Gerberto. E. DE BARTHLEMY, Gerbert, tude sur sa vie et ses ouvrages, suivie de la traduction de ses lettres, Paris 1868.
Elgaldo di Fleury. Vie de Robert le Pieux. Epitoma vitae regis Roberti Vii, edizione, traduzione e note a cura di Robert-Henri Bautier e Gilette Labory ("Sources d'Histoire mdivale publies par l'Institut de recherches et d'histoires des textes"), Paris 1965.
Miracoli di san Benedetto. Les Miracles de saint Benot crits par Adreval, Aimoin, Andr, Raoul Tortaire e Hugues de Sainte-Maure, moines de Fleury, raccolti e pubblicati da E. de Certain ("Socit de l'histoire de France"), Paris 1858.
Miracoli di santa Fede. Liber Miraculorum sancte Fidis, pubblicato da A. Bouillet ("Collection de textes pour servir  l'tude et  l'enseignement de l'histoire"), Paris 1897.
Rodolfo il Glabro. Les cinq livres de ses Histoires (900-1044), pubblicati da Maurice Prou ("Collection de textes pour servir  l'tude et  l'enseignement de l'histoire"), Paris 1886.
Richero. Histoire de France (888-905), edizione e traduzione a cura di Robert Latouche ("Les classiques de l'histoire de France au Moyen Age"), tomo II, 954-95, Paris 1937.
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Breve orientamento alla lettura.
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Sull'Anno Mille.
H. FOCILLON, L'An Mil, Paris 1952.
L'an mille, Paris (1947), introduzione di E. Pognon.
M. BLOCH, La socit fodale ("Evolution de l'Humanit", 34 e 34 bis), Paris 1939-40 [trad. it. La societ feudale, Einaudi, Torino 1949].
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Per inquadrare l'epoca nella storia dell'Occidente medievale
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R. LOPEZ, Naissance de l'Europe ("Destin du monde"), Paris 1962 [trad. it. La nascita dell'Europa, Einaudi, Torino 1966].
J. LE GOFF, La civilisation de l'Occident medieval ("Les grandes civilisations"), Paris 1964.
G. DUBY e R. MANDROU, Histoire de la civilisation franaise, tomo I, Paris (1958) [trad. it. Storia della civilt francese, Milano 1968].
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Cronologia.
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FATTI POLITICI  FATTI CULTURALI
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981 Consacrazione della seconda chiesa abbaziale di Cluny.
983 Avvento al trono di Ottone Terzo.
985 Battesimo del re degli Ungari.
987 Elezione di Ugo Capeto. Vittorie di al-Mansur in Spagna.
989 Prime istituzioni di pace al concilio di Charroux.
990 Costruzione del portico di Saint-Germain-des-Prs.
991  Grande invasione danese in Inghilterra.
994 Maschio del castello di Langeais.
996 Roberto il Pio unico re di Francia. S'inizia la costruzione della chiesa di Romainmtier.
997 Al-Mansur saccheggia Santiago di Compostella. S'inizia la costruzione della chiesa di San Martino di Tours.
998 Evangeliario di Ottone Terzo (Reichenau)
999 Ottone Terzo stabilisce la sua capitale a Roma. Gerberto diventa papa col nome di Silvestro Secondo.
1001 Il papa incorona Stefano re d'Ungheria.
1002 Enrico Secondo re di Germania.
1005 Morte dell'eremita italiano san Nilo.
1006 S'inizia la costruzione del nartece di Tournus.
1007 Guglielmo di Volpiano intraprende la costruzione della rotonda di San Benigno a Digione.
1009 I cristiani di Spagna entrano a Cordova. Il califfo al-Hakim distrugge il Santo Sepolcro. Navata a volta di San Martino del Canigou.
1011 Attacco saraceno a Pisa.
1012 San Romualdo fonda l'ordine dei Camaldolesi.
1014 Enrico Secondo  incoronato imperatore.
1019 Canuto re d'Inghilterra e di Danimarca.
1021 Architrave scolpito di Saint-Genis-des-Fontaines.
1022 Rogo di eretici a Orlans.
1024 Sollevazione popolare a Pavia.
1026 Pellegrinaggio di Canuto a Roma. S'inizia la costruzione del portico di Saint-Benot-sur-Loire.
1027 Corrado Secondo  incoronato imperatore
1031 Enrico Primo unico re di Francia. Dedicazione di Santa Maria di Ripoll.
1032  Il regno di Borgogna  ricongiunto all'Impero
1033 Consacrazione di San Michele di Hildesheim
1039 Congregazione dei canonici di San Rufo.
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NOTE.
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(1) RODOLFO IL GLABRO, Storie, prologo.
(2) Edizione A. Vidier, in L'historiographie  Saint-Benot-sur-Loire et les miracles de saint Benot, Paris 1965.
(3) Edizione nei Monumenta Germaniae historica, al tomo III degli Scriptores, pp. 173-85.
(4) Ibid., pp. 78-86.
(5) Ibid., al tomo VII, pp. 79-133 [ed. Einaudi, Torino 1982].
(6) Edizione nei Monumenta Gertnaniae historica cit., al tomo III, pp. 798-871.
(7) Edizione nella "Collection de textes pour servir  l'tude et  l'ensei-gnement de l'histoire", Paris 1897.
(8) I Miracles de saint Benot, crits par Adrevald, Aimoin, Andr, Raoul Tortane et Hugues de Sainte-Maure, moines de Fleury sono stati pubblicati nel 1858 dalla Socit de l'histoire de France. Il testo  criticato da A. VIDIER, L'historiographie  Saint-Benot-sur-Loire et les miracles de saint-Benot, Paris 1965.
(9) Edizione nella "Collection de textes pour servir  l'tude et  l'enseignement de l'histoire", Paris 1897.
(10) Edizione nei "Classiques de l'histoire de France au moyen ge", voll. XII e XVII.
(11) Edizione nella "Collection de textes pour servir  l'tude et  l'enseignement de l'histoire", Paris 1896.
(12) RODOLFO IL GLABRO, Storie I 1.
(13) RODOLFO IL GLABRO, Storie II 1.
(14) ADEMARO DI CHABANNES, Cronaca III 41 e 54.
(15) ADEMARO DI CHABANNES, Cronaca III 31.
(16) Liber Apologeticus, edito da Migne, Patrologia Latina, tomo CXXXIX, col. 461.
(17) RODOLFO IL GLABRO, Storie I 5.
(18) RODOLFO IL GLABRO, Storie IV 1.
(19) Ibid. I 5.
(20) Ibid.
(21) RICHERO, Storie III 42-45.
(22) RICHERO, Storie IV 50.
(23) GERBERTO, Lettere 44 e 130.
(24) RICHERO, Storie III 45, 46-47, 49-54.
(25) RODOLFO IL GLABRO, Storie II 11.
(26) RODOLFO IL GLABRO, Storie III 8.
(27) RODOLFO IL GLABRO, Storie V 1.
(28) RODOLFO IL GLABRO, Storie I 1.
(29) ADALBERONE, edizione Hckel, pp. 148-56.
(30) RODOLFO IL GLABRO, Storie II 9.
(31) ELGALDO, 11 e 12.
(32) ADEMARO DI CHABANNES, Cronaca III 43.
(33) ADEMARO DI CHABANNES, Cronaca III 56, 58 e 49.
(34) RODOLFO IL GLABRO, Storie III 4.
(35) RODOLFO IL GLABRO, Storie IV 3.
(36) Miracoli di santa Fede I 13.
(37) Miracoli di santa Fede I 19.
(38) Miracoli di santa Fede I 4.
(39) Miracoli di santa Fede I 3 e 7.
(40) Miracoli di san Benedetto III 13.
(41) RODOLFO IL GLABRO, Storie III 3.
(42) ADEMARO DI CHABANNES, Cronaca III 58.
(43) RODOLFO IL GLABRO, Storie IV 9.
(44) ADEMARO DI CHABANNES, Cronaca III 62.
(45) RODOLFO IL GLABRO, Storie II 2, V 1 e II 7.
(46) ADEMARO DI CHABANNES, Cronaca III 35.
(47) RODOLFO IL GLABRO, Storie IV 4, II 6, II 11.
(48) ADEMARO DI CHABANNES, Cronaca 49 e 59.
(49) RODOLFO IL GLABRO, Storie III 8 e III 7.
(50) ADEMARO DI CHABANNES, Cronaca III 46-47.
(51) RODOLFO IL GLABRO, Storie V 1.
(52) RODOLFO IL GLABRO, Storie V 3.
(53) ADEMARO DI CHABANNES, Cronaca III 52 e 35.
(54) RODOLFO IL GLABRO, Storie III 8.
(55) ADEMARO DI CHABANNES, Cronaca III 66.
(56) ELGALDO, 17, 22, 23, 21, 27, 29.
(57) Cartulario dell'Abbazia di San Vittore di Marsiglia, edito da B. Gu-rard, nella "Collection des Cartulaires de France", tomo VIII, Paris 1857, voi. I, pp. 99-100.
(58) RODOLFO IL GLABRO, Storie IV 5.
(59) Pubblicato da Ch. Pfister, Etudes sur le rgne de Robert le Pieux, Paris 1885, pp. LX-LXI.
(60) RODOLFO IL GLABRO, Storie V 1.
(61) RODOLFO IL GLABRO, Storie III I.
(62) ADEMARO DI CHABANNES, Cronaca III 65 e 68.
(63) RODOLFO IL GLABRO, Storie IV 6.
(64) RODOLFO IL GLABRO, Storie IV 5.
(65) RICHERO, Storie III 24-25 e 31-33.
(66) RODOLFO IL GLABRO, Storie I 4.
(67) Cartulario dell'Abbazia di San Vittore di Marsiglia, edito da B. Gu-rard, nella "Collection des Cartulaires de France", tomo VIII, Paris 1857, voi. I, pp. 18-22.
(68) RODOLFO IL GLABRO, Storie III 5.
(69) RICHERO, Storie III 22-23.
(70) RODOLFO IL GLABRO, Storie III 4 e II 5.
(71) RODOLFO IL GLABRO, Storie III 6.
(72) ADEMARO DI CHABANNES, Cronaca III 31.
(73) RODOLFO IL GLABRO, Storie I 5.
(74) ADEMARO DI CHABANNES, Cronaca III 52.
(75) RODOLFO IL GLABRO, Storie IV 7.
(76) ADEMARO DI CHABANNES, Cronaca IV 55 e 70.
(77) RODOLFO IL GLABRO, Storie V 1.
(78) ELGALDO, 6 e 7.
(79) RODOLFO IL GLABRO, Storie II 5.
(80) ADEMARO DI CHABANNES, Cronaca III 40.
(81) J. LECLERC e J.-P. BONNES, Un maitre de la vie spirituelle au XIe siecle, Jean de Fcamp, in Etudes de thologie et d'histoire de la spiritualit, Paris 1946. Confession thologique II 13.
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FINE.